
Titolo originale: Rękopis znaleziony w Saragossie
Paese di produzione: Polonia
Anno: 1965
Durata: 182 minuti (versione integrale restaurata)
Genere: Fantastico, Grottesco, Drammatico, Visionario
Regia: Wojciech Jerzy Has
Sinossi: Durante l’assedio di Saragozza in epoca napoleonica, due soldati di fronti opposti rinvengono un misterioso e antico manoscritto. Sfogliandolo, uno di essi scopre la storia del suo stesso antenato, Alfons van Worden, un capitano delle guardie vallone che nel 1739 attraversa la desolata e spettrale Sierra Morena in Spagna. Qui, van Worden viene attratto in un labirinto geografico, temporale e psichico: incontra principesse musulmane che sostengono di essere sue cugine e che lo iniziano a rituali erotici, si risveglia sistematicamente ai piedi di un patibolo tra i corpi di due impiccati, affronta inquisitori, cabalisti, matematici e banditi. Ogni personaggio incrociato inizia a raccontare una storia che ne contiene un’altra, e poi un’altra ancora, disfacendo la linearità del tempo e della coscienza del protagonista in una spirale ipnotica senza apparente fine.
Recensione
Entrare nelle maglie visive di Rękopis znaleziony w Saragossie significa sottoporsi coscientemente a un esperimento di destrutturazione dell’Io. Wojciech Jerzy Has, traducendo l’omonimo capolavoro letterario settecentesco del conte Jan Potocki (Medlová, 2020), non si limita a impaginare un racconto d’avventure picaresche, ma erige un immenso dispositivo esoterico-iniziatico sotto forma di labirinto cinematografico a incastro. La celebre struttura a “scatole cinesi” (o mise en abyme) cessa di essere un mero virtuosismo narrativo per farsi architettura ontologica: la realtà non è che un velo stratificato, un’illusione ottica e metafisica dove ogni frammento di verità rimanda a un ulteriore enigma nascosto (Luchoomun, 2012).
Il film pulsa come un riflesso geometrico dell’inconscio sociale del suo tempo, ma le sue radici affondano nei recessi dei grandi miti spirituali e alchemici. Il viaggio del capitano Alfons van Worden (interpretato da uno straordinario e volutamente legnoso Zbigniew Cybulski) attraverso la Sierra Morena è la rappresentazione letterale della Nigredo alchemica: la discesa nell’oscurità della materia, l’attraversamento di una terra desolata e popolata da spettri dove le vecchie certezze dell’Illuminismo e del dogmatismo militare crollano sotto i colpi del perturbante. Van Worden incarna la psiche iper-razionale, rigida, burocratizzata dell’uomo occidentale, formata dal giuramento e dal codice d’onore. La Sierra Morena, al contrario, agisce come una zona franca della realtà, un territorio di sradicamento geobiologico in cui lo spazio si flette e il tempo si dilata secondo una causalità non lineare (Teasdale, 2022).
Il sistematico risveglio del protagonista sotto il patibolo dei fratelli Zoto, circondato da teschi e corpi in decomposizione, assume la valenza di un eterno ritorno rituale. Non c’è evoluzione cronologica, ma una stasi trasformativa: l’Io deve morire ripetutamente per comprendere l’illusorietà delle sue barriere identitarie. Le due principesse moresche, Emina e Zibelda, che appaiono e scompaiono offrendogli coppe di vino da un calice ricavato da un cranio umano, non sono semplici tentazioni carnali; sono figure archetipiche dell’Anima junghiana e custodi di una Gnosi sotterranea, eretica e pre-cristiana, che destabilizza l’ordine patriarcale e teologico difeso con ferocia dall’Inquisizione spagnola.
L’apparato formale orchestrato da Has è ipnotico: la fotografia in bianco e nero in formato Scope di Mieczysław Jahoda schiaccia i personaggi contro scenografie brulle e rocce dalle forme antropomorfe, creando una costante sensazione di oppressione claustrofobica pur in mezzo a spazi aperti. A cementare questa atmosfera di freddo delirio è il commento sonoro d’avanguardia di Krzysztof Penderecki, che infarcisce il film di stridori elettronici, cluster d’archi e sibili metallici (Medlová, 2020), privando lo spettatore di qualsiasi punto di riferimento emotivo industriale o rassicurante.
Sul piano sociologico e politico, Il manoscritto trovato a Saragozza rivela una profonda tensione anti-istituzionale. Il potere – sia esso quello dogmatico e repressivo della Chiesa cattolica incarnato dagli inquisitori, o quello logico-matematico del filosofo razionalista – viene mostrato come un disperato tentativo umano di catalogare e recintare l’Inconoscibile. Il labirinto di storie sabota dall’interno qualsiasi narrazione totalizzante, centralizzata e manipolatoria: non esiste un Grande Architetto visibile, ma un pullulare di micro-narrazioni che si autogenerano, rendendo impossibile la distinzione tra il manipolatore e il manipolato. La mente si ritrova prigioniera di una struttura di controllo invisibile che si nutre delle nostre stesse proiezioni e paure collettive.
In questo capolavoro underground e visionario, tanto amato da Luis Buñuel, David Lynch e Martin Scorsese (Kosińska-Krippner, 2000), Has lancia una sfida metafisica radicale. Se la realtà è un testo scritto da altri, un manoscritto il cui autore originario è perennemente assente, allora l’atto del vivere si riduce a una continua interpretazione di segni. Un’opera monumentale che destabilizza la percezione ordinaria e costringe a chiederci se il patibolo sotto cui ci svegliamo ogni mattina sia reale o soltanto la scenografia della nostra sonnolenza spirituale.
