
Titolo originale: 宇宙探索编辑部 (Yǔzhòu tànsuǒ biānjí bù)
Paese di produzione: Cina
Anno: 2021
Durata: 118 min
Genere: Fantascienza, Drammatico, Commedia
Regia: Kong Dashan
Sinossi:
Tang Zhijun è l’ostinato e decaduto caporedattore di “Space Exploration”, una gloriosa rivista scientifico-UFO cinese ormai ridotta all’irrilevanza e alla bancarotta nel clima iper-capitalista della Cina contemporanea. Sordo al pragmatismo moderno e cronicamente incapace di superare il lutto per il suicidio della figlia, Tang scambia un’anomala interferenza televisiva per un segnale di origine extraterrestre. Insieme a una scalcinata e riluttante spedizione composta da colleghi disillusi e da un giovane poeta contadino che indossa una pentola sulla testa per captare le frequenze del cosmo, il protagonista si avventura nei villaggi remoti del Sichuan. Quel pellegrinaggio grottesco e malinconico lungo i margini della civiltà si trasformerà in un’esplorazione metafisica del dolore umano e della voragine esistenziale.
Recensione:
Kong Dashan firma con “Yǔzhòu tànsuǒ biānjí bù” una straordinaria parabola filosofica mascherata da mockumentary, un’opera che trascende la satira per farsi trattato spirituale sull’isolamento e sulla ricerca del senso. Il film non adotta la fantascienza come mero artificio visivo, ma come grammatica dell’inconscio collettivo: la deviazione ossessiva di Tang Zhijun non è semplice stravaganza psicologica, bensì l’archetipo del “folle sacro” o del don Chisciotte cosmico. Tang vive tra i rottami di una tecnologia Novecentesca ormai obsoleta — televisori a tubo catodico, vecchi computer, fotocamere sgranate —, testimonianza visiva di un’epoca in cui l’umanità volgeva lo sguardo al cielo con ingenua urgenza trascendente, prima che la logica dell’efficienza e del consumo saturasse ogni orizzonte percettivo.
Il viaggio verso il Sichuan rurale opera come un vero e proprio processo alchemico e discensivo. Attraversando un paesaggio animista e dimenticato dal progresso, popolato da contadini che custodiscono finti alieni di silicone nei freezer e da profeti di provincia affetti da crisi comiali, il film trasforma la provincia cinese in un non-luogo esoterico. La figura di Sun Yutong, il poeta dalla pentola in testa sintonizzato con le stelle, funge da sciamano involontario: la sua antenna artigianale ridicolizza il tecnocrate contemporaneo ed eleva l’atto del credere a gesto di pura resistenza poetica. La presunta interferenza aliena non è che la trasfigurazione simbolica di un trauma irrisolto: l’ultima domanda posta dalla figlia di Tang prima di morire — quale sia il senso ultimo dell’esistenza umana nell’universo — diventa il vero motore immobile della spedizione.
Attraverso una regia dinamica, frammentata ma incredibilmente lucida, Kong Dashan decostruisce le strutture del cinema d’osservazione per rivelare la finzione di ogni narrazione ordinata. L’alienazione del protagonista è la condanna di chiunque rifiuti di anestetizzare la propria angoscia esistenziale con il confortevole grigiore della quotidianità. Il film si schiera apertamente contro la burocrazia dello spirito e la cecità del positivismo scientifico, suggerendo che l’ansia di contattare altre forme di vita sia la maschera di un terrore squisitamente umano: l’incomunicabilità e la vertigine del vuoto. La ricerca dell’Altrove diventa così l’unica via per sopportare il peso del qui ed ora.
Nel climax notturno e boschivo, dove il confine tra l’allucinazione psicotica e la rivelazione mistica si disintegra definitivamente, l’opera attinge a una poesia rara e visionaria. La risposta al mistero del cosmo non viene affidata a spettacoli pirotecnici o dogmi rivelati, ma alla riconciliazione tra il micro e il macrocosmo. La spirale della galassia e la catena del DNA umano finiscono per coincidere in un unico disegno organico: la sofferenza non viene cancellata, ma compresa come la sostanza stessa attraverso cui il cosmo prende coscienza di sé. “Yǔzhòu tànsuǒ biānjí bù” dimostra che la ricerca di Dio, dell’alieno o della verità ultima è solo il tentativo disperato della solitudine umana di lanciare un’eco nel silenzio dell’universo, trovando nella fragilità del contatto con i propri simili la sola vera redenzione possibile.
