
Titolo originale: Endless Cookie
Paese di produzione: Canada
Anno: 2025
Durata: 97 minuti
Genere: Animazione, Documentario, Grottesco, Sperimentale
Regia: Peter Scriver, Seth Scriver
Sinossi:
Attraverso un processo creativo durato nove anni, il regista e animatore di Toronto Seth Scriver e suo fratellastro maggiore Pete Scriver, nativo Cree e in passato capo e magistrato della remota riserva di Shamattawa nel Manitoba, registrano al microfono una serie di storie orali sulla propria famiglia. Il documentario animato segue il filo di sette racconti originari che spaziano dalla Toronto sotterranea degli anni Ottanta fino alla quotidianità isolata della riserva nel profondo nord canadese. Il flusso dei ricordi di Pete — che include bizzarri furti di polli, incontri ravvicinati con i Sasquatch, incidenti con trappole per castori e orsi adagiati sui divani di una discarica — viene continuamente interrotto, dirottato e sabotato dal caos ordinario dell’ambiente circostante: l’incursione di nove figli, lo sfrecciare di dieci cani, lo scarico di un water e il ronzio pervasivo dei media.
Recensione:
Esistono opere che rifiutano categoricamente la grammatica industriale del documentario per farsi canali di una memoria psichica, ancestrale e non lineare. Endless Cookie si posiziona esattamente in questo territorio liminale: non è una semplice biografia familiare e nemmeno un compendio di aneddoti folkloristici, ma un vero e proprio rituale di resistenza ontologica e decostruzione del trauma coloniale attraverso l’uso del grottesco e dell’assurdo. La pellicola, premiata al Festival di Annecy e a DOK Leipzig, dissolve il concetto stesso di “cronologia” per svelare la struttura profonda di una ferita sociale mai rimarginata.
Il nucleo simbolico del film si manifesta fin dai primi minuti, quando la distanza geografica tra la metropoli di Toronto e la riserva di Shamattawa viene visualizzata su un mappamondo digitale: l’etichetta post-coloniale “Dominion of Canada” viene letteralmente strappata via per rivelare la realtà geobiologica ed esistenziale sottostante. Il titolo stesso è una dichiarazione metafisica pronunciata nel testo: il passato non è una linea retta da archiviare, ma un “biscotto infinito”, una materia circolare che si mastica e si reinterpreta all’infinito, dove ogni frammento contiene la totalità dell’esperienza vissuta e del rimosso collettivo.
L’animazione di Seth Scriver — volutamente grezza, fluida e psichedelica, figlia di un’estetica underground e lo-fi che ricorda le deformazioni del fumetto marginale — non serve a decorare le parole del fratello Pete, ma ne traduce l’inconscio. I corpi si flettono, i volti si scompongono e la realtà fisica muta costantemente per riflettere lo stato di isolamento e la pressione psicosociale di una comunità First Nations esposta alle frange estreme del capitalismo e della segregazione geografica. I racconti di Pete (dall’assurdità burocratica della polizia locale alle visioni di civette bianche e creature boschive) si strutturano secondo una logica associativa e poetica che sabota i canoni occidentali della narrazione centralizzata.
Da una prospettiva sociologica e anti-istituzionale, Endless Cookie è un atto d’accusa radicale e privo di paternalismo. Il potere repressivo dello Stato, incarnato dalla presenza opaca e sistematicamente razzista della Royal Canadian Mounted Police (RCMP), viene destrutturato attraverso una satira affilata. La traumatica eredità delle residential schools e gli espropri terrieri non vengono trattati con il pietismo sterile dei media mainstream, ma con un’ironia amara che agisce come uno scudo spirituale e uno strumento di sopravvivenza psichica. Il film mostra come l’apparato coloniale cerchi di recintare l’identità nativa dentro logiche poliziesche e assistenziali, e come la comunità risponda riappropriandosi della propria cosmologia attraverso il caos ordinario, la genitorialità espansa e la persistenza della parola.
La struttura profonda dell’opera vive di interruzioni. Il tentativo di registrare un trauma — come il macabro e grottesco incidente con una trappola per castori — viene continuamente violato dal quotidiano: un bambino che urla, un cane che abbaia, il rumore di un elettrodomestico. Questa frammentazione cessa di essere un limite tecnico per farsi architettura concettuale: la verità non risiede nel monologo pulito e istituzionale, ma nell’interferenza, nel rumore di fondo della vita che resiste alla catalogazione. L’edificazione di un tepee, che ritorna come motivo visivo e rituale nel corso della pellicola, simboleggia la ricostruzione di uno spazio sacro e autonomo, un centro psichico protetto dalle perturbazioni esterne e dalle frequenze distorcenti della modernità.
Sotto la superficie di una commedia surreale e sgangherata, i fratelli Scriver espongono una profonda riflessione sull’alienazione e sulla perdita. Endless Cookie dimostra che la memoria non può essere addomesticata e che il recupero dell’identità personale e politica passa necessariamente attraverso l’accettazione del proprio labirinto familiare, delle ombre collettive e dell’assurdità del reale. Un’opera profondamente politica e metafisica, che usa il disegno animato come grimaldello per scardinare la narrazione egemone e restituire al tempo la sua natura di eterno, indistruttibile ritorno.
