
Titolo originale: La otra forma
Paese di produzione: Colombia, Brasile
Anno: 2022
Durata: 99 min
Genere: Animazione, Fantascienza
Regia: Diego Felipe Guzmán
Sinossi: In un futuro distopico, l’umanità sogna di raggiungere un paradiso artificiale sulla Luna, accessibile soltanto a chi possiede una testa quadrata. Pedro Prensa ha dedicato la propria vita a conformarsi a questo ideale, ma un imprevisto lo costringe a confrontarsi con una forma diversa e con tutto ciò che ha sacrificato per essere accettato.
Ci sono mondi in cui per essere considerati normali devi cambiare te stesso. E poi ci sono mondi in cui devi letteralmente farti schiacciare la testa finché non assume la forma giusta. Benvenuti in The Other Shape, un incubo geometrico che prende una delle ossessioni più antiche dell’umanità, il bisogno di appartenere a qualcosa, e la trasforma in una macchina capace di triturare qualsiasi differenza. Qui il paradiso esiste, o almeno così raccontano: si trova sulla Luna, è artificiale, ordinato, perfetto e soprattutto riservato a chi ha imparato a diventare un quadrato. Non basta desiderarlo, non basta essere una brava persona, non basta nemmeno obbedire. Bisogna modificare la propria forma fino a corrispondere al modello richiesto. Pedro Prensa vive dentro questa ossessione e si sottopone da anni a un processo di squadratura che coinvolge il corpo, il volto e, simbolicamente, ogni angolo della sua esistenza. La sua testa viene compressa da una pressa, perché perfino la carne deve imparare a rispettare le regole della geometria dominante. E la cosa più inquietante è che nessuno sembra trovare assurdo tutto questo. Quando un’intera società considera normale mutilare la propria individualità per ottenere l’accesso a un paradiso, il problema non è più la macchina: è il mondo che l’ha resa indispensabile. Guzmán costruisce una distopia che non ha bisogno di lunghi discorsi, slogan politici o personaggi impegnati a spiegare allo spettatore quanto sia ingiusta la società in cui vivono. Il suo universo parla attraverso forme, oggetti, corpi e movimenti. Tutto tende alla linea retta, all’angolo, alla superficie rigida. Persino gli elementi quotidiani sembrano essere stati progettati da un’autorità che non tollera deviazioni. La curva diventa un’anomalia, il cerchio una minaccia, la differenza qualcosa da correggere. E mentre osserviamo questo assurdo ordine visivo prendere possesso di ogni cosa, cominciamo a riconoscere il nostro mondo. Perché non serve vivere in una colonia lunare per conoscere la pressa: basta crescere dentro una società che ti insegna come vestirti, cosa desiderare, quale lavoro considerare rispettabile, quale corpo esibire e quali pensieri tenere nascosti se non vuoi diventare un problema. La macchina di Pedro è soltanto la versione più onesta e brutale di tutti quei dispositivi sociali che ci modellano mentre ci raccontano che stiamo scegliendo liberamente chi diventare.
La parte più feroce del film è proprio questa: nessuno deve necessariamente trascinarti a forza verso la macchina se sei stato educato a desiderare la trasformazione. Il sistema più efficiente non è quello che ti impedisce di scappare, ma quello che ti convince che la gabbia sia una promozione sociale. Il paradiso lunare diventa il premio definitivo, la promessa di una vita superiore, il luogo in cui finalmente sarai riconosciuto come uno dei giusti. Ma a quale prezzo? Pedro ha investito anni nel tentativo di ottenere quella forma, e quando un incidente lo costringe a rimuovere la pressa, qualcosa nella sua esistenza comincia a incrinarsi. La sua testa non è più soltanto un problema da risolvere: diventa il segno visibile di una possibilità che il sistema non può tollerare, quella di non corrispondere più al modello. La scoperta di una forma diversa mette in crisi non soltanto il suo obiettivo, ma l’intera struttura mentale attraverso cui ha interpretato la realtà. Se hai trascorso la vita a inseguire un ideale, riconoscere che quell’ideale ti ha deformato può essere molto più spaventoso che continuare a soffrire. Almeno prima sapevi cosa fare: obbedire, correggerti, stringere i denti, avanzare verso il premio. Ora, invece, devi affrontare una domanda che nessuna autorità può risolvere al posto tuo: e se non fossi tu a essere sbagliato? E se fosse sbagliata la forma che ti hanno insegnato a desiderare? È una domanda che fa saltare il banco, perché mette in discussione il presupposto fondamentale di ogni sistema fondato sull’omologazione: l’idea che esista una forma corretta alla quale tutti dovrebbero aspirare. La propaganda più potente, in fondo, non è quella che ti ordina di essere uguale agli altri, ma quella che ti convince che la tua differenza sia una vergogna privata. Così inizi a sorvegliarti da solo, a correggerti prima che qualcuno ti rimproveri, a guardare con sospetto chi non partecipa alla corsa verso il modello dominante. Il potere non deve più controllare ogni individuo dall’esterno, perché ogni individuo diventa il custode della propria prigione. E chi si sottrae alla procedura non appare come qualcuno che ha recuperato la libertà, ma come un fallito, un folle, un essere che non ha capito come funziona il mondo. The Other Shape non ha bisogno di nominare istituzioni reali per colpire la logica che le attraversa: una promessa di salvezza, una gerarchia, un ideale di perfezione e una popolazione disposta a sacrificarsi pur di essere ammessa nel recinto dei privilegiati. La Luna, in questo senso, non è soltanto una destinazione fantascientifica. È il paradiso venduto dal potere, il premio che giustifica qualsiasi sofferenza presente. Può chiamarsi successo, rispettabilità, carriera, status o felicità; il meccanismo resta lo stesso quando il prezzo dell’ammissione è rinunciare a una parte essenziale di sé. E attenzione, perché il film non si limita a dire che la società è cattiva e l’individuo è buono. Pedro non è un ribelle già consapevole che aspetta soltanto l’occasione di liberarsi. È un uomo che crede nel sistema, che vuole entrarci, che ha interiorizzato il suo ideale. La sua tragedia nasce proprio da questo: per liberarsi deve mettere in discussione qualcosa che desidera davvero. Non basta abbattere un muro quando hai costruito tutta la tua identità intorno alla promessa che si trova dall’altra parte.
L’aspetto visivo è il cuore pulsante dell’opera. The Other Shape è un lungometraggio d’animazione senza dialoghi, affidato alla composizione delle immagini, ai movimenti e a un disegno sonoro che contribuisce a dare ritmo e consistenza a questo universo allucinato. L’assenza di parole non rende il film vuoto: al contrario, toglie allo spettatore la comodità di ricevere spiegazioni già confezionate e lo costringe a leggere il mondo attraverso la sua struttura visiva. Le geometrie non decorano la storia, sono la storia. La ripetizione dei gesti, le macchine, i corpi deformati e gli ambienti organizzati secondo un ordine ossessivo diventano una lingua che racconta l’ideologia senza bisogno di pronunciarla. La pressione meccanica esercitata sulla testa di Pedro è grottesca, quasi ridicola, ma proprio per questo funziona: rende visibile qualcosa che nella vita quotidiana resta nascosto sotto il linguaggio educato dell’integrazione e del miglioramento personale. Quante volte ci facciamo comprimere per non disturbare? Quante volte trasformiamo un desiderio autentico in una lista di requisiti da soddisfare, sperando che una volta completata la procedura qualcuno ci consegni finalmente il certificato di esistenza? Il film riesce a parlare di tutto questo attraverso un immaginario essenziale, deformato e straniante, senza trasformarsi in un sermone illustrato. Si possono riconoscere echi della fantascienza distopica più classica, da Orwell alle visioni cinematografiche di società alienate, ma Guzmán trova una propria identità nella scelta di affidare il conflitto alla materia stessa delle immagini. Il risultato ha qualcosa di comico e qualcosa di terribile: ridiamo dell’assurdità di un mondo che vuole rendere quadrato ogni essere vivente, poi ci accorgiamo che il meccanismo non è così lontano dalle nostre abitudini. Qualche passaggio può risultare ripetitivo e la narrazione richiede una certa disponibilità a lasciarsi guidare dalle immagini, senza pretendere che ogni simbolo venga tradotto in una spiegazione univoca. Ma questa rigidità fa anche parte dell’esperienza: siamo immersi in un universo che ripete il proprio ordine fino a trasformarlo in ossessione, e la sensazione di soffocamento diventa una componente concreta della visione. La vera alternativa, allora, non consiste semplicemente nel sostituire il quadrato con un’altra forma obbligatoria, perché anche la ribellione può diventare una nuova uniforme quando viene trasformata in un modello da imitare. La libertà comincia quando smettiamo di chiedere quale sia la forma giusta e accettiamo che forse non esiste una forma definitiva. Non siamo prodotti difettosi in attesa di essere corretti da un tecnico, né materiale grezzo che una società illuminata deve rifinire. Siamo creature contraddittorie, curve, irregolari, spesso incomprensibili persino a noi stessi. Ed è proprio questa imprevedibilità a rendere impossibile una perfezione imposta dall’esterno. The Other Shape è una piccola bomba antisistema travestita da favola fantascientifica, un’opera d’animazione che usa la geometria per parlare di obbedienza, identità e paura della diversità. Il suo paradiso è un inferno con una campagna pubblicitaria eccellente; la sua macchina è il sogno di ogni potere che desideri cittadini disciplinati senza doverli costringere continuamente; la sua forma alternativa è il residuo di qualcosa che non è ancora stato completamente addomesticato. E forse è proprio lì che si nasconde la parte più preziosa dell’essere umano: in ciò che continua a sporgere, a deviare, a non combaciare. Non perché ogni anomalia sia automaticamente una verità superiore, ma perché nessun sistema dovrebbe avere il diritto di decidere in anticipo quale forma siamo autorizzati ad assumere. Se per entrare in paradiso devi rinunciare a ciò che ti rende diverso, forse la domanda non è come riuscire a entrare. Forse la domanda è chi abbia avuto la brillante idea di chiamarlo paradiso.

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