
Titolo originale: The Plague
Paese di produzione: Stati Uniti
Anno: 2025
Durata: 98 minuti
Genere: Thriller, Drammatico, Psicologico
Regia: Charlie Polinger
Un ragazzo socialmente imbarazzante affronta la spietata gerarchia di un campo estivo di pallanuoto. Durante l’estate, tra rituali di umiliazione, competizione tossica e pressione maschile costante, la sua ansia cresce fino a trasformarsi in un vero e proprio tumulto psicologico, facendo emergere pulsioni oscure e una violenza latente che covava sotto la superficie.
The Plague è un debutto registico che spinge il coming-of-age verso territori inquietanti, trasformando la dinamica di un campo di pallanuoto in un’arena psicologica dominata da paura, conformismo e violenza simbolica. Charlie Polinger costruisce un film che non è horror tradizionale, ma un dramma crudo in cui la minaccia più grande non è una malattia, bensì la pressione sociale e la crudeltà che i ragazzi infliggono ai loro pari.
La potenza del film risiede nella sua capacità di far sentire lo spettatore “dentro” l’esperienza adolescenziale: la confusione di Ben, la costante tensione tra il desiderio di essere accettato e la compassione per Eli, e quel senso di vulnerabilità che ogni spettatore può riconoscere come universale. La narrazione procede in modo che il confine tra gioco e realtà si dissolva, facendo del campo non solo uno spazio fisico ma un ecosistema di gerarchie, rituali e paranoie.
Polinger — ispirato dalle proprie esperienze giovanili — evita la nostalgia consolatoria e punta su una visione più spietata dell’infanzia: qui la “peste” diventa metafora di ogni manuale di esclusione, stigma e isolamento, trasformando i giochi di gruppo in una sorta di liturgia tribale in cui la sopravvivenza sociale è più temuta della sofferenza fisica.
Visivamente il film si distingue per l’uso di pellicola 35 mm e una fotografia che alterna immagini limpide all’aperto e primi piani claustrofobici, amplificando la tensione psicologica e rendendo tangibile il disagio dei protagonisti. Sequenze sott’acqua e in ambienti confinati diventano metafore visive potenti della lotta interiore di Ben e del senso di galleggiamento tra innocenza e brutalità – una dicotomia che appare sempre più disturbante man mano che la storia si sviluppa.
Le performance dei giovani interpreti, in particolare Everett Blunck (Ben) e Kenny Rasmussen (Eli), sono autentiche e disturbanti, capaci di rendere palpabile l’ansia di conformarsi o resistere alla violenza dei pari. Joel Edgerton, nel ruolo dell’unico adulto significativo, aggiunge una presenza matura che però non può fermare la corsa dell’incomprensione e della pressione di gruppo.
La forza di The Plague è proprio la sua ambiguità: non dà risposte facili, non regala redenzioni semplici. Il finale resta aperto, riflettendo la realtà di molti giovani che, pur crescendoci dentro, non trovano spiegazioni nette ai propri traumi adolescenziali. È un film che non consola, ma che ti resta dentro — un teso specchio psicologico della crudeltà che può annidarsi nei rituali sociali più innocenti.
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