
Titolo originale: Buffet Infinity
Titolo internazionale: Buffet Infinity
Paese: Canada
Anno: 2025
Durata: 93 minuti
Genere: Commedia, Horror, Visionario
Regia: Simon Glassman
Sinossi: Nella fittizia Westridge County, una guerra commerciale tra ristoranti locali comincia a trasformarsi in qualcosa di sempre più assurdo e sinistro. Attraverso una delirante sequenza di spot televisivi a basso costo, la concorrenza, il consumo e la fame di successo finiscono per inghiottire un’intera comunità.
Buffet Infinity è uno di quei film che, se provi a raccontarli a qualcuno, rischi di sembrare ubriaco anche se hai bevuto soltanto acqua. “Allora, praticamente è un horror-comedy raccontato attraverso una quantità industriale di pubblicità televisive finte, in cui dei ristoranti si fanno la guerra e il capitalismo comincia lentamente a comportarsi come una creatura lovecraftiana affamata”. Silenzio. Sguardo preoccupato dell’interlocutore. E invece Simon Glassman sa esattamente cosa sta facendo: prendere il linguaggio più stupido, invasivo e quotidiano della nostra civiltà — la pubblicità — e usarlo per costruire un incubo.
Perché il vero colpo di genio di Buffet Infinity è questo: non ti racconta una storia normalmente. Te la vende.
Ogni spot promette qualcosa. Cibo migliore. Prezzi migliori. Una vita migliore. Una macchina migliore. Un’assicurazione migliore. Un materasso migliore. Un’esistenza migliore. E noi siamo qui, nel 2026, dopo aver passato buona parte della nostra vita davanti a schermi che ci promettono continuamente una versione aggiornata di noi stessi acquistabile a rate, quindi forse non dovremmo sorprenderci troppo quando questa macchina pubblicitaria comincia a trasformarsi in un mostro.
Il film prende l’estetica della televisione locale, quella roba apparentemente innocua fatta di jingle idioti, attori improbabili, offerte imperdibili e sorrisi talmente forzati da sembrare minacce, e la spinge lentamente verso l’abisso. La cosa bella è che non lo fa con la pesantezza del film “importante” che ti prende per il colletto e ti urla: ATTENTO, QUESTA È UNA METAFORA DEL CAPITALISMO! No. Buffet Infinity ti mette davanti un panino gigantesco, uno spot idiota e un uomo che cerca disperatamente di convincerti che la sua offerta è quella che cambierà la tua vita. Poi, piano piano, cominci a capire che qualcosa non torna. E quando finalmente ti accorgi che il mondo sta andando a puttane, il film è già molto più avanti di te.
In fondo il consumismo è probabilmente la più riuscita religione mai inventata dall’essere umano. Ha i suoi templi, le sue liturgie, i suoi sacerdoti, i suoi miracoli e soprattutto i suoi fedeli. Non devi credere in Dio: devi soltanto credere che la prossima cosa che comprerai ti renderà finalmente completo. Buffet Infinity prende questa fede moderna e la guarda senza pietà. C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’idea di una società in cui tutto deve crescere continuamente, vendere continuamente, espandersi continuamente. Perché una cosa che deve crescere all’infinito, in un mondo che infinito non è, prima o poi divora qualcosa.
E allora il buffet diventa una metafora quasi perfetta. Il buffet è l’utopia del consumatore: tutto quello che vuoi, quanto ne vuoi, apparentemente senza limiti. Ma l’infinito, quando entra nelle mani dell’uomo, è sempre una pessima idea. Perché noi non sappiamo fermarci davanti a una tavola imbandita. Non sappiamo fermarci davanti a un’offerta. Non sappiamo fermarci davanti alla crescita. Ci hanno insegnato che il limite è un fallimento, quando forse il limite è l’unica cosa che impedisce a una civiltà di trasformarsi in un tumore.
Glassman costruisce così un piccolo universo che sembra nato dall’incrocio tra la televisione americana più squallida degli anni Novanta, l’analog horror, la satira assurda e quella particolare forma di follia che si manifesta quando qualcuno ha un’idea troppo strana per essere accettata da uno studio cinematografico e decide, fortunatamente, di realizzarla lo stesso.
Il risultato non è un film perfetto nel senso tradizionale del termine. E francamente, grazie al cielo. La perfezione è sopravvalutata e spesso mortalmente noiosa. Buffet Infinity è disordinato, ripetitivo quando serve, volutamente stupido e contemporaneamente molto più intelligente di quanto sembri. È un film che gioca continuamente con il cattivo gusto, con l’assurdo e con la sensazione di stare guardando qualcosa che non dovrebbe esistere in quella forma.
Eppure proprio lì trova la sua forza. Perché la nostra realtà è già costruita come Buffet Infinity. Apri YouTube e trovi pubblicità. Accendi la televisione e trovi pubblicità. Entri sui social per parlare con qualcuno e trovi pubblicità. Cerchi informazioni e trovi qualcuno che vuole venderti un corso per diventare la versione definitiva di te stesso. Persino il dissenso viene impacchettato, brandizzato e venduto con il 20% di sconto.
Il film sembra chiedere una cosa molto semplice e molto scomoda: cosa succede quando smettiamo di vedere la pubblicità come uno sfondo e cominciamo a considerarla per ciò che è realmente? Un linguaggio che ci parla continuamente. Che ci dice cosa desiderare. Cosa mangiare. Cosa comprare. Come essere. E soprattutto cosa ci manca.
La risposta di Buffet Infinity è: probabilmente succede qualcosa di terribile.
Ma anche dannatamente divertente.
Perché sotto tutto il caos, gli spot, le rivalità commerciali e le derive sempre più surreali, il film possiede quella rara capacità di ridere del disastro senza fingere che il disastro non esista. È satira, sì, ma non quella satira sterile che si limita a indicare il sistema e dire “guardate quanto è brutto”. Qui il sistema diventa letteralmente un ambiente ostile, una creatura che cresce, si espande e continua a offrirti il dessert.
Ed è forse questa l’immagine più inquietante che Buffet Infinity lascia addosso: non qualcuno che ci costringe con la forza.
Qualcuno che continua a sorriderci. E a offrirci ancora qualcosa. Gratis. Solo per oggi. In quantità illimitata.

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