
Titolo originale: Los hiperbóreos
Titolo internazionale: The Hyperboreans
Paese: Cile
Anno: 2024
Durata: 71 minuti
Genere: Animazione, Drammatico, Fantastico, Esoterico, Psicologico, Visionario
Regia: Joaquín Cociña, Cristóbal León
Sinossi: Antonia, attrice e psicologa, decide di trasformare in un film la storia nata dalla voce nella mente di un suo paziente. Coinvolgendo i registi León e Cociña, si ritrova però intrappolata in un universo di mondi paralleli, marionette, fantasmi e ossessioni, perseguitata dall’ombra dello scrittore cileno Miguel Serrano.
Los hiperbóreos è il genere di film che ti fa immediatamente capire una cosa fondamentale: qui qualcuno ha buttato il manuale del cinema dalla finestra, gli ha dato fuoco e probabilmente ha usato le ceneri per costruire una marionetta. E meno male. Perché Joaquín Cociña e Cristóbal León non sembrano minimamente interessati a raccontarti una storia nel modo in cui siamo stati educati a pretendere che una storia venga raccontata. Causa, effetto, personaggio, obiettivo, conflitto, soluzione. Tutta quella rassicurante catena di montaggio narrativa che permette allo spettatore di sentirsi intelligente perché riesce a capire cosa sta succedendo. No. Los hiperbóreos ti prende per mano e ti accompagna dentro un sogno febbrile in cui il cinema, il teatro, la stop-motion, la storia politica, l’esoterismo, la psichiatria e il delirio cominciano lentamente a divorarsi a vicenda. E quando finalmente pensi di aver capito dove ti trovi, probabilmente sei già da un’altra parte. Il punto di partenza è già meravigliosamente pericoloso: una voce nella mente di un paziente. Un testo che sembra arrivare da qualche luogo indefinibile. Un film da realizzare. E poi Miguel Serrano, figura realmente esistita e profondamente controversa della storia cilena, scrittore e propagatore di idee esoteriche legate al neonazismo, che qui diventa qualcosa di molto più simile a un fantasma concettuale che continua a infestare il presente. Ed è proprio qui che Los hiperbóreos diventa molto più interessante di un semplice esercizio surrealista. Perché il film non tratta la storia come una cosa morta. La storia, in questo cinema, non sta dentro i libri. Non è una successione ordinata di eventi con le date scritte sotto. La storia è una creatura sotterranea. Vive nelle stanze. Si infila nelle famiglie. Sopravvive nei simboli, nei miti, nelle ideologie, nelle fantasie collettive. E soprattutto ritorna quando pensiamo di averla sepolta. Gli esseri umani hanno questa buffa abitudine: costruiscono un mostro, lo condannano ufficialmente, lo archiviano in un museo e poi, qualche generazione dopo, ricominciano lentamente a cercare gli stessi pezzi per costruirne uno nuovo. Cambia il linguaggio, cambia il logo, cambia il taglio della giacca. Ma la macchina mentale è sempre lì, pronta a ripartire. Los hiperbóreos sembra guardare proprio dentro questa macchina. Solo che invece di costruire un film politico tradizionale, con la solita voce grave che spiega agli spettatori cosa devono pensare, Cociña e León trasformano tutto in una specie di seduta spiritica cinematografica.
La domanda non è semplicemente: chi era Miguel Serrano? La domanda diventa: cosa succede quando una figura del passato continua a vivere nelle immagini? Cosa succede quando il cinema decide di evocare qualcosa? E soprattutto: chi controlla davvero l’evocazione? Perché Antonia, progressivamente, non sembra più soltanto una donna che sta interpretando una storia. La storia comincia a interpretare lei. Ed eccoci davanti a uno dei territori più inquietanti del film: l’identità. Siamo abituati a pensare di possederne una. Io sono questo. Tu sei quello. Questa è la mia storia. Questi sono i miei ricordi. Questo è il mio volto. Poi arriva un film come Los hiperbóreos e ti ricorda che forse sei soltanto un insieme temporaneo di racconti che hai accettato di considerare veri. Una famiglia ti racconta chi sei. Una nazione ti racconta chi sei. Una scuola ti racconta chi sei. Una religione, un’ideologia, una cultura, una pubblicità, un algoritmo: tutti ti raccontano continuamente chi dovresti essere. Alla fine della giornata, forse, la nostra identità è semplicemente il risultato della voce che abbiamo lasciato parlare più forte dentro la nostra testa. E qui il film diventa quasi perversamente geniale: una voce entra nella mente di qualcuno e genera un racconto. Ma non è forse quello che succede continuamente anche a noi? Quante delle nostre idee sono davvero nostre? Quante sono soltanto fantasmi che hanno trovato una nuova bocca? La forma visiva scelta da Cociña e León è perfetta per questa operazione. Marionette, corpi artificiali, scenografie palesemente costruite, animazione stop-motion e azione dal vivo convivono senza preoccuparsi troppo di sembrare naturali. Anzi. Il punto è proprio che nulla deve sembrare completamente naturale. Perché il cinema stesso è una manipolazione. Una marionetta è onesta: non finge di muoversi da sola. Un attore, invece, può farti dimenticare che sta recitando. Un film può farti dimenticare che stai guardando immagini costruite. Una storia può farti dimenticare che qualcuno ha scelto quali fatti mostrare e quali lasciare fuori. Ed ecco che Los hiperbóreos, sotto tutta la sua follia visiva, sembra continuamente giocare con questa consapevolezza: stai guardando qualcosa di falso che parla di cose vere. O forse il contrario. La cosa più bella è che il film non cerca mai di rendere l’esperienza comoda. A volte è esilarante, a volte inquietante, a volte sembra di assistere a una conferenza filosofica organizzata da un gruppo di goblin dopo aver bevuto troppi caffè. E sì, può essere anche stancante. Non è un film che vuole conquistare tutti. Alcuni momenti sembrano deliberatamente costruiti per mettere alla prova la tua disponibilità ad abbandonare il bisogno di controllo. Se hai bisogno di sapere sempre cosa significa ogni cosa, Los hiperbóreos potrebbe diventare una tortura tibetana di 71 minuti. Ma forse il problema non è il film. Forse siamo noi che abbiamo sviluppato una dipendenza patologica dalla spiegazione. Vogliamo sapere cosa significa. Vogliamo sapere chi è il cattivo. Vogliamo sapere dove stiamo andando. Vogliamo il colpo di scena al minuto giusto e la morale alla fine. Questo film invece sembra risponderti: arrangiati. Ed è una risposta meravigliosamente anarchica. Perché non tutto deve essere immediatamente tradotto in una lezione. Non tutto deve diventare un contenuto. Non tutto deve essere ridotto a una frase da condividere sotto un’immagine con un tramonto. Esistono opere che devono restare aperte. Come porte. O come ferite.
Los hiperbóreos è anche un film sul potere delle immagini di continuare a dare vita a ciò che dovrebbe essere morto. E questa è una cosa che il cinema conosce benissimo. Filmare qualcuno significa, in un certo senso, impedirgli di scomparire completamente. Una persona muore, ma il suo volto continua a muoversi sullo schermo. La morte perde il monopolio. E allora cosa facciamo con le immagini delle persone sbagliate? Le cancelliamo? Le conserviamo? Le trasformiamo? Le combattiamo? Il film sembra suggerire che ignorare i fantasmi non sia sufficiente. Bisogna guardarli. Ma guardarli non significa amarli, né riabilitarli. Significa capire perché continuano a tornare. Perché un’idea pericolosa non muore quando viene dichiarata morta. Muore soltanto quando smette di trovare corpi disposti a ospitarla. E forse questa è la parte più politica e più inquietante di Los hiperbóreos. Il male non viene rappresentato come una creatura esterna, separata, facilmente riconoscibile. Non arriva con una musica minacciosa e un cartello che dice ATTENZIONE: IDEOLOGIA MALVAGIA IN ARRIVO. Il male arriva attraverso le storie. Attraverso le immagini. Attraverso le parole. Attraverso la fascinazione. Ed è proprio per questo che bisogna imparare a guardarlo senza diventare suoi spettatori passivi. Cociña e León costruiscono così un’opera strana, imperfetta, provocatoria e spesso volutamente destabilizzante. Un film che sembra provenire da un universo parallelo in cui Jan Švankmajer, David Lynch e un gruppo di artisti cileni abbiano deciso di scavare insieme sotto la superficie della storia nazionale fino a trovare qualcosa che respirava ancora. Non tutto funziona con la stessa forza. Alcuni passaggi possono apparire più autoreferenziali, altri rischiano di trasformare il labirinto in un esercizio di puro labirinto. Ma la cosa fondamentale è che Los hiperbóreos possiede qualcosa che troppo cinema contemporaneo ha completamente perso: un’identità. Non somiglia a cento altre cose. Non sembra progettato da un algoritmo che ha studiato cosa piace al pubblico. Non ti chiede di amarlo. Ti chiede di entrarci. E una volta entrato, buona fortuna a trovare l’uscita. Perché alla fine Los hiperbóreos parla forse proprio di questo: delle idee che continuiamo a credere di controllare, dei fantasmi che pensiamo di aver sconfitto e delle storie che raccontiamo senza accorgerci che, lentamente, hanno iniziato a raccontare noi. E magari il cinema migliore è proprio quello che, quando finisce, non ti lascia una risposta. Ti lascia una voce. E per un po’ non sei più sicuro se quella voce sia tua.





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