WAR PONY (SubENG)

Titolo originale: War Pony
Paese di produzione: Stati Uniti, Regno Unito
Anno: 2022
Durata: 115 min
Genere: Drammatico
Regia: Gina Gammell, Riley Keough

Sinossi: Nella riserva di Pine Ridge, South Dakota, le vite di Bill, giovane padre che cerca disperatamente un modo per tirare avanti, e Matho, appena dodicenne e intrappolato in una famiglia devastata, procedono su binari separati destinati lentamente a incrociarsi. Due ragazzi, due forme diverse di sopravvivenza, dentro una comunità dove il futuro sembra essere sempre qualcosa che appartiene agli altri.

War Pony non è un film che arriva con il megafono in mano a spiegarti la condizione dei nativi americani. E già questo, in un cinema spesso innamorato delle proprie buone intenzioni, è quasi un atto di disobbedienza. Gina Gammell e Riley Keough entrano nella Pine Ridge Reservation senza trasformarla né in un inferno da cartolina né nell’ennesimo museo cinematografico della spiritualità indigena. Ci mettono dentro esseri umani. Ragazzi che cazzeggiano, fumano, scopano, litigano, cercano soldi, combinano cazzate, si prendono cura dei figli quando riescono e li mollano a qualcun altro quando non riescono. Gente che vive. Ed è proprio questa normalità deformata dalla povertà a rendere il film molto più inquietante di qualsiasi dramma costruito a tavolino. Bill ha ventitré anni, due figli e praticamente nessuna prospettiva concreta. La sua grande idea per uscire dal buco è allevare barboncini di razza. Matho ha dodici anni e una casa nella quale il padre rappresenta più una minaccia che una protezione. Quando trova della metanfetamina, la sua mente non registra semplicemente la droga come qualcosa di proibito: registra una possibile forma di economia. È questo il punto feroce di War Pony: quando il mondo ti offre pochissime possibilità, anche l’assurdo può diventare razionale. Un barboncino può sembrare un investimento. Una bustina di meth può sembrare un lavoro. Una macchina scassata può diventare libertà. Un adulto irresponsabile può diventare un modello. E un bambino può trovarsi a fare il commerciante prima ancora di avere imparato davvero cosa significhi essere bambino.

Il film nasce dalla collaborazione con Franklin Sioux Bob e Bill Reddy, membri della comunità di Pine Ridge incontrati da Riley Keough durante le riprese di American Honey, e le loro esperienze sono diventate materia narrativa insieme a Gammell e Keough. Questo elemento è fondamentale perché War Pony non sembra interessato a costruire un’immagine “rappresentativa” dell’America indigena. Non vuole dirci: guardate quanto sono poveri. Vuole piuttosto farci stare lì dentro per un po’. Nei cortili, nelle automobili, nelle case disordinate, nei parcheggi, nei piccoli lavori, nelle conversazioni apparentemente inutili. La macchina da presa segue i personaggi come se fosse un’altra persona della comunità, senza quella frenesia da cinema sociale che deve continuamente sottolineare quanto sia importante ciò che stiamo vedendo. E qui il film diventa stranamente libero. La storia procede per deviazioni, incontri, cazzeggi, piccoli affari, incidenti, desideri sessuali, famiglie sgangherate e improvvise aperture di tenerezza. Bill e Matho non sono due simboli della “questione indigena”. Sono due stronzi, due bambini, due padri, due figli, due esseri umani che cercano di galleggiare. Ed è proprio per questo che il film riesce a parlare anche di qualcosa di molto più universale: la trasmissione della miseria. Non soltanto quella economica, ma quella psicologica. Il padre di Matho gli consegna un mondo nel quale la violenza è già normalizzata, e Matho rischia di trasformarla in linguaggio. Bill invece tenta disperatamente di costruire una propria idea di mascolinità attraverso il denaro, le donne, i figli, il lavoro e la capacità di arrangiarsi. Entrambi sono ragazzi che stanno cercando di diventare uomini senza avere davanti un modello particolarmente convincente di cosa significhi esserlo. E allora inventano. Male, spesso. Ma inventano.

E poi ci sono i bisonti. Appaiono come visioni, quasi fantasmi che attraversano la realtà quotidiana. Sarebbe facilissimo prendere questa componente e trasformarla nella solita minestra New Age sulla connessione ancestrale con la natura. War Pony, fortunatamente, è più interessante di così. Il bisonte sembra appartenere a una zona intermedia dove memoria, identità, territorio e immaginazione si sovrappongono senza bisogno di essere spiegati. È qualcosa che resiste mentre tutto il resto sembra essere stato consumato: la famiglia, il lavoro, il denaro, la dignità, persino l’idea di futuro. Ma il film non si abbandona completamente alla mistica. Anzi, mantiene sempre un piede nel fango. Questa è forse la sua intuizione più bella: il sacro non arriva separato dalla merda quotidiana. Può stare accanto a una macchina vecchia, a una bottiglia, a un bambino che combina un casino, a un uomo che cerca di vendere cuccioli. Non c’è bisogno di purificare la realtà perché possa contenere qualcosa di spirituale. E questa è una cosa che il cinema occidentale dimentica continuamente. War Pony non romanticizza Pine Ridge e non la riduce neppure a un luogo maledetto. Mostra una comunità schiacciata da condizioni storiche ed economiche enormi, ma ancora piena di umorismo, desiderio, sesso, stupidità, affetto, violenza e piccole forme di solidarietà. La macchina sociale può averti già messo ai margini, ma tu continui a vivere come se la vita fosse tua. Ed è qui che il titolo acquista un sapore quasi ironico: il “war pony” non è l’eroe epico che cavalca verso una battaglia gloriosa. È l’animale piccolo che deve imparare a muoversi dentro una guerra che nessuno ha dichiarato ufficialmente, ma che continua a essere combattuta nei corpi, nelle famiglie e nelle possibilità negate. War Pony è un film sporco, malinconico, buffo e stranamente tenero. Non offre redenzioni prefabbricate e non pretende di risolvere nulla. Ti lascia invece con la sensazione più scomoda: che forse sopravvivere, in certi luoghi, sia già una forma clandestina di resistenza.

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By Anam

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