HELLBENDER (SubITA)

Titolo originale: Hellbender
Paese di produzione: Stati Uniti
Anno: 2021
Durata: 83 min
Genere: Horror, Drammatico
Regia: John Adams, Zelda Adams, Toby Poser

Sinossi: Izzy vive isolata nei boschi insieme alla madre, convinta di soffrire di una rara malattia che le impedisce di frequentare altre persone. L’incontro con una ragazza della sua età incrina le regole che hanno governato la sua esistenza e risveglia qualcosa di oscuro, legato alla storia della sua famiglia.

Ci sono famiglie che tramandano cognomi, ricette, vecchie fotografie e traumi che nessuno ha il coraggio di nominare. E poi ci sono famiglie che si tramandano qualcosa di molto meno presentabile: un’eredità di sangue, potere e appetiti che sarebbe meglio non risvegliare. In Hellbender il segreto familiare non è una metafora da salotto, ma una forza viva, viscerale, capace di trasformare il passaggio dall’adolescenza all’età adulta in una discesa dentro la propria natura più scomoda. Izzy cresce in una casa isolata, circondata dal verde dei boschi, con una madre che le impone regole ferree e le racconta di essere malata. Il mondo esterno è pericoloso, il contatto con gli altri è proibito, la libertà sembra una concessione che non arriverà mai. Eppure, dentro questa prigione apparentemente protettiva, madre e figlia condividono momenti di complicità, dipingono i propri volti, suonano insieme in una band metal e costruiscono un piccolo universo tutto loro. È proprio questa intimità a rendere il rapporto inquietante: non siamo davanti alla solita madre cattiva da horror, né a una ragazza che sogna semplicemente di scappare di casa. Qui l’affetto e il controllo sono intrecciati come radici sotto terra, e distinguere dove finisce l’uno e comincia l’altro diventa sempre più difficile. La madre vuole proteggere Izzy, certo, ma proteggerla significa anche impedirle di scoprire chi è. E quando una persona ti cresce dentro un recinto, convincendoti che fuori c’è il pericolo e dentro c’è la sicurezza, prima o poi devi porti una domanda piuttosto scomoda: mi sta salvando dal mondo oppure mi sta salvando dal mio stesso potere? L’incontro con Amber apre una crepa in questa realtà chiusa. Una ragazza della sua età, una possibilità di amicizia, uno spiraglio verso un’esistenza meno sorvegliata: sembrano cose minuscole, eppure per Izzy hanno la forza di un terremoto. Perché la libertà non comincia necessariamente con una rivoluzione o con una fuga spettacolare. A volte comincia quando scopri che una regola non è una legge della natura, ma soltanto una regola che qualcuno ti ha insegnato a non mettere in discussione.

La stregoneria, in Hellbender, non arriva come un costume da Halloween infilato sopra una storia adolescenziale. È una discendenza, una memoria del corpo, una possibilità che attraversa le generazioni e che la famiglia ha cercato di tenere sotto controllo. Quando Izzy assaggia qualcosa che non avrebbe dovuto assaggiare e il suo rapporto con la vita animale cambia radicalmente, il film abbandona progressivamente la rassicurante idea che crescere significhi diventare una versione più educata e socialmente accettabile di se stessi. La trasformazione è fisica, brutale, affamata. Il corpo non è più soltanto il luogo in cui si subiscono le regole degli adulti: diventa il territorio in cui qualcosa di antico si risveglia e pretende di esistere. Ed è qui che il film si sporca le mani, mettendo in crisi la distinzione tra innocenza e mostruosità. Izzy è una ragazza che vuole conoscere il mondo, ma ciò che scopre dentro di sé non coincide con l’immagine rassicurante della giovane eroina che trova la propria voce e finalmente si libera. La sua emancipazione porta con sé un appetito che non si risolve con una bella chiacchierata, una ribellione simbolica o una playlist alternativa. Il potere ha un prezzo, e la scoperta di sé può significare anche incontrare impulsi che non si lasciano addomesticare. In questo senso, Hellbender tocca un nervo molto più interessante della semplice mitologia delle streghe: cosa succede quando la parte di noi che gli altri hanno cercato di reprimere non è affatto una debolezza, ma una forza? E soprattutto, chi ha deciso che quella forza fosse sbagliata? La risposta non è così semplice, perché il film non trasforma automaticamente la ribellione in una liberazione pura e luminosa. Il controllo materno può essere soffocante, ma la trasmissione del potere non cancella il rischio che quel potere diventi a sua volta dominio. Si può fuggire dalla gabbia e ritrovarsi a costruirne un’altra, magari più grande, magari con le porte aperte, ma pur sempre una gabbia. È il lato oscuro dell’eredità: riceviamo qualcosa da chi ci ha preceduti, ma non siamo obbligati a riprodurlo eternamente. Il problema è che per interrompere una catena devi prima riconoscerla, e spesso la catena porta il volto di qualcuno che ami. La madre non è soltanto l’autorità che impedisce a Izzy di crescere; è anche il legame affettivo che rende la separazione dolorosa, ambigua, quasi innaturale. La maternità diventa così una zona di conflitto tra cura e possesso, protezione e paura di essere sostituiti, amore e incapacità di accettare che il figlio possa diventare qualcosa che non controlliamo più. Nessuno possiede davvero la creatura che ha contribuito a mettere al mondo, ma quanta gente passa la vita a comportarsi come se fosse il contrario?

Dal punto di vista visivo, Hellbender sfrutta il bosco come uno spazio che sembra respirare insieme ai personaggi. Il paesaggio non è un semplice fondale gotico, e la natura non viene trattata come una cartolina da contemplare mentre aspettiamo il prossimo spavento. La vegetazione, la neve, l’acqua e le ombre costruiscono un ambiente concreto e allo stesso tempo straniante, dove il confine tra il quotidiano e il soprannaturale si assottiglia senza bisogno di trasformare ogni inquadratura in un luna park di effetti digitali. Il film nasce dal lavoro della stessa famiglia Adams, che condivide regia, sceneggiatura e altri ruoli creativi: John, Zelda e Toby non stanno semplicemente raccontando una storia di stregoneria, ma costruiscono un piccolo mondo cinematografico secondo una logica indipendente, artigianale, personale. Si sente nella musica, nell’energia ruvida della band, nella fisicità delle interpretazioni e nel modo in cui gli spazi sembrano appartenere davvero a chi li attraversa. Non è un horror industriale che prende una formula collaudata, la lucida e la consegna al pubblico con le istruzioni per l’uso. È un’opera che si concede asperità, stranezze e momenti volutamente sgradevoli, e che proprio attraverso questa imperfezione conserva una sua identità. Certo, non tutto possiede la stessa forza: alcune soluzioni visive possono apparire grezze, il ritmo non punta sempre alla tensione e chi cerca una mitologia spiegata nei minimi dettagli potrebbe desiderare risposte più ordinate. Ma personalmente preferisco un film che rischia di essere ruvido a uno che sembra passato attraverso dieci riunioni di marketing prima di avere il permesso di diventare inquietante. Qui l’orrore non è soltanto ciò che una creatura può fare agli altri; è la possibilità che l’identità che ci hanno consegnato sia incompleta, manipolata, costruita per tenerci docili. E il bosco diventa il luogo in cui quella costruzione perde consistenza, lontano dalle istituzioni, dalle convenzioni e dagli sguardi che stabiliscono come dovremmo comportarci. Non c’è bisogno di trasformare tutto in una teoria complottista per riconoscere un meccanismo fin troppo reale: chi controlla la tua percezione del pericolo può controllare anche il perimetro della tua libertà. Se ti convincono che sei fragile, malato, inadatto al mondo, potresti finire per chiamare protezione la tua stessa segregazione. Ma attenzione, perché Hellbender non dice che ogni limite sia una menzogna o che liberarsi significhi dare libero sfogo a qualsiasi impulso. La sua intuizione più inquietante è un’altra: conoscere se stessi non garantisce di diventare migliori, più buoni o più innocui. Significa assumersi il rischio di scoprire anche ciò che non ci piace. Izzy non trova una verità pulita da appendere alla parete; trova una natura che non può più ignorare, e da quel momento la relazione con sua madre, con gli altri e con il proprio corpo cambia irrimediabilmente. È un coming of age che preferisce il sangue alla morale edificante, il folk horror all’ennesima storia di adolescenti da manuale e la stregoneria come eredità concreta alla magia decorativa. Sotto la superficie c’è una domanda che riguarda tutti, anche chi non ha mai visto una candela rituale o letto un grimorio: quanto di ciò che chiamiamo carattere è davvero nostro, e quanto è stato scolpito dalla paura di deludere chi ci ha cresciuti? Hellbender non offre una risposta rassicurante, ma lascia una sensazione ruvida e vitale, come se crescere non significasse diventare accettabili agli occhi del mondo, bensì smettere di chiedere al mondo il permesso di esistere. E se dentro di noi c’è qualcosa di mostruoso, forse il primo passo non è fingere che non esista. È imparare a guardarlo senza abbassare gli occhi.

 

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By Anam

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