COMRADE DRAKULICH (SubENG)

Titolo originale: Drakulics elvtárs
Paese di produzione: Ungheria
Anno: 2019
Durata: 95 min
Genere: Commedia, Satirico, Fantastico, Horror, Thriller
Regia: Márk Bodzsár

Sinossi: Ungheria, anni Settanta. Fábián, eroe comunista della rivoluzione cubana, torna in patria dopo anni trascorsi all’estero. Il suo aspetto eternamente giovane e alcune strane abitudini insospettiscono i servizi segreti: forse il compagno venuto da lontano è un vampiro. Due agenti vengono incaricati di sorvegliarlo, ma l’indagine finirà per mettere in crisi molto più del semplice segreto di un uomo.

Un vampiro comunista nell’Ungheria degli anni Settanta. Già così uno dovrebbe capire che Márk Bodzsár non è venuto al cinema per comportarsi bene. E infatti Drakulics elvtárs prende due cose che normalmente viaggiano su binari completamente diversi — la burocrazia socialista e il mito del vampiro — e le ficca dentro la stessa lavatrice, impostando il programma del grottesco. Il risultato non è il classico horror sui succhiasangue, e nemmeno una semplice commedia ambientata nel passato: è una specie di incubo burocratico coloratissimo nel quale il vero mostro potrebbe tranquillamente essere quello che compila moduli, sorveglia i vicini e prende appunti mentre qualcun altro beve sangue. Siamo nel cosiddetto gulasch-comunismo dell’epoca Kádár, quella versione più morbida e apparentemente tranquilla del socialismo ungherese, e Fábián torna dall’Occidente con una quantità di libertà, stile e mistero decisamente superiore a quella tollerabile dal piccolo mondo dei funzionari. È giovane, elegante, gira con una Mustang rossa, ascolta musica occidentale e sembra possedere una vitalità quasi oscena rispetto alla mediocrità circostante. Il sospetto che sia un vampiro diventa così soltanto la superficie di un problema molto più grande: cosa succede a un sistema quando entra qualcuno che non rispetta più le sue regole? La cosa geniale è che i funzionari non temono soltanto che Fábián possa succhiare sangue. Temono che possa succhiare idee. E questa, in fondo, è una paura molto più politica della paura del soprannaturale.

Bodzsár usa il vampiro come una specie di virus ideologico. Fábián non ha bisogno di mordere nessuno per contaminare l’ambiente: gli basta esistere. Attorno a lui si muovono Kun László e Magyar Mária, due agenti incaricati di sorvegliarlo, e soprattutto Mária, alla quale viene ordinato di creare con il sospetto vampiro un rapporto di fiducia, fisico ed emotivo. Il sistema, nella sua sublime ipocrisia, trasforma quindi anche il corpo femminile in uno strumento operativo. Mária deve sedurre, manipolare, obbedire, mentre gli uomini che la comandano si comportano come se fosse perfettamente normale. E qui il film trova una delle sue frecciate migliori: dietro la retorica dell’uguaglianza socialista può sopravvivere tranquillamente una struttura maschilista nella quale la donna viene considerata una risorsa da utilizzare. Il soprannome di Mária, Madárka, “uccellino”, sembra quasi una presa per il culo involontaria dell’intero apparato: una creatura che dovrebbe essere addomesticata, ma che lentamente scopre di poter volare via. Il vampiro diventa allora anche una figura di liberazione sessuale, desiderio e autonomia. Non perché Fábián sia una specie di guru liberatore venuto dall’esterno, ma perché la sua presenza apre una crepa. E una volta che una crepa appare in un sistema costruito sull’obbedienza, non sai mai quanto cazzo potrà allargarsi. Il film è pieno di questa logica: tutti sorvegliano tutti, tutti fingono di credere a qualcosa, tutti recitano il ruolo assegnato e contemporaneamente cercano il modo di aggirarlo. La paranoia diventa una forma di comicità. La burocrazia diventa teatro dell’assurdo. Il socialismo di Stato viene rappresentato come una macchina talmente ossessionata dal controllo da finire per trasformare persino un possibile vampiro in una pratica amministrativa. E c’è qualcosa di profondamente vampirico proprio in questo: un sistema che continua a nutrirsi delle persone, del loro tempo, della loro energia e della loro capacità di essere individui, mantenendoli eternamente dentro lo stesso rituale. Fábián, paradossalmente, è più vecchio del sistema e contemporaneamente sembra molto più vivo. Il morto vivente potrebbe essere proprio quello che continua a vivere nella stessa ideologia da decenni.

E poi c’è il lato puramente cinematografico, che è forse quello che rende Drakulics elvtárs così gustoso per chi ama il cinema fuori dalle caselle. La ricostruzione dell’Ungheria anni Settanta è splendida: hotel, terme, fabbriche, sartorie, uffici, automobili, arredamento, colori, musica. Tutto è leggermente troppo lucido, troppo artificiale, troppo composto, come se l’intero Paese fosse stato trasformato in un gigantesco set nel quale qualcuno ha dimenticato di togliere il trucco. La fotografia e la scenografia spingono il film verso una dimensione quasi fumettistica, mentre la musica rock e il tono da spy story fanno saltare continuamente il registro. Chaplin, Keaton, commedia nera, cinema di spionaggio, vampiri classici, satira politica: Bodzsár mette tutto nel frullatore e lascia che si scontrino. E il bello è che il sangue, in fondo, non è nemmeno la cosa più importante. Il sangue è una metafora fin troppo facile. Il vero gioco riguarda il desiderio. Desiderio di vivere, di essere giovani, di scopare, di viaggiare, di ascoltare musica proibita, di guidare una macchina occidentale, di non dover rendere conto di ogni cazzo di gesto a qualcuno seduto dietro una scrivania. Persino l’immortalità, che dovrebbe essere il sogno supremo del vampiro, qui assume un sapore ambiguo: vivere per sempre dentro un sistema immobile potrebbe essere una maledizione, non un privilegio. E forse è questo il paradosso più divertente del film. Chi è veramente immortale? Il vampiro o il regime? Fábián attraversa decenni e continenti mantenendo il proprio corpo giovane; il sistema politico, invece, cerca disperatamente di mantenere giovane la propria immagine mentre sotto la pelle marcisce. Uno dei due ha il sangue. L’altro ha gli archivi. E sinceramente non saprei quale dei due faccia più paura. Drakulics elvtárs non è un horror puro e non pretende di esserlo. Chi cerca un nuovo Dracula ungherese potrebbe rimanere con un palmo di naso. Ma chi entra nel gioco accettando la sua natura ibrida trova una commedia vampiresca, una spy story assurda, una satira del potere e una piccola fantasia libertaria travestita da film di genere. Il vampiro non viene a conquistare l’Ungheria. Viene semplicemente a ricordarle che esiste qualcosa oltre il recinto. E per un sistema fondato sul convincere la gente che il recinto coincide con il mondo intero, forse questo è già abbastanza per diventare un mostro.

Condividi il tuo amore
By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

ULTIMI FILM