THE BLUE ELEPHANT (SubENG)

Titolo originale: الفيل الأزرق (Al-Fīl al-Azraq)
Paese di produzione: Egitto
Anno: 2014
Durata: 170 min
Genere: Drammatico, Horror, Giallo, Psicologico, Thriller, Esoterico
Regia: Marwan Hamed

Qui entriamo in un territorio dove psichiatria, allucinazione, occultismo e senso di colpa si fanno una guerra senza esclusione di colpi. The Blue Elephant è un thriller horror egiziano ambizioso, costruito attorno a una domanda scomoda: quando la mente comincia a produrre visioni impossibili, come distinguiamo la malattia da qualcosa che va oltre la nostra comprensione? E soprattutto, siamo davvero sicuri di voler conoscere la risposta?

Sinossi: Dopo cinque anni di assenza, lo psichiatra Yehia torna a lavorare nell’ospedale psichiatrico di Abbasiya. Gli viene affidato il caso di Sherif, un vecchio amico accusato di aver ucciso la moglie. Ma l’indagine clinica si trasforma presto in un viaggio inquietante tra traumi, allucinazioni, antiche credenze e fenomeni apparentemente inspiegabili.

La mente umana è un posto decisamente poco raccomandabile. Ci sono stanze che teniamo chiuse, ricordi che preferiremmo seppellire e verità che, se dovessero tornare a galla, potrebbero farci saltare qualche vite del cervello. Yehia Rashed lo sa bene, anche perché il suo rapporto con la realtà è già abbastanza disastrato prima ancora di rimettere piede nell’ospedale psichiatrico di Abbasiya. Dopo cinque anni di assenza, lo psichiatra torna al lavoro, ma il suo primo incarico è una bella granata emotiva: deve valutare Sherif, un ex collega e amico accusato di aver assassinato la moglie incinta. Un caso delicato, naturalmente. Soprattutto quando il paziente sembra conoscere dettagli della vita di Yehia che nessuno dovrebbe conoscere. Da qui comincia una discesa in un territorio dove il confine tra diagnosi e maledizione diventa sempre più sottile. Il film non si accontenta del classico thriller sull’uomo disturbato che vede cose strane: apre una porta su un universo nel quale psicologia, superstizione, magia e dimensioni invisibili convivono in un equilibrio decisamente instabile. E quando entra in scena il misterioso Blue Elephant, una sostanza psichedelica capace di alterare profondamente la coscienza, il viaggio prende una piega ancora più inquietante.

Marwan Hamed costruisce una storia stratificata, nella quale il mistero criminale è soltanto il primo strato di una matrioska maledetta. Ogni risposta apre nuove domande, ogni visione mette in discussione ciò che credevamo di aver capito e ogni personaggio sembra custodire una porzione di verità che non coincide mai completamente con quella degli altri. Il protagonista è un uomo che cerca di interpretare tutto attraverso la razionalità professionale, ma porta dentro di sé un trauma devastante e una dipendenza che contribuisce a destabilizzarne la percezione. È proprio questa contraddizione a rendere interessante il suo percorso: lo psichiatra chiamato a distinguere la follia dalla lucidità finisce per diventare il soggetto di un esperimento che non riesce più a controllare. Il film gioca continuamente con la possibilità che gli eventi abbiano una spiegazione clinica oppure che esistano forze estranee alle categorie della medicina. Non è una semplice contrapposizione tra scienza e soprannaturale: è un conflitto tra diversi modi di interpretare l’esperienza umana, tra ciò che possiamo misurare e ciò che ci terrorizza proprio perché sfugge alla misurazione. E in mezzo a tutto questo c’è il senso di colpa, autentico motore sotterraneo della vicenda. Perché certe presenze potrebbero non arrivare dall’esterno: potrebbero essere il modo in cui la nostra coscienza ci presenta il conto.

L’impianto visivo è uno degli elementi più riusciti. Hamed lavora con una fotografia ricca, ambienti carichi di dettagli, immagini oniriche e improvvise incursioni in un immaginario soprannaturale che mescola suggestioni egiziane, simboli, rituali e inquietudini psicologiche. La musica di Hesham Nazih è fondamentale: non si limita ad accompagnare le immagini, ma contribuisce a costruire un’atmosfera quasi ipnotica, amplificando la sensazione di trovarsi dentro una realtà che sta progressivamente perdendo consistenza. Karim Abdel Aziz sostiene il film con un protagonista tormentato e ambiguo, mentre Khaled El-Sawi offre una presenza magnetica nei panni di Sherif, personaggio che riesce a essere inquietante anche quando sembra perfettamente lucido. Nelly Karim completa il triangolo emotivo attorno al quale si sviluppano alcune delle tensioni più importanti. Naturalmente, un’opera di quasi tre ore che vuole tenere insieme indagine, dramma, horror psicologico, occultismo e thriller soprannaturale non può evitare qualche squilibrio. Alcune sequenze si dilatano, certi passaggi spiegano più del necessario e la parte conclusiva non conserva sempre la stessa ambiguità della costruzione iniziale. Ma l’ambizione è evidente: il film vuole creare un universo, non limitarsi a risolvere un caso di cronaca nera. E questa volontà di spingersi oltre le convenzioni del thriller egiziano più tradizionale è uno dei suoi aspetti più interessanti.

Il titolo è una specie di invito a diffidare delle porte che scegliamo di aprire. L’elefante blu rappresenta l’accesso a uno stato alterato, ma il vero viaggio non è semplicemente quello provocato dalla sostanza: è l’esplorazione di una coscienza che tenta di fuggire dal proprio passato e finisce per incontrarlo in forme sempre più mostruose. Il film lascia convivere spiegazioni differenti, senza ridurre tutto a una rassicurante lezione sulla salute mentale né trasformare ogni disturbo in una manifestazione demoniaca. È proprio questa tensione a renderlo interessante, anche quando la sceneggiatura si concede qualche eccesso melodrammatico. The Blue Elephant è un’opera ambiziosa, visivamente ricca, che affronta il rapporto tra colpa, memoria, dipendenza e soprannaturale con una libertà narrativa rara nel cinema commerciale. Non sempre controlla tutte le sue creature, ma almeno ha il coraggio di liberarle. Perché la mente è il primo luogo in cui cerchiamo rifugio e l’ultimo in cui vorremmo perderci. E quando comincia a spalancare porte che non sapevamo nemmeno esistessero, non è detto che dall’altra parte ci stia aspettando qualcosa disposto a lasciarci tornare indietro.

 

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By Anam

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