
Titolo originale: Radnička klasa ide u pakao
Paese di produzione: Serbia
Anno: 2023
Durata: 107 minuti
Genere: Drammatico, Horror,
Regia: Mladen Djordjević
Sinossi:
Dopo la chiusura improvvisa di una fabbrica, un gruppo di operai si ritrova senza lavoro, senza tutele e senza futuro. Traditi dai proprietari, abbandonati dalle istituzioni e schiacciati da una precarietà totale, cercano inizialmente di organizzarsi per ottenere giustizia. Ma quando la rabbia collettiva non trova sbocchi concreti, qualcosa si spezza. La lotta sindacale si trasforma lentamente in un percorso di radicalizzazione violenta, in cui il confine tra rivendicazione politica e discesa nell’orrore diventa sempre più sottile.
Recensione:
Working Class Goes to Hell è un film che non chiede permesso. Entra a gamba tesa nella carne viva del presente e rifiuta qualsiasi forma di edulcorazione. Mladen Djordjević prende il cinema sociale e lo trascina deliberatamente nell’inferno, senza metafore rassicuranti, senza redenzioni finali, senza l’illusione che la sofferenza abbia un senso nobile di per sé.
Il titolo non è una provocazione: è una diagnosi. Qui la classe operaia non è mitizzata, non è romanticizzata, non è eroica. È stanca, umiliata, arrabbiata, confusa. È una massa di individui ridotti a scarti da un sistema che li ha usati e poi espulsi. Il film mostra con lucidità brutale come la perdita del lavoro non sia solo una questione economica, ma una frattura identitaria. Quando il lavoro scompare, scompare anche il linguaggio per raccontarsi come esseri umani socialmente riconosciuti.
La prima parte del film si muove su un terreno realistico, quasi documentaristico. Assemblee, proteste, promesse vuote, burocrazia cieca. Tutto è girato con un senso di oppressione costante, come se l’aria stessa fosse diventata irrespirabile. Djordjević non costruisce empatia facile: osserva, registra, accumula frustrazione. È un cinema che lascia sedimentare la rabbia, che non la sfoga subito.
Quando l’horror entra in scena, non lo fa come rottura improvvisa, ma come conseguenza logica. La violenza non arriva dall’esterno: nasce dall’interno del gruppo, come una mutazione. Il film suggerisce una verità scomoda e profondamente politica: quando ogni canale di mediazione viene chiuso, quando la dignità viene negata sistematicamente, la violenza diventa una grammatica possibile. Non giusta, non nobile, ma possibile.
L’inferno del titolo non è simbolico. È concreto, materiale, sporco. È fatto di corpi, sangue, vendetta, rituali degradati. Ma è anche un inferno mentale, collettivo, in cui il “noi” si trasforma in branco e la solidarietà si deforma in fanatismo. Djordjević è spietato nel mostrare come l’ideologia, privata di prospettive reali, possa scivolare facilmente nel culto, nella pulsione sacrificale, in una violenza che si autoalimenta.
C’è una dimensione quasi esoterica nella seconda metà del film, ma non nel senso mistico tradizionale. È un esoterismo della disperazione: rituali laici, simboli improvvisati, gesti estremi che cercano di restituire senso a un mondo che ne ha perso ogni traccia. La comunità operaia diventa una setta inconsapevole, legata non da una fede, ma da un trauma condiviso.
La regia è ruvida, senza compiacimenti estetici. La macchina da presa non cerca mai la bellezza, ma l’attrito. I corpi sono filmati come superfici esposte, vulnerabili, già segnate. Non c’è distanza ironica, non c’è protezione per lo spettatore. Guardare Working Class Goes to Hell significa accettare di essere messi a disagio, anche moralmente.
Il film non offre soluzioni, e questo è uno dei suoi gesti più onesti. Non indica vie d’uscita, non propone modelli alternativi. Mostra solo un processo di decomposizione sociale e umana. E lo fa senza dire allo spettatore cosa pensare. La domanda rimane sospesa, pesante: cosa succede quando una classe sociale viene spinta oltre il limite della sopportazione?
Il finale non è catartico, non è liberatorio. È una constatazione amara. L’inferno non è un luogo in cui si cade per errore: è una destinazione costruita passo dopo passo, decisione dopo decisione, abbandono dopo abbandono. Djordjević firma un film scomodo, radicale, profondamente politico, che usa l’horror non come genere, ma come strumento di verità.
Un’opera dura, necessaria, che non cerca di piacere e proprio per questo colpisce nel segno. Cinema che graffia, che sporca, che non si lava via facilmente.
