PANOPTICON (SubENG)

Titolo originale: Panoptikoni
Titolo internazionale: Panopticon
Paese: Georgia, Francia, Italia, Romania
Anno: 2024
Durata: 95 minuti
Genere: Drammatico
Regia: George Sikharulidze

SINOSSI

Un adolescente introverso il cui padre si unisce a un monastero fa amicizia con un attivista di destra, navigando tra sessualità e amicizia in mezzo allo scontro tra valori religiosi e progresso nella Georgia post-sovietica.

RECENSIONE

Panopticon è uno di quei film che prendono un concetto filosofico enorme e pericoloso — quello del controllo attraverso lo sguardo — e cercano di farlo precipitare dentro il corpo fragile di un ragazzo. George Sikharulidze non costruisce semplicemente un coming of age, ma mette in scena una vera e propria educazione alla sorveglianza. Sandro vive infatti in un mondo nel quale essere osservati non è soltanto una condizione sociale: è qualcosa che lentamente entra nella mente, diventa coscienza, vergogna, paura e infine autocensura. Il padre che parte per il monastero, Dio che osserva dall’alto, la comunità, gli amici, la famiglia, il desiderio sessuale e perfino il proprio corpo diventano altrettante telecamere puntate su di lui.

Ed è proprio qui che il titolo smette di essere una semplice citazione colta. Il Panopticon non è soltanto una struttura esterna. Non serve necessariamente qualcuno dietro una finestra a controllarti: basta convincerti che qualcuno potrebbe guardarti in qualsiasi momento. Da quel momento inizierai a controllarti da solo. Panopticon lavora su questa intuizione trasformando l’adolescenza in uno spazio di sorveglianza invisibile, dove Sandro non riesce mai veramente a capire se ciò che prova appartenga a lui oppure sia già stato giudicato prima ancora di essere vissuto.

La situazione familiare è il primo grande vuoto attorno al quale il film costruisce il personaggio. Il padre sceglie Dio e il monastero, la madre è lontana, e Sandro rimane sospeso in una specie di terra di nessuno. È un ragazzo che dovrebbe essere accompagnato proprio nel momento in cui la sua identità comincia a esplodere in direzioni imprevedibili, ma si ritrova invece a dover costruire da solo una morale, una sessualità e persino un’idea di appartenenza. Sikharulidze è particolarmente efficace nel non trasformare questo vuoto in una semplice psicologia da manuale. Sandro non diventa automaticamente una vittima innocente, né un ribelle liberatorio. È contraddittorio, talvolta disturbante, talvolta difficile da comprendere. E proprio per questo rimane umano.

La sessualità diventa così uno dei territori più interessanti del film. Non viene trattata come una conquista progressiva e luminosa, ma come qualcosa di confuso, spesso invadente, attraversato dalla colpa e dalla paura. Il desiderio non arriva in un ambiente neutrale: arriva in una società dove il corpo è immediatamente sottoposto a un sistema di giudizi. Dio osserva. La tradizione osserva. La comunità osserva. L’identità nazionale osserva. E Sandro, inevitabilmente, comincia a osservare se stesso.

In questo senso Panopticon racconta molto bene una delle forme più efficaci di controllo: quella che non ha bisogno di catene. Non occorre sempre proibire esplicitamente qualcosa. È sufficiente costruire attorno all’individuo una rete di valori, simboli, sensi di colpa e paure abbastanza potente da convincerlo che il suo pensiero più intimo sia già sotto processo. Il film suggerisce che la libertà contemporanea può essere paradossalmente molto più complessa dell’antica repressione. Ci viene continuamente detto che possiamo scegliere, desiderare, essere noi stessi. Ma contemporaneamente veniamo sottoposti a una quantità enorme di sguardi.

La Georgia post-sovietica diventa allora molto più di uno sfondo geografico. È un territorio sospeso tra spinte opposte, dove il conservatorismo religioso e nazionalista entra in collisione con il desiderio di cambiamento e modernizzazione. Ma Sikharulidze ha l’intelligenza di non trasformare questa frattura in un semplice schema politico con buoni e cattivi perfettamente distribuiti. Sandro si muove dentro queste contraddizioni senza possedere gli strumenti per dominarle. Cerca appartenenza e finisce per avvicinarsi a persone e ideologie che sembrano offrirgli una risposta semplice a un’esistenza che semplice non è.

Ed è forse qui che Panopticon diventa più inquietante. Le ideologie più rigide sono spesso seducenti proprio quando un individuo è confuso. Offrono un’identità già pronta, un nemico da riconoscere, regole chiare, una comunità nella quale sentirsi finalmente parte di qualcosa. Per un ragazzo lasciato solo in mezzo al caos dell’adolescenza, questa promessa può essere potentissima. Il film non giustifica le derive radicali, ma cerca di osservare il meccanismo attraverso il quale una fragilità personale può incontrare una struttura ideologica pronta a trasformarla in appartenenza.

Data Chachua regge il film con una presenza particolarmente ambigua e trattenuta. Il suo Sandro non è un personaggio costruito per essere immediatamente amato. Il volto spesso immobile nasconde continuamente qualcosa, e questa opacità diventa una delle qualità più importanti dell’opera. Sikharulidze sembra interessato proprio a ciò che non riusciamo a leggere completamente negli altri. Guardiamo Sandro, cerchiamo di interpretarlo, di capire cosa desideri, cosa pensi, cosa stia per fare. In un film intitolato Panopticon, anche lo spettatore finisce inevitabilmente per entrare nel sistema della sorveglianza.

E forse questa è la trovata più interessante dell’intera operazione. Il film parla continuamente dello sguardo, ma non permette mai allo sguardo di diventare davvero innocente. Sandro osserva e viene osservato. Desidera guardare, teme di essere guardato, cerca attenzione e contemporaneamente fugge dalla possibilità di essere conosciuto fino in fondo. Il bisogno di essere visti si trasforma continuamente nel terrore del giudizio. È una contraddizione profondamente contemporanea: desideriamo esistere nello sguardo degli altri, ma abbiamo paura di ciò che quello sguardo potrebbe scoprire.

Panopticon non è un film perfetto. La quantità di temi che Sikharulidze vuole mettere in movimento — religione, sessualità, identità, politica, nazionalismo, adolescenza, famiglia e sorveglianza — rischia a tratti di rendere il percorso meno compatto. Alcune idee sembrano più potenti sulla carta che nello sviluppo narrativo, e il film non sempre riesce a dare a ogni elemento lo stesso peso. Ma questa imperfezione coincide anche con una certa vitalità. È un esordio che vuole guardare molto lontano e che, proprio per questo, preferisce il rischio alla prudenza.

Alla fine resta soprattutto la sensazione di aver assistito alla storia di un ragazzo che cerca disperatamente di capire chi sia mentre tutto intorno a lui sembra avere già deciso cosa dovrebbe essere. Figlio. Credente. Uomo. Cittadino. Maschio. Membro di una nazione. Corpo sottoposto alla morale. Individuo sottoposto allo sguardo.

Il vero Panopticon, allora, non è una prigione con una torre centrale. È una società che riesce a installare la torre direttamente dentro di noi.

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By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

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