
Titolo originale: Llueve sobre Babel
Titolo internazionale: Rains Over Babel
Paese: Colombia, Stati Uniti, Spagna
Anno: 2025
Durata: 113 minuti
Genere: Commedia, Drammatico, Fantastico, Fantascienza, Visionario
Regia: Gala del Sol
Sinossi: A Cali, in Colombia, il Babel è un locale notturno che è anche una sorta di purgatorio, governato da La Flaca, una seducente incarnazione della Morte. Qui un’umanità di disadattati, drag queen, peccatori e anime sospese gioca con gli anni della propria vita, mentre storie d’amore, identità, religione e desiderio si intrecciano in un mondo tropicale e retrofuturista.
Rains Over Babel è uno di quei film che sembrano essere stati concepiti alle tre del mattino da qualcuno che aveva appena litigato con Dio, aveva messo su un disco di musica tropicale e aveva deciso che l’Inferno di Dante aveva bisogno di neon, drag queen, demoni sexy e una salamandra parlante. E la cosa meravigliosa è che Gala del Sol non sembra avere nessuna intenzione di chiedere scusa per questa follia. Prende Cali, il realismo magico latinoamericano, la Divina Commedia, il noir, il punk queer, la mitologia religiosa e un immaginario retrofuturista tropicale e li getta tutti nello stesso frullatore. Poi accende il frullatore. E noi beviamo. Il risultato è un film sbilenco, coloratissimo, erotico, barocco e deliberatamente eccessivo, che a tratti sembra sul punto di esplodere sotto il peso delle proprie idee. Ma proprio per questo possiede quella cosa rarissima che non si può insegnare a una scuola di cinema: una personalità. Babel è un bar, ma naturalmente non è soltanto un bar. È una soglia. Un luogo dove vivi e morti si incontrano, dove La Flaca — la Morte — gioca a carte con le anime e dove gli esseri umani possono letteralmente scommettere anni della propria esistenza. E qui la vecchia domanda filosofica torna fuori dalla tomba con una birra in mano: quanto vale davvero la vita? Perché noi passiamo l’esistenza a comportarci come se avessimo tempo infinito. Vendiamo ore per soldi, soldi per oggetti, oggetti per status, status per approvazione e poi improvvisamente ci accorgiamo che abbiamo consumato proprio quella cosa che nessuno può ricomprare: il tempo. Rains Over Babel prende questa assurdità e la trasforma in un gioco d’azzardo. Puoi giocarti gli anni della tua vita. Meraviglioso. Finalmente il capitalismo ha trovato la sua metafora definitiva: non basta perdere denaro, puoi direttamente perdere te stesso.
Il film è profondamente debitore dell’Inferno dantesco, ma invece di trasformarlo in una lezione scolastica sulla morale medievale lo smonta e lo ricostruisce come una specie di nightclub metafisico. Dante diventa qualcosa di completamente diverso, la Morte è una donna che può essere seducente, ironica e terrificante contemporaneamente, il Diavolo gestisce il bar e gli abitanti dell’aldilà non sembrano particolarmente interessati a pentirsi. E qui arriva una delle intuizioni più interessanti del film: forse l’Inferno non è un posto dove Dio ti manda perché sei stato cattivo. Forse è il posto in cui continui a essere prigioniero delle cose che non hai avuto il coraggio di vivere. Ed è una differenza enorme. Perché Rains Over Babel non è interessato a giudicare i suoi personaggi. È interessato a liberarli. E soprattutto a chiedersi chi abbia stabilito le regole secondo cui certe vite sarebbero più accettabili di altre. Jacob è il figlio di un pastore e sogna di esibirsi come drag queen. Una frase del genere, in un altro film, potrebbe trasformarsi immediatamente nella solita storia edificante sul coming out, completa di lacrime, riconciliazione e musica emotiva. Qui invece la questione è molto più sporca. Perché la religione, la famiglia e la sessualità non sono tre scatole separate. Sono tre forze che possono entrare nella stessa stanza e cominciare a tirare una persona in direzioni opposte. E il corpo, poveraccio, deve decidere da solo dove andare. Il film sembra dire una cosa semplicissima: forse il peccato più grande non è desiderare ciò che la società considera sbagliato. È passare tutta la vita a fingere di non desiderarlo.
Ed è qui che il film diventa anarchico nel modo più interessante. Non perché faccia il ribelle con la cresta e il dito medio alzato, ma perché mette in discussione l’idea stessa di autorità morale. Chi decide cosa è normale? Chi decide cosa è sacro? Chi decide chi può amare chi? Chi decide quale corpo è rispettabile e quale deve essere nascosto? In Babel, queste categorie sembrano essersi sciolte insieme al ghiaccio nei bicchieri. Drag queen, spiriti, amanti, peccatori, demoni e disadattati condividono lo stesso spazio. Non perché il film voglia costruire un’utopia zuccherosa, ma perché ha capito una cosa molto più interessante: gli emarginati non hanno bisogno di essere perfetti per meritare di esistere. Questa è una distinzione fondamentale. Il cinema contemporaneo a volte sembra voler trasformare ogni minoranza in un piccolo esercito di santi impeccabili. Rains Over Babel fa l’opposto. I suoi personaggi sono erotici, arrabbiati, contraddittori, stupidi, teneri, egoisti, generosi, feriti. In altre parole: umani. E questa umanità è molto più sovversiva della perfezione. Visivamente, poi, Gala del Sol sembra divertirsi come una bambina lasciata sola in un negozio di giocattoli. Neon, colori saturi, costumi, trucco, atmosfere da sogno tropicale, elementi fantastici e suggestioni cyberpunk convivono in una città che sembra appartenere contemporaneamente al passato e a un futuro che non è mai arrivato. È un mondo retrofuturista povero, sensuale e sporco, lontanissimo dall’immaginario sterile della fantascienza patinata. Qui il futuro sembra essere stato costruito con quello che c’era sul tavolo. Ed è molto più interessante così. C’è qualcosa di profondamente latinoamericano in questa capacità di far convivere il sacro e il profano, la morte e la festa, il dolore e il desiderio senza sentire il bisogno di scegliere da che parte stare. Si può piangere e ballare nella stessa stanza. Si può parlare della morte mentre qualcuno si esibisce. Si può avere paura e continuare a desiderare. La vita è proprio questa roba qui: un casino.
E però, attenzione, perché Rains Over Babel non è innocente. Il suo più grande pregio è anche il suo più grande difetto. Gala del Sol ha talmente tante idee che ogni tanto sembra volerle infilare tutte dentro lo stesso film prima che scappino. Ci sono parecchi personaggi, sottotrame, simboli, riferimenti mitologici, questioni politiche e identitarie. Alcuni fili sono magnifici, altri sembrano chiedere un film tutto loro. A tratti la narrazione si fa labirintica e il film sembra perdere un po’ della forza emotiva proprio mentre aumenta quella immaginifica. È il classico problema delle opere con un universo troppo grande per il proprio contenitore: quando hai costruito un mondo così interessante, vorresti mostrare tutto. Ma non tutto ciò che hai immaginato deve necessariamente entrare nel montaggio finale. Eppure sarebbe un errore giudicarlo con il metro della perfezione narrativa. Rains Over Babel non vuole essere una macchina narrativa oliata. Vuole essere un luogo. Vuole che tu entri nel Babel e ci rimanga abbastanza da respirarne l’aria. E quando un film riesce a costruire un luogo che sembra continuare a esistere anche fuori dall’inquadratura, ha già vinto qualcosa di importante. Non è un caso che il progetto sia concepito come parte di un universo più ampio, “The City of Maya”: qui si percepisce davvero la sensazione di stare guardando soltanto una finestra su un mondo molto più grande.
E poi c’è La Flaca. La Morte. Bellissima, elegante, sensuale, terribile. Ma soprattutto libera. È forse il personaggio che riassume meglio la filosofia del film. La Morte non viene trattata come il grande nemico. È semplicemente lì. Fa il suo lavoro. Gioca. Aspetta. Contratta. E intanto gli esseri umani continuano a cercare di fregare il destino, come fanno da quando hanno scoperto di essere mortali. È quasi tenero. Noi sappiamo perfettamente come finisce la partita e continuiamo comunque a giocare come se potessimo vincere. Forse è questa la più grande follia umana. E forse anche la più bella. Perché se sapessimo con certezza che ogni partita è già persa, probabilmente smetteremmo di giocare. Invece continuiamo a ballare. A innamorarci. A fare casino. A inventare identità. A cercare un posto dove sentirci a casa. A giocare con la Morte sapendo benissimo che prima o poi ci presenterà il conto. Rains Over Babel, in fondo, è un film sulla possibilità di vivere prima di morire. Sembra banale, ma quasi nessuno lo fa davvero. Ci comportiamo come se la vita fosse una preparazione alla vita. Prima devo sistemare questo. Prima devo guadagnare quello. Prima devo diventare qualcuno. Prima devo essere accettato. Prima devo essere normale. Prima devo avere il permesso. E intanto gli anni passano. La Flaca prende le carte. E il banco continua a vincere.
Ecco perché questo piccolo delirio tropicale merita attenzione. Non perché sia perfetto — non lo è affatto — e nemmeno perché ogni sua scelta funzioni. Ma perché ha il coraggio di essere strano in un’epoca in cui anche la stranezza viene spesso confezionata secondo formule precise. Rains Over Babel invece sembra davvero nato da una fantasia che non ha chiesto il permesso a nessuno. È queer senza trasformare l’identità in una lezione, politico senza diventare un comizio, fantastico senza voler spiegare ogni cazzo di cosa, filosofico senza mettersi la barba finta di Nietzsche. E soprattutto è innamorato dei suoi disadattati. Non vuole salvarli. Vuole vederli vivere. Ed è una differenza enorme. Perché forse il vero atto sovversivo non è cambiare il mondo. È smettere di chiedere al mondo il permesso di essere ciò che sei. Alla fine Babel resta lì, sotto la pioggia, come una specie di stazione di confine tra questa vita e quella dopo. E forse il suo messaggio più bello è anche il più semplice: nessuno sa quanto tempo gli resta. Quindi smettiamola, almeno per qualche minuto, di vivere come se fossimo eterni. La Morte ci aspetta comunque. Tanto vale arrivarci dopo aver ballato.

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