
Titolo originale: Wolf and Sheep
Paese di produzione: Danimarca, Francia, Svezia, Afghanistan
Anno: 2016
Durata: 86 min
Genere: Drammatico
Regia: Shahrbanoo Sadat
Sinossi: In un remoto villaggio sulle montagne dell’Afghanistan, bambini e adulti conducono una vita scandita dalla pastorizia, dalle regole della comunità, dai pettegolezzi e dalle antiche leggende. Tra loro ci sono Qodrat, un ragazzino segnato dalla perdita del padre, e Sediqa, una bambina emarginata dalle altre ragazze. Intorno a loro la realtà quotidiana e il mondo delle fiabe cominciano lentamente a confondersi.
Wolf and Sheep è uno di quei film che sembrano non voler raccontare una storia e proprio per questo finiscono per raccontare qualcosa di molto più grande della solita storia. Shahrbanoo Sadat prende un piccolo villaggio di pastori sulle montagne dell’Afghanistan e lo osserva quasi come se avesse piazzato una macchina da presa in mezzo alla polvere, lasciandola lì per vedere cosa succede. Niente spiegoni, niente personaggi costruiti con il righello, niente Afghanistan trasformato nella solita cartolina cinematografica fatta di guerra, talebani, miseria e gente che corre sotto le bombe. Qui la guerra è quasi fuori campo e proprio questa assenza la rende ancora più inquietante. Perché prima della guerra ci sono le persone. Ci sono i bambini che portano le pecore al pascolo, che giocano, litigano, si prendono per il culo, raccontano storie, imparano a usare le fionde e scoprono molto presto che il mondo degli adulti è un posto nel quale non esiste una vera infanzia. Sadat parte dalla propria esperienza di bambina cresciuta in quella regione e costruisce una specie di memoria collettiva, un film che sta continuamente sul confine tra documentario, finzione e ricordo. Gli interpreti non professionisti contribuiscono enormemente a questa sensazione: non sembrano recitare un Afghanistan, sembrano semplicemente esserci. E questa è una differenza enorme.
Ma il vero colpo di genio arriva quando la realtà comincia a lasciarsi attraversare dalle leggende. Il villaggio è governato da regole concrete e brutali, ma anche da un universo immaginario popolato da lupi, serpenti, fate e creature misteriose. Il Lupo del Kashmir, in particolare, diventa una figura quasi mitologica che emerge dalle storie raccontate dagli abitanti e invade per qualche istante il mondo reale. E qui Wolf and Sheep diventa molto più interessante del semplice ritratto etnografico. Sadat sembra dirci che non esiste una separazione netta tra superstizione e realtà quando vivi in un luogo dove la natura è immensa, la notte è davvero buia e la comunità tramanda oralmente la propria memoria. La fiaba non è evasione: è un altro modo di comprendere il mondo. Le persone raccontano mostri perché hanno bisogno di dare un volto alle cose che non possono controllare. E mentre i bambini ascoltano queste storie, noi vediamo nascere un’altra forma di mostro, molto più concreta: la comunità stessa. Perché il villaggio è una piccola macchina sociale dove tutti osservano tutti, dove la reputazione vale quasi quanto il bestiame, dove una donna viene giudicata per la sua fertilità, dove una bambina può diventare un’emarginata semplicemente perché è diversa, dove un bambino può perdere improvvisamente il proprio posto nel mondo dopo la morte del padre. La crudeltà non arriva necessariamente con un coltello. A volte arriva sotto forma di pettegolezzo, tradizione, superstizione o matrimonio combinato. È il vecchio trucco dell’umanità: chiamare ordine ciò che spesso è soltanto paura organizzata.
E allora il titolo diventa una piccola formula filosofica. Wolf and Sheep non parla soltanto di lupi e pecore. Parla di chi vive dentro una gerarchia e di chi sta sopra, di chi può mordere e di chi deve imparare a non farsi mordere. Ma soprattutto parla di bambini che stanno crescendo dentro un mondo già pieno di regole che non hanno scelto. La cosa sorprendente è che Sadat non trasforma mai queste persone in vittime da compatire. Non c’è il paternalismo occidentale del povero bambino afgano da salvare, ed è una scelta politica molto più radicale di quanto sembri. Questi bambini sono anche stronzi, curiosi, crudeli, divertenti, sessualmente curiosi, fantasiosi, gelosi, teneri. Sono esseri umani. E proprio attraverso la loro normalità il film riesce a mostrarci quanto sia assurdo pensare che esista un solo modo di vivere, un solo modo di crescere, un solo modo di raccontare il mondo. Poi, lentamente, l’orizzonte si incrina. Gli animali vengono divorati, un incidente lascia una ferita irreversibile, le tensioni aumentano e qualcosa di più grande comincia ad avvicinarsi al villaggio. Il film non ha bisogno di trasformarsi in un thriller bellico: basta la sensazione che quel fragile equilibrio possa essere spazzato via da un momento all’altro. Wolf and Sheep è cinema povero soltanto in apparenza. Dentro c’è antropologia, memoria, magia, violenza, infanzia, patriarcato, natura e una domanda enorme nascosta sotto una superficie apparentemente tranquilla: quanto della nostra realtà è davvero realtà e quanto è soltanto la storia che una comunità ha deciso di raccontarsi per poter continuare a vivere? Sadat non dà risposte. Meglio così. Ci lascia in quella montagna, tra le pecore e i lupi, proprio mentre il mondo degli uomini comincia a diventare molto più feroce di qualsiasi fiaba.


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