
Titolo originale: Gwledd
Paese di produzione: Galles
Anno: 2021
Durata: 93 min.
Genere: Horror
Regia: Lee Haven Jones
Girato in gallese, il film segue una giovane donna che serve ospiti privilegiati a una cena in una casa remota nel Galles rurale. Gli ospiti riuniti non si rendono conto che stanno per mangiare la loro ultima cena.
Sinossi: In una remota casa di campagna gallese, una famiglia benestante organizza una cena per alcuni importanti ospiti. La giovane Cadi viene assunta come cameriera per la serata, ma la sua presenza silenziosa e inquietante comincia lentamente a destabilizzare gli equilibri della famiglia. Fuori dalla casa, intanto, il paesaggio sembra custodire qualcosa di molto più antico.
The Feast è uno di quei film nei quali la cena non è semplicemente una cena. È un rituale. E come tutti i rituali fatti bene, prima o poi qualcuno deve essere sacrificato. Lee Haven Jones prende il classico horror domestico, lo priva quasi completamente delle spiegazioni e lo pianta nel terreno umido del Galles, dove la terra sembra avere una memoria decisamente migliore di quella degli esseri umani. Una famiglia ricca, una grande casa isolata, ospiti importanti, vino, cibo, politica, affari, sesso, ipocrisia. E una ragazza arrivata dal nulla per servire la cena. Cadi parla poco, si muove lentamente, osserva. Non sembra appartenere davvero a quel luogo e contemporaneamente sembra conoscerlo meglio di tutti gli altri. Ed è proprio questa ambiguità a rendere il personaggio inquietante: non sai se stai guardando una cameriera, una vittima, una vendicatrice o qualcosa di molto più antico. Il film non ha alcuna fretta di spiegartelo. Ti mette a tavola e ti dice, più o meno: accomodati, mangia, poi vediamo cosa succede. E intanto comincia a farti sentire il disagio. Non il jump scare del cazzo che ti fa saltare sulla sedia e poi sparisce. Un disagio lento, organico, quasi fisico. Il cibo diventa troppo presente. I rumori del corpo diventano più forti. La casa sembra respirare. La carne, il sangue, il vomito, il sesso, la terra: tutto comincia a mescolarsi. E più la famiglia cerca di mantenere la facciata rispettabile, più il film sembra volerle infilare la faccia nel fango.
La cosa veramente interessante è che The Feast è un film politico senza comportarsi come un film politico. Non ti fa il predicozzo. Ti fa guardare una famiglia che possiede denaro, terra e potere e che considera il territorio qualcosa da utilizzare. Il padre della famiglia è un politico locale e la cena è legata a un progetto economico che coinvolge proprio il paesaggio circostante. Ma il paesaggio, guarda un po’, non sembra particolarmente entusiasta di essere trasformato in merce. Qui entra la dimensione mitologica del film. La storia è profondamente legata alla cultura e alla lingua gallese e lascia emergere l’idea di una forza femminile e terrestre che precede il mondo degli uomini e delle loro proprietà. La natura non è lo sfondo. È il soggetto che aspetta il momento giusto per riprendersi ciò che le è stato sottratto. E questo ribalta completamente il rapporto classico fra uomo e ambiente. Non siamo noi a essere padroni della terra. Siamo ospiti temporanei che si sono montati la testa. La famiglia della villa rappresenta esattamente quella mentalità: possedere significa avere il diritto di sfruttare. Il terreno è un investimento. Gli animali sono risorse. Le persone sono strumenti. Il corpo stesso può essere trattato come una macchina da utilizzare. E allora Cadi diventa qualcosa di più di una presenza soprannaturale. È una crepa nel sistema. Una specie di anticorpo. Non arriva con un manifesto ambientalista in mano. Arriva con un vassoio. Ed è molto più divertente così.
Haven Jones lavora soprattutto sull’atmosfera, sulla fotografia scura e sulla materia organica. La casa è bellissima e contemporaneamente disgustosa. Tutto è ordinato, costoso, pulito, ma sotto questa superficie perfetta c’è qualcosa che marcisce. È un’immagine abbastanza precisa di quella borghesia che riesce a profumare il salotto mentre sotto il pavimento c’è un cadavere. Il film procede come un incantesimo che lentamente si avvicina alla vittima. La lingua gallese, il paesaggio, i canti, il fuoco, gli animali e il cibo costruiscono un universo nel quale il soprannaturale non appare come qualcosa di estraneo: sembra essere sempre stato lì, soltanto che gli abitanti della casa hanno dimenticato di ascoltarlo. Ed è qui che The Feast diventa quasi spirituale. Non spirituale nel senso zuccheroso da cristalli e frasi motivazionali. Spiritualità come riconoscimento di una forza che non controlliamo. Una forza che può essere chiamata natura, memoria, territorio, antenati, vendetta o semplicemente vita. Il film non decide completamente per noi. E fa bene. Il mistero funziona proprio perché rimane mistero. Poi arriva il corpo. E il corpo, come spesso accade nell’horror migliore, distrugge tutte le belle distanze filosofiche. Cadi non deve spiegare nulla quando il sangue comincia a uscire, quando il cibo diventa vomito, quando la carne diventa materia di punizione. Il corpo è il luogo dove il potere finisce sempre per manifestarsi. Puoi parlare di economia, politica, proprietà, tradizione e progresso quanto vuoi, ma alla fine tutto passa dalla carne. E The Feast lo sa. È un film breve, concentrato, volutamente lento e spesso ipnotico, che potrebbe irritare chi pretende spiegazioni immediate o una struttura narrativa tradizionale. Ma proprio quella lentezza è parte del veleno. La cena deve durare. Devi stare lì. Devi guardare quella gente mangiare. Devi aspettare che qualcosa si spezzi. E quando finalmente succede, capisci che il titolo era una presa per il culo fin dall’inizio. Non siamo venuti a festeggiare. Siamo venuti a essere mangiati. E forse la vera vendetta della terra non consiste nel distruggere l’uomo, ma nel ricordargli una cosa che la civiltà gli ha fatto dimenticare: anche tu sei carne.

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