THE FOREST OF THE LOST SOULS (SubITA)

Titolo originale: A Floresta das Almas Perdidas
Paese di produzione: Portogallo, Emirati Arabi Uniti, Russia, Spagna
Anno: 2017
Durata: 71 min
Genere: Drammatico, Horror, Thriller
Regia: José Pedro Lopes

Sinossi: In una foresta portoghese tristemente conosciuta per i numerosi suicidi, Ricardo, un uomo tormentato dalla morte della figlia, incontra Carolina, una giovane attratta dall’idea della morte. I due iniziano a parlare delle proprie esistenze, delle ragioni per cui si trovano lì e del confine sempre più sottile tra desiderio di scomparire e volontà di vivere.

Ci sono luoghi nei quali il silenzio sembra avere una consistenza fisica. La foresta di José Pedro Lopes è uno di questi: alberi immobili, sentieri che sembrano non condurre da nessuna parte, acqua scura e una malinconia che impregna ogni cosa. Non è una foresta incantata, non ci sono fate né creature mitologiche ad aspettare il viandante. È un luogo reale, associato alla morte volontaria, dove gli esseri umani arrivano quando il rapporto con la propria esistenza si è trasformato in una battaglia persa. Qui si incontrano Ricardo e Carolina, due sconosciuti apparentemente accomunati dallo stesso desiderio di sparire. Lui è un uomo maturo, segnato dalla perdita della figlia; lei una ragazza che sembra aver costruito intorno alla morte una specie di fascinazione personale. Cominciano a parlare, a raccontarsi, a sondare le rispettive ferite. E il film, inizialmente, sembra volerci condurre dentro un dialogo sospeso tra due anime che hanno smarrito il proprio posto nel mondo. Ma attenzione: questa non è una passeggiata contemplativa tra alberi e depressione, e sarebbe un errore pensare di aver capito dove Lopes voglia portarci dopo pochi minuti.

La prima parte è costruita su un equilibrio delicato, quasi teatrale. Poche persone, poche parole, una natura che sembra assorbire ogni emozione e un bianco e nero che sottrae al paesaggio qualsiasi tentazione decorativa. La fotografia non cerca la bellezza rassicurante della cartolina: restituisce una dimensione spettrale, dove la foresta diventa uno spazio mentale prima ancora che geografico. Ricardo e Carolina sembrano due figure uscite da un limbo, due esseri umani che hanno smesso di riconoscersi nel mondo dei vivi e cercano nell’altro una conferma, una spiegazione, forse persino una ragione per restare. Ma c’è qualcosa che non torna. Le conversazioni, gli atteggiamenti, certi dettagli apparentemente innocui lasciano filtrare un’inquietudine difficile da mettere a fuoco. Lopes semina indizi senza consegnarci immediatamente la soluzione, lasciando che lo spettatore costruisca una propria idea dei personaggi. È una scelta rischiosa, perché richiede attenzione e pazienza, ma proprio questa apparente immobilità prepara il terreno per il cambiamento di rotta. E quando arriva, il film cambia pelle senza chiedere il permesso.

Da quel momento la foresta smette di essere soltanto un luogo di confessione e diventa un territorio di caccia. Il racconto abbandona progressivamente la dimensione psicologica iniziale e si avvicina al linguaggio dello slasher, con una brusca accelerazione della violenza e un ribaltamento delle aspettative. Non rivelo altro, perché una parte del piacere di questo film sta proprio nel non sapere in anticipo quale direzione prenderà. Il contrasto tra le due anime dell’opera è evidente: da una parte la riflessione sulla solitudine, sul dolore e sull’attrazione per la morte; dall’altra un cinema di genere più fisico, crudele e imprevedibile. Non tutto si incastra alla perfezione. Alcune scelte narrative della seconda metà possono apparire forzate, e il passaggio dalla contemplazione alla caccia non conserva sempre la stessa eleganza della costruzione iniziale. Ma è interessante vedere un autore che non vuole restare prigioniero delle aspettative dello spettatore e che usa il cambio di registro per mettere in discussione anche il nostro modo di guardare i personaggi. Chi credevamo di conoscere? Chi stavamo giustificando? E quanto facilmente trasformiamo una persona in una figura innocua soltanto perché ci racconta una storia che ci commuove?

Il risultato è un piccolo oggetto anomalo del cinema horror portoghese, lontano dalle formule più rassicuranti e capace di trovare una propria identità attraverso atmosfera, sottrazione e improvvise esplosioni di ferocia. José Pedro Lopes dimostra di avere un buon istinto visivo e una particolare sensibilità per il perturbante. La foresta diventa una specie di specchio nero: non riflette semplicemente i personaggi, ma restituisce allo spettatore le proprie aspettative, i propri pregiudizi e quella fastidiosa abitudine di credere che il male debba necessariamente avere un aspetto riconoscibile. A Floresta das Almas Perdidas non è privo di difetti, ma possiede una personalità che merita attenzione, soprattutto per il modo in cui si sottrae alle convenzioni e mescola dramma esistenziale e violenza di genere. Perché il bosco può anche essere pieno di anime perdute, ma non tutte sono lì per essere salvate. E qualche volta, quando pensi di aver incontrato qualcuno con cui condividere il tuo dolore, potresti aver appena aperto la porta sbagliata.

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By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

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