
Titolo originale: Herutâ sukerutâ
Paese di produzione: Giappone
Anno: 2012
Durata: 127 min
Genere: Drammatico, Horror, Thriller
Regia: Mika Ninagawa
Sinossi: Lilico è una celebrità della moda idolatrata dal pubblico, ma la sua bellezza è interamente costruita attraverso una lunga serie di interventi chirurgici clandestini. Quando il suo corpo comincia a ribellarsi e una nuova modella minaccia di sostituirla, l’immagine perfetta costruita da Lilico comincia a marcire dall’interno.
Ci sono film che parlano della bellezza e poi c’è Helter Skelter, che prende la bellezza, la mette sotto una pressa industriale e continua a schiacciare finché non esce sangue. Mika Ninagawa, fotografa prima ancora che regista, non si limita a raccontare la storia di una modella ossessionata dal proprio aspetto: costruisce un gigantesco altare pop al culto dell’immagine e poi lo incendia davanti ai nostri occhi. Tutto è eccessivo, saturo, artificiale, psichedelico, quasi osceno nella sua perfezione cromatica. Rosso, rosa, viola, flash, fiori, pelle, trucco, corpi, vetrine, riviste, televisione. Sembra di essere entrati direttamente dentro una pubblicità di profumi girata da un pazzo dopo tre giorni senza dormire. E proprio qui sta la furbata di Ninagawa: la forma del film è seducente quanto il mondo che sta prendendo per il culo. Non puoi semplicemente stare fuori a giudicare quel sistema perché il film ti costringe a desiderarlo insieme alla protagonista. Guardi Lilico e capisci immediatamente perché tutti la vogliono. È bellissima. È spettacolare. È un prodotto perfetto. E proprio per questo è un mostro. Il suo corpo non appartiene più a lei. È diventato una merce, una superficie commerciale, una macchina per produrre desiderio. Lilico è stata costruita pezzo per pezzo per soddisfare lo sguardo degli altri e adesso scopre la fregatura fondamentale: quando diventi ciò che tutti vogliono, smetti lentamente di sapere chi sei tu.
Il corpo che si deteriora diventa allora il vero protagonista del film. Le macchie sulla pelle, le conseguenze degli interventi, la paura di invecchiare e soprattutto l’arrivo di Kozue, una ragazza dotata di una bellezza apparentemente naturale, fanno precipitare Lilico in una paranoia sempre più feroce. Ed è bellissimo che il film non trasformi la chirurgia estetica nel semplice bersaglio morale. Il problema non è una donna che vuole essere bella. Il problema è un’intera macchina sociale che le insegna che essere bella significa avere valore e che, soprattutto, quel valore ha una scadenza. Lilico non è soltanto vittima di un chirurgo pazzo: è il prodotto perfettamente funzionante di una società che ha trasformato il desiderio di piacere in una forma di schiavitù. La cosa veramente inquietante è che non basta diventare bellissimi. Devi continuare a esserlo. E poi devi essere più bello di qualcun altro. E quando arriva qualcuno di più giovane, più fresco, più nuovo, il sistema semplicemente ti sostituisce. È una catena alimentare con il rossetto. Ninagawa porta questo meccanismo fino al delirio e lo fa esplodere nella psiche di Lilico. La sua crudeltà verso chi le sta intorno non nasce dal nulla: è il riflesso deformato della violenza che ha interiorizzato. Lei tratta gli altri come oggetti perché è stata educata a percepire se stessa come oggetto. E quando una persona viene trasformata in merce, prima o poi comincia a comportarsi come un padrone della propria merce, anche se quella merce è il suo stesso corpo.
Poi c’è lo sguardo. Sempre lo sguardo. Macchine fotografiche, specchi, televisioni, riviste, cellulari, pubblico, flash. Helter Skelter è quasi una seduta spiritica dedicata all’occhio del consumatore. Lilico esiste soltanto quando viene guardata e il paradosso è tremendo: più viene guardata, meno esiste. La sua identità viene divorata dalla propria immagine. Erika Sawajiri è semplicemente devastante perché riesce a rendere Lilico contemporaneamente odiosa, patetica, seducente, infantile, feroce e disperata. Non è una vittima innocente e non è nemmeno una semplice stronza narcisista. È qualcosa di più interessante: una creatura che ha accettato completamente le regole del gioco e adesso scopre che il gioco non prevede vincitori. E qui il body horror assume una dimensione quasi metafisica. Il corpo che marcisce è la verità che torna a galla sotto la plastica. Puoi modificare la faccia, il culo, la pelle, il seno, l’intera superficie dell’esistenza, ma non puoi operare il tempo. Non puoi chirurgicamente eliminare la paura di essere dimenticato. Non puoi fare un lifting alla morte. E soprattutto non puoi rifarti l’identità con il bisturi. Helter Skelter è dunque una specie di favola nera sulla società dello spettacolo, ma è anche qualcosa di più bastardo e universale: la storia di una civiltà che ha imparato a vendere alle persone la propria stessa insicurezza. Ninagawa non predica, spara colori. Non moralizza, esagera. E quando finalmente la facciata comincia a creparsi, quello che vediamo sotto non è semplicemente un corpo devastato: è l’orrore di una persona che scopre di aver passato tutta la vita a diventare l’immagine che gli altri avevano bisogno di vedere. Il vero mostro, alla fine, non è Lilico. È lo specchio.


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