
Titolo originale: Ghost School
Paese di produzione: Pakistan, Arabia Saudita, Germania, Regno Unito
Anno: 2025
Durata: 88 min
Genere: Drammatico, Fantastico
Regia: Seemab Gul
Sinossi: Rabia, una bambina pakistana di dieci anni, scopre che l’unica scuola del suo villaggio è stata chiusa. Gli adulti parlano di jinn e di spiriti che avrebbero infestato l’edificio, ma Rabia non si accontenta delle spiegazioni ricevute e comincia a cercare da sola la verità.
Ghost School parte da una cosa apparentemente semplice: una bambina vuole andare a scuola e la scuola non c’è più. Fine. Solo che gli adulti, quando non vogliono spiegarti qualcosa, hanno un repertorio abbastanza universale: inventano un mostro. Nel villaggio di Rabia il mostro sono i jinn, gli spiriti che avrebbero occupato l’edificio scolastico e trasformato un problema concreto in una storia soprannaturale. Ma Rabia ha dieci anni e possiede quella qualità che gli adulti perdono molto prima di accorgersene: la capacità di continuare a fare domande. Perché? Chi lo ha detto? Dove sta il maestro? Perché la scuola è chiusa? E soprattutto: perché tutti sembrano sapere qualcosa che nessuno vuole raccontarle? Seemab Gul costruisce così un piccolo mistero rurale che lentamente si apre come una cipolla marcia. La bambina attraversa il villaggio, interroga parenti, abitanti, figure di potere e persone che sembrano avere sempre una risposta pronta ma mai quella giusta. La leggenda della scuola infestata diventa allora una specie di cortina fumogena. Dietro il fantasma ci sono la corruzione, l’indifferenza, la burocrazia e un sistema educativo che può tranquillamente lasciare un’intera comunità senza scuola. È interessante perché Gul non ha bisogno di trasformare tutto in un thriller politico urlato. Guarda il problema attraverso gli occhi di una bambina e lascia che sia la sua ostinazione a far saltare lentamente il coperchio.
La cosa più bella di Ghost School è proprio questo cortocircuito tra lo sguardo infantile e il mondo degli adulti. Rabia non possiede gli strumenti teorici per comprendere la corruzione, il potere o le disfunzioni istituzionali, ma possiede qualcosa di molto più pericoloso: non ha ancora imparato a considerare normale l’assurdo. Gli adulti invece sì. Loro hanno imparato a convivere con le cose che non funzionano, a chiamare destino ciò che è negligenza e superstizione ciò che è semplicemente una storia costruita per coprire un’altra storia. Il fantasma diventa quindi una magnifica metafora sociale senza perdere completamente la sua dimensione fiabesca. Gul parte da un fenomeno reale, quello delle cosiddette ghost schools pakistane, scuole che esistono formalmente ma che nella pratica rimangono non operative, e lo trasforma in una favola inquieta. Ma non è una favola dove il bambino ingenuo deve imparare la lezione degli adulti. È esattamente il contrario: sono gli adulti a essere continuamente messi sotto esame dalla curiosità della bambina. E qui il film trova una sua vena quasi anarchica. Rabia non vuole sovvertire il sistema, non ha un programma politico, non vuole diventare un’eroina. Vuole semplicemente sapere. E il semplice atto di voler sapere, in un ambiente dove tutti sembrano avere interesse a mantenere il silenzio, diventa già una forma di ribellione. La superstizione funziona allora su due livelli: è il folklore che dà forma alla paura, ma è anche uno strumento attraverso cui le persone possono evitare di guardare direttamente ciò che hanno davanti agli occhi.
Eppure Ghost School non è soltanto una parabola sociale travestita da storia di fantasmi. C’è qualcosa di più strano nel modo in cui Gul lascia convivere realtà e magia. Il film non ha bisogno di decidere immediatamente se credere ai jinn oppure no, perché il punto non è soltanto stabilire se lo spirito esista. Il punto è capire cosa succede a una comunità quando la paura diventa più convincente della realtà. Ed è qui che il film assume quella tonalità di realismo magico che lo rende interessante anche per chi cerca cinema fuori dal percorso ordinario. Rabia attraversa un mondo nel quale il folklore non è decorazione esotica ma parte del modo con cui le persone interpretano ciò che accade. E più lei cerca una spiegazione razionale, più il film continua a lasciar filtrare qualcosa di ambiguo, quasi onirico. Non tutto deve essere spiegato con il pennarello rosso. Anzi, alcune delle immagini più belle nascono proprio da questa incertezza. La bambina osserva il mondo e noi lo osserviamo insieme a lei, senza possedere necessariamente più informazioni di lei. La regia di Gul trova la sua forza nei momenti quieti, nelle attese, nei percorsi, nei luoghi attraversati da Rabia durante la sua ricerca. Non è un horror costruito per farti saltare sulla sedia: è una fiaba inquieta sul modo in cui paura, potere e ignoranza possono costruire fantasmi molto più efficaci di qualsiasi creatura soprannaturale. E forse la vera domanda del film non è nemmeno “chi ha chiuso la scuola?”, ma “quanto è facile convincere qualcuno che una cosa non può essere cambiata?”. Rabia, con la sua testardaggine quasi comica, risponde nel modo più semplice possibile: continuando a chiedere. E in un mondo pieno di adulti che hanno smesso di farlo, quella piccola domanda può essere già un terremoto.

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