
Titolo originale: Reveries
Titolo Internazionale: Reveries
Paese di produzione: USA
Anno: 2018
Durata: 46 min.
Genere: Mediometraggio, Fantascienza, Noir, Minimalista, Psicologico
Regia: Graham Mason
SINOSSI:
In un presente che ha l’aspetto e il sapore di un passato tecnologico mai del tutto superato, un uomo entra in possesso di un dispositivo rudimentale capace di generare proiezioni psichiche chiamate “reverie”. Quella che inizialmente sembra un’innocua fuga mentale dalla grigia routine quotidiana diventa una spirale d’ossessione: il protagonista inizia a perdere il senso della propria identità, confondendo i propri ricordi con le visioni sintetiche prodotte dalla macchina. In un labirinto di interni spogli e uffici deserti, la ricerca di una figura femminile evanescente diventa la chiave per comprendere un segreto sepolto sotto strati di nastro magnetico e interferenze video.
RECENSIONE:
Graham Mason ci consegna un’opera che è un distillato di pura inquietudine esistenziale. Con soli 46 minuti a disposizione, “Reveries” non spreca un singolo fotogramma, agendo come un virus che infetta la percezione dello spettatore. È cinema “da camera” nel senso più claustrofobico del termine, dove la fantascienza non ha bisogno di astronavi, ma solo di una luce al neon che trema e di un ronzio analogico costante.
Il cuore del film risiede nella tensione tra l’uomo e lo schermo. La macchina delle reverie è il simulacro perfetto: offre una realtà più vivida di quella “vera”, ma al prezzo della propria anima. Filosoficamente, Mason esplora il tema della memoria come prigione. Se possiamo fabbricare i nostri ricordi, cosa resta di noi? Il protagonista non cerca una donna, cerca un senso di “presenza” in un mondo che sembra svuotato di ogni energia vitale. Le inquadrature, spesso fisse e studiate per trasmettere un senso di stagnazione temporale, richiamano un’estetica noir degradata, dove il buio non è dato dall’assenza di luce, ma dall’eccesso di informazione visiva inutile.
C’è qualcosa di profondamente malinconico nel modo in cui viene trattata la tecnologia: non è una promessa di progresso, ma un rifugio per naufraghi della coscienza. In questo mediometraggio, l’evoluzione non è verso l’esterno, verso le stelle, ma verso l’interno, verso un solipsismo terminale. Mason ci avverte che il rischio non è che le macchine prendano il sopravvento, ma che noi si scelga volontariamente di diventare parte del loro software pur di non affrontare il silenzio del reale. Un’opera breve, densa e tagliente come una lama di vetro che separa il sonno dalla veglia.
