THE BEACH HOUSE (SubITA)

Titolo originale: The Beach House
Paese di produzione: Stati Uniti
Anno: 2019
Durata: 88 min
Genere: Horror, Fantascienza, Drammatico
Regia: Jeffrey A. Brown

Sinossi: Emily e Randall, una giovane coppia in crisi, raggiungono una casa sulla costa per trascorrere qualche giorno lontano da tutto. La presenza inattesa di un’altra coppia e una strana nebbia che comincia a invadere la zona trasformano rapidamente la vacanza in qualcosa di molto più inquietante. Il mare sembra nascondere una forma di vita che non ha alcun interesse per l’umanità.

Ci sono film che usano il mare come sfondo e altri che capiscono che il mare è una cosa completamente diversa: un enorme organismo oscuro che abbiamo la presunzione di chiamare paesaggio. The Beach House appartiene alla seconda categoria. All’inizio sembra quasi un piccolo dramma sentimentale da vacanza fuori stagione: Emily e Randall arrivano nella casa di famiglia di lui, portandosi dietro una relazione che sta lentamente marcendo. Lei studia chimica organica e sogna di dedicarsi all’astrobiologia, lui ha mollato l’università e sembra voler galleggiare nell’esistenza senza scegliere una direzione. Poi arrivano Mitch e Jane, ospiti inattesi che conoscono la famiglia di Randall, e la casa comincia a trasformarsi in quello che dovrebbe essere sempre una casa isolata sul mare quando la guardi attraverso gli occhi dell’horror: una trappola. Ma la cosa interessante è che Jeffrey A. Brown non ha fretta di mostrare il mostro. Gli interessa prima costruire una normalità leggermente storta, una situazione nella quale qualcosa non torna ma nessuno sa ancora dire cosa. Una cena, qualche sostanza ingerita, il mare, la nebbia, strani fenomeni sulla spiaggia. Piccole incrinature nella realtà. E proprio perché il film non ti consegna subito una spiegazione, cominci a guardare tutto con sospetto. È una delle vecchie magie del cinema weird: togliere informazioni invece di aggiungerle. Brown arriva dal lavoro di location manager e questa esperienza si sente parecchio. La casa, la scala che scende verso la spiaggia, l’acqua, la nebbia e soprattutto lo spazio esterno non sono semplicemente luoghi nei quali far muovere gli attori. Sono organismi cinematografici. L’ambiente lentamente prende possesso del film.

E qui The Beach House smette di essere una semplice storia di infezione e diventa qualcosa di molto più bastardo. Perché il terrore non arriva davvero da un invasore alieno che piomba dal cielo. Arriva da qualcosa che era già qui. Il film lavora sull’idea dell’evoluzione, della vita estrema, dei microrganismi, di ciò che può esistere sotto la superficie senza che noi ne sappiamo assolutamente nulla. Emily, proprio perché studia la vita e le sue possibilità, è paradossalmente quella che possiede gli strumenti per intuire la mostruosità della situazione. E questo crea un cortocircuito bellissimo: la scienza che dovrebbe permetterci di comprendere il mondo diventa anche la porta attraverso la quale scopriamo quanto poco lo comprendiamo davvero. Il film non ha bisogno del classico mostro con le zanne perché la minaccia è infinitamente più grande: la vita stessa. Una vita che non ci odia, non ci giudica, non vuole conquistarci e non ha nessun bisogno di sapere che esistiamo. Questa è la parte più genuinamente cosmica di The Beach House. L’universo non è cattivo. È semplicemente indifferente. E per l’essere umano questa è forse una prospettiva ancora più difficile da digerire. Noi siamo abituati a pensare che ogni catastrofe debba avere un responsabile, un’intenzione, una causa comprensibile. Qui invece sembra emergere qualcosa che non ha nessuna intenzione di dialogare con noi. Non siamo i protagonisti dell’ecosistema. Siamo soltanto una delle sue possibilità. E forse nemmeno una particolarmente importante. Brown ha dichiarato di voler costruire un horror cosmico moderno partendo dalla tradizione weird e lovecraftiana, ma anche da fantascienza anni Cinquanta e da autori come William Hope Hodgson e J. G. Ballard. E infatti il film funziona meglio quando non cerca di spiegarsi troppo, quando lascia che l’atmosfera mangi la narrazione. Il passaggio dalla spiaggia luminosa al paesaggio malato, dal comfort della casa alla nebbia, dalla curiosità scientifica al disgusto corporeo, è quasi una mutazione davanti ai nostri occhi. Il corpo umano comincia a diventare un territorio estraneo. La pelle, gli occhi, la respirazione, i fluidi, i vermi, le escrescenze: il corpo non è più una casa sicura. È un ambiente biologico nel quale qualcosa può entrare, crescere e trasformarci. Ed è qui che il film sfiora Cronenberg senza cercare semplicemente di copiarlo.

La cosa più inquietante, però, è il rapporto fra interno ed esterno. Brown ha raccontato di voler costruire un film nel quale l’atmosfera finisse letteralmente per divorare il film stesso, e si vede soprattutto nella seconda metà, quando la casa sembra perdere progressivamente la propria funzione di rifugio. Il fuori entra dentro. La nebbia entra nella casa. Il mare entra nei corpi. L’invisibile diventa fisico. E contemporaneamente anche il rapporto fra Emily e Randall si sfalda, come se la crisi sentimentale iniziale fosse una versione minuscola dello stesso processo che sta accadendo al mondo intorno a loro: qualcosa che sembrava stabile era già destinato a cambiare. La relazione, la casa, il corpo, l’ambiente: tutto è provvisorio. Tutto è permeabile. Tutto può essere colonizzato da qualcosa di nuovo. Ed è forse questa la vera idea malata che The Beach House lascia dietro di sé. Noi viviamo come se il mondo fosse una proprietà privata, come se la spiaggia fosse lì per noi, il mare fosse lì per noi, l’aria fosse lì per noi e persino la vita fosse qualcosa che ci appartiene. Poi arriva un organismo che non conosce la parola “umano” e improvvisamente la nostra posizione nella catena delle cose diventa molto meno gloriosa. Il film non è perfetto e in alcuni passaggi si sente che è un’opera prima: la caratterizzazione perde un po’ di forza quando l’orrore esplode, alcune idee restano volutamente nebulose e il finale non consegna tutte le risposte che uno spettatore abituato alla spiegazione potrebbe pretendere. Ma forse è proprio lì che bisogna smettere di chiedere al film di essere più rassicurante. The Beach House non vuole costruire una mitologia completa dell’infezione. Vuole farti sentire piccolo. Vuole trasformare una vacanza al mare in una specie di incubatrice cosmica. E quando finalmente la natura smette di sembrare bella e comincia a sembrare aliena, capisci che il vero mostro non è mai stato nascosto nell’acqua. Era l’idea che l’acqua fosse nostra. Un piccolo horror indipendente, imperfetto ma pieno di atmosfera, che parte come una crisi di coppia e finisce come una crisi dell’intera specie. E quando guardi il mare dopo averlo visto, per qualche minuto viene naturale chiedersi cosa cazzo stia succedendo là sotto.

Condividi il tuo amore
By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

ULTIMI FILM