
Titolo originale: Kosmos
Paese di produzione: Turchia, Bulgaria
Anno: 2009
Durata: 122 min
Genere: Drammatico, Fantastico
Regia: Reha Erdem
Sinossi: In una gelida città di confine appare dal nulla Kosmos, un uomo misterioso capace di compiere guarigioni apparentemente miracolose. Ladro, vagabondo, guaritore e innamorato, viene accolto come un messia e poco dopo guardato con sospetto. Intorno a lui la realtà quotidiana comincia lentamente a perdere ogni certezza.
Kosmos è uno di quei film che non arrivano per raccontarti una storia ma per aprire una crepa nella realtà e lasciarti lì dentro. Reha Erdem prende un uomo che sembra uscito da una parabola dimenticata, lo getta in una città di confine sepolta dalla neve e poi si diverte a osservare cosa succede quando un elemento veramente anomalo entra dentro una comunità che vive di regole, paura, abitudini e sospetti. Kosmos arriva piangendo dalla distesa bianca, salva un bambino dall’acqua e immediatamente diventa qualcosa che gli altri non riescono a classificare. È un ladro, perché ruba. È un guaritore, perché guarisce. È un folle, perché parla e si comporta come nessun altro. È un santo, forse. O un impostore. O un alieno. O semplicemente un uomo talmente libero da sembrare soprannaturale a chi ha dimenticato cosa significhi esserlo. Ed è proprio questa impossibilità di definirlo il cuore del film. Kosmos non appartiene a nessuna categoria e quindi manda in tilt tutte le categorie degli altri. Non mangia quasi mai, divora zollette di zucchero, si arrampica sugli alberi e sui tetti come una creatura selvatica, comunica con Neptün attraverso versi simili a richiami d’uccello e dichiara senza mezzi termini di essere alla ricerca dell’amore. Sembra ridicolo e sacro nello stesso momento. Un Cristo strafatto di vita, un Robin Hood senza ideologia, un santo anarchico che non ha alcuna intenzione di fondare una religione. E qui Erdem compie una cosa meravigliosa: invece di spiegare il mistero, lo protegge. Non sappiamo davvero chi sia Kosmos e forse non dobbiamo saperlo.
La città, intanto, sembra esistere fuori dal tempo. C’è l’esercito, ci sono rumori di guerra, ci sono negozi e pubblicità moderne, ma tutto è immerso in una dimensione quasi metafisica. La neve cancella i confini, il vento sembra portarsi via i rumori del mondo e gli abitanti vivono come se aspettassero continuamente qualcosa che non arriva mai. È un luogo sospeso tra realtà e allegoria, e Kosmos è perfettamente a suo agio proprio perché lui stesso è sospeso tra le due cose. Quando comincia a guarire i malati, la comunità lo trasforma immediatamente in quello che ha bisogno che sia. La gente accorre, lo venera, gli consegna il proprio dolore. Ma basta pochissimo perché l’idolo diventi una minaccia. Perché questo è il meccanismo eterno della società: ama il miracolo finché il miracolo resta utile e obbediente. Quando invece il miracolo comincia a mettere in discussione l’ordine delle cose, improvvisamente diventa pericoloso. Kosmos non vuole lavorare, non vuole adattarsi, non vuole rispettare le regole della rispettabilità, non vuole diventare il guaritore ufficiale del paese. È un essere radicalmente inutile secondo la logica della società e proprio per questo diventa una specie di virus spirituale. La sua presenza fa emergere ciò che gli altri nascondono. Il bisogno di credere, la paura della morte, l’avidità, il desiderio, la violenza, la solitudine. E in mezzo a tutto questo c’è Neptün, con la quale Kosmos costruisce una relazione che sembra provenire da un’altra specie di linguaggio. I due si riconoscono attraverso il gioco, i versi degli uccelli, i tetti, la fuga dalle convenzioni. Non hanno bisogno di spiegarsi perché appartengono allo stesso pianeta segreto. Sono due esseri che, almeno per un momento, riescono a comunicare senza trasformare l’altro in un ruolo.
E poi c’è la parte più oscura, perché Erdem non sta facendo una favola new age con il buon selvaggio che guarisce tutti e vissero felici e contenti. Nel mondo di Kosmos il miracolo e la violenza convivono continuamente. Il mattatoio, gli animali, il sangue, la neve, i rumori della guerra: la natura non è una cartolina spirituale, è una cosa enorme e indifferente. La vita guarisce e la vita uccide. Il film sembra quasi chiedersi se l’umanità sia davvero capace di riconoscere qualcosa di sacro quando gli compare davanti, oppure se abbia bisogno di trasformarlo immediatamente in religione, spettacolo, superstizione o minaccia. Kosmos è potentissimo proprio perché non offre una risposta. Non sappiamo se i suoi miracoli siano miracoli. E francamente chissenefrega. La domanda interessante è perché abbiamo così bisogno di stabilire se qualcosa sia vero prima ancora di lasciarci trasformare da ciò che ci provoca. Erdem costruisce un cinema visionario, spirituale e profondamente anarchico senza fare il santone: non ci dice cosa dobbiamo credere, ci toglie semplicemente il pavimento sotto i piedi. Le immagini hanno una forza quasi ipnotica, la musica amplifica quella sensazione di essere entrati in una dimensione parallela e il paesaggio innevato diventa una specie di enorme spazio mentale. Kosmos alla fine deve andarsene, come era arrivato: piangendo, attraversando quella stessa distesa bianca che lo aveva partorito dal nulla. E forse è proprio questa la sua natura. Non un salvatore destinato a restare, ma un’apparizione che passa attraverso un mondo addormentato e per qualche istante lo costringe a ricordarsi di essere vivo. Un film strano, imperfetto, a tratti esasperante, sicuramente non accomodante, ma con quella qualità rarissima delle opere veramente visionarie: sembra non sapere dove vuole portarci e contemporaneamente sembra sapere benissimo che siamo noi a doverci perdere. Kosmos non è un film da capire. È un film da attraversare come una tempesta di neve. E quando finalmente ne esci, hai ancora addosso qualcosa che non sai spiegare.



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