JENSEITS – Nomadi Psichici

 

Quando gli Afa pubblicarono Nomade Psichico, sull’onda entusiastica ed energica del Consorzio Produttori Indipendenti, io avevo 21 anni. Comprai il CD, andai a vederli al Tunnel a Milano. Ci sarà stata una decina di persone. Tutto rimase impresso.
Il Consorzio Produttori sfornava gruppi che non mi piacevano: i Marlene Kuntz, vanitosi, fastidiosi. I Disciplinatha, insignificanti. Gli Ustmamò: ridicoli. Ma Wolfango e Afa erano caviale per il mio palato: come diceva un mio lontano parente: “de gustibus non sputazzandum est”.

Poi nel 2009, solo, esiliato in montagna, alle prese con un nuovo lavoro, abbandonato dalla mia amara metà, in una Liguria ostile, per un mesetto dedicai i miei sforzi a omaggiare Nomade Psichico degli Afa con gli strumenti a mia disposizione. Fabrizio Tavernelli è stato con me, ed è tutt’ora, amichevole, collaborativo, incoraggiante, semplice e presente. Ne uscì l’ingenuo, imperfetto, affettuoso “Nomade Psichico Suite“.
Adesso, nell’estate del 2026, grasso e dissoluto, l’ho fatto ancora.
Il materiale che galleggia in Nomade Psichico, nella sua angolatura trasfigurante (esemplare in “Provincia Exotica“) mi ricorda la piscina stomachevole del finale di Phenomena. Residui nauseabondi di un passato morboso, continuamente recente, tallonante, che sfoggiano il proprio orrore vacuo,  palesando la necessità di andare oltre, tagliarsi il pollice per liberarsi delle manette.

Del resto, checché ne dicano alcuni paciosi ottimisti, è lì che bisogna nuotare, in mezzo all’orribile, per guadagnarsi la Salvezza, o un istante di Gioia, o una stimolante ispirazione, un piano ribelle, il ricordo di un momento mai vissuto, un intenso déjà-vu, una crepa esistenziale che lascia passare un innamoramento, la capacità e il gusto di ascoltare la propria pancia, il proprio “buzzo”, o altre prelibatezze di questo genere che a volte, senza apparente motivo, ci vengono regalate in sogno o in qualche stato ipnagogico.

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In “Jenseits – Nomadi Psichici” ho inserito, senza freni o titubanze, la voce di menti fertili (per usare un eufemismo), potentemente funzionali al “nomadismo psichico”, alla conoscenza non cumulativa, circolare, mai compiuta, la cui rilevanza non è una risposta ma uno stimolo, una boccata d’aria fresca, l’aprirsi di uno spazio incognito da scorrazzare.
L’idea che la scienza “avanzi”, progredisca, ci renda sempre più sapienti, è illusoria per non dire allucinatoria. L’idea che si possa conoscere l’Universo (trasferirsi su Marte, magari visitare Saturno nei week end, come piacerebbe ad alcuni dei più ricchi depravati del nostro pianeta) senza un’umile, duttile, plastica, arrendevole introspezione che, se graziata da una giusta condotta, può far conoscere la natura della Mente, beh insomma quest’idea è sbagliata e dannosa come un talent show televisivo. L’introspezione da una parte. e dall’altra la conoscenza del “fuori”, della tazza di tè come della Galassia, devono bilanciarsi vicendevolmente in quanto intimamente interdipendenti. Perché in realtà, io credo, si rivolgono alla stessa cosa. Anzi, ne fanno parte. Bateson, che fece dell’epistemologia un’arte, ripeteva spesso: “la punta della sonda è sempre nel cuore dell’esploratore“.
La Mente è ciò che da origine a tutto. E pensare a quanti grandissimi studiosi si sono fracassati il cranio contro il muro di una quasi supplicata spiegazione sul quando e il come la coscienza potesse sorgere dalla materia e in quali condizioni. Quante incredibili teorie, quante pagine, quanti sforzi, quanta intelligenza.
Ma non potevano spiegare niente perché la “spiegazione” non esiste, è una parola accomodante, una pausa necessaria all’interno di un discorso arbitrario. A meno che uno non voglia ingannarsi con qualche tautologia nascosta.
Chiedersi quando, dove e come la coscienza appaia dalla bruta materia organica è un crudele vicolo cieco, perché, c’è poco da fare, la coscienza preesiste alla materia. Il “gap” tra l’animale e l’uomo (l’autocoscienza) non è evolutivo, perché non esiste nemmeno un’evoluzione. L’uomo sta all’animale come un apparecchio per i denti sta a un soffio di vento. E “evoluzione” è un termine che suggerisce un progredire lineare, un’idea ormai utile al massimo ad un calciatore.
Insomma il punto a cui voglio arrivare è che se come dico io (e i mistici di tutto il mondo) la Mente preesiste, è l’eterno incorruttibile materasso su cui sonnecchiamo e ci stupiamo a volte, allora chi è il “nomade psichico”? Se esistesse un oceano infinito chi è che si può dire marinaio?

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I marinai che ho infilato nel mio disco-rso sono:

Chökyi Nyima Rinpoche

 

 

 

 

Pëtr Dem’janovič Uspenskij

 

 

 

 

 

 

 

Carl Gustav Jung

 

 

 

 

 

 

 

 

Philip K. Dick

 

 

 

 

 

 

 

 

Gregory Bateson

 

 

 

 

 

 

 

William Burroughs

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Buon ascolto a chi ascolta, buon proseguimento a chi passa e fila via,
e a tutti quanti, soprattutto, buona fortuna

 

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