JENSEITS – FAITH (the cure 1981) IN SENTITO OMAGGIO

 

Il fascino e l’assoluta unicità dei Cure sono un privilegio per chi ha vissuto la fine del secolo scorso. Per un adolescente italiano si trattava della scoperta di un mondo parallelo fatto di ambigue ed intense atmosfere agrodolci, urbane.
Ricordo quando uscì Disintegration. Negli stabilimenti balneari e in certi bar c’erano ancora i JukeBox, che inevitabilmente offrivano Pictures of You, insieme, poco più avanti, alle gettonate Innuendo e Losing My Religion.

Pictures of You: G5

Ad ogni modo, nell’Italia di fine secolo, secondo me, un quindicenne con gli Iron nel walkman che scopre The Head on the Door è segnato da uno speciale tipo di salvezza e di crescita: oltre a Orietta Berti che si trasforma in Jimi Hendrix, si trattava principalmente del doloroso gusto dell’ambigua, dubbiosa, orgogliosa ‘non omologazione’. Furono i Cure, non la politica o una presa di partito, a farmi rovesciare il tavolo da gioco.
Per quanto mi riguarda quello è stato il seme, ed il presente disco è una cassa di frutta cresciuta dall’albero che ne è nato. Cassa che appoggio davanti alla porta di un possibile ascoltatore. Ma a ben vedere, alla porta di tutti.

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Nel parlato italiano, verso l’inizio del disco, il professor Carlo Sini parla della ‘notte delle vacche nere’ dell’incondivisibile Hegel.

“I live in desertion, and eight million people”

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