
Titolo originale: Die Theorie von Allem
Paese di produzione: Germania, Austria, Svizzera
Anno: 2023
Durata: 118 min
Genere: Fantascienza, Thriller, Drammatico
Regia: Timm Kröger
Sinossi: Nel 1962, un giovane fisico raggiunge un congresso sulle Alpi svizzere, dove una teoria rivoluzionaria della meccanica quantistica dovrebbe cambiare tutto. Ma tra una pianista enigmatica, morti inspiegabili e passaggi sotterranei, la realtà comincia a sfaldarsi.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’idea che il mondo possa continuare a funzionare perfettamente mentre, sotto la superficie, le sue fondamenta stanno andando a puttane. Non crollano i palazzi, non si spengono le stelle: semplicemente, le cose smettono di essere esattamente quelle che sembravano. Die Theorie von Allem parte da questa crepa e ci trascina in un labirinto di neve, ombre, corridoi sotterranei e coincidenze impossibili. Siamo nel 1962, in un albergo sperduto tra le Alpi svizzere, dove il giovane fisico Johannes Leinert accompagna il proprio mentore a un congresso dedicato alla meccanica quantistica. Lo scienziato iraniano atteso per presentare una teoria rivoluzionaria non si fa vedere, un fisico muore in circostanze misteriose e Karin, una pianista jazz incontrata da Johannes, sembra conoscere dettagli della sua vita che non dovrebbe poter conoscere. Da quel momento il film comincia a comportarsi come un sogno dal quale non riusciamo a svegliarci: ogni risposta genera un’altra domanda, ogni incontro apre una porta e dietro quella porta potrebbe esserci un’altra versione del mondo. Timm Kröger non costruisce una fantascienza interessata a spiegarti tutto con grafici, formule e professori che indicano lavagne. Usa piuttosto il linguaggio del noir, del thriller paranoico e del cinema fantastico classico per insinuare un dubbio molto più destabilizzante: e se la realtà che consideriamo stabile fosse soltanto una delle possibilità? Il bianco e nero non è una semplice scelta estetica, ma una trappola visiva magnifica. Le montagne sembrano monumenti appartenenti a un’altra epoca geologica, gli interni dell’albergo diventano spazi di sospetto, le ombre si allungano come pensieri che non vogliamo ammettere. La fotografia di Roland Stuprich ha una precisione quasi ipnotica e trasforma il paesaggio in qualcosa di ambiguo: una bellezza immensa che non consola, non protegge e non promette assolutamente niente.
Il film gioca apertamente con la nostra fame di spiegazioni. Noi vogliamo sapere chi mente, chi è scomparso, cosa succede nei tunnel e quale maledetta regola tiene insieme gli eventi. Vogliamo una mappa, una chiave, un colpevole da mettere al muro e una teoria capace di rimettere ogni cosa al proprio posto. Ma questa esigenza di ordine è proprio il punto debole che il film mette sotto pressione. La scienza cerca modelli per descrivere l’universo, mentre il cinema cerca modelli per raccontarci una storia; entrambi, quando funzionano, ci permettono di vedere connessioni che prima ci sfuggivano. Eppure trovare una connessione non significa necessariamente aver scoperto la verità. Il cervello umano è una macchina meravigliosa, ma anche una fabbrica instancabile di schemi: quando la realtà diventa incomprensibile, preferiamo spesso una spiegazione terrificante al vuoto dell’incertezza. Meglio credere che esista un disegno segreto che accettare l’idea che le cose possano accadere senza un significato destinato proprio a noi. Johannes si muove dentro questa fame di senso, tra teorie quantistiche, fenomeni inspiegabili e una storia d’amore che sembra attraversare le barriere dello spazio e del tempo. La possibilità dei mondi paralleli diventa così qualcosa di più di un espediente fantascientifico: è la rappresentazione di tutte le vite che avremmo potuto vivere, delle scelte che ci hanno portato altrove e delle versioni di noi stessi che forse non incontreremo mai. Ogni decisione apre una strada e ne chiude altre, almeno nella nostra esperienza quotidiana; il film prende questa vertigine e la spinge verso l’ignoto. Non bisogna però scambiare il suo immaginario per una dimostrazione scientifica: lo stesso Kröger ha chiarito che i meccanismi di passaggio tra universi suggeriti dalla storia non hanno una base teorica diretta. La fisica è qui soprattutto una metafora psicologica e narrativa. Ed è una distinzione importante, perché il mistero perde forza quando viene venduto come una verità scientifica rivelata agli iniziati. La sua forza autentica sta invece nel costringerci a convivere con domande alle quali non possiamo imporre una risposta soltanto perché ci dà fastidio non averla. In questo senso, le gallerie che si insinuano sotto la montagna diventano il simbolo perfetto del viaggio: scendere significa abbandonare il terreno familiare, attraversare zone in cui le regole consuete non bastano più e scoprire che persino ciò che chiamiamo realtà potrebbe avere fondamenta molto meno solide di quanto immaginiamo.
E poi c’è il cinema stesso, perché Die Theorie von Allem è anche una specie di universo parallelo costruito con la memoria di altri film. Si sentono le ombre di Hitchcock, il respiro del noir, l’espressionismo dei corridoi deformati, il gusto per la paranoia del cinema degli anni Settanta e quella particolare fantascienza d’altri tempi che preferiva insinuare un dubbio anziché sommergerci di effetti speciali. La musica, ampia e inquieta, alimenta questa sensazione di trovarsi dentro un meccanismo antico, come se la storia fosse già accaduta in un’altra pellicola e stesse tentando di ripetersi con variazioni minime. Il risultato è visivamente potente e spesso affascinante, ma non privo di rischi. La narrazione accumula enigmi, deviazioni e suggestioni fino a rendere difficile capire se stiamo assistendo a un puzzle costruito con precisione oppure a un mistero che si nutre del proprio stesso disordine. Alcuni passaggi possono risultare opachi, certe figure rimangono più enigmatiche che umane e la tensione non sempre trova una ricompensa narrativa all’altezza delle aspettative. Il film pretende attenzione, ma non sempre restituisce una chiarezza proporzionata all’investimento richiesto. Per qualcuno sarà una debolezza; per altri, parte integrante del suo fascino. Personalmente, la sua ambizione mi interessa soprattutto quando smette di promettere una spiegazione definitiva e lascia che sia l’incertezza a lavorare dentro lo spettatore. Perché una vera teoria di tutto, ammesso che possa esistere, dovrebbe contenere anche il nostro bisogno disperato di essere al centro dell’universo e la possibilità che l’universo non abbia la minima intenzione di occuparsi di noi. Magari esistono altre versioni della nostra vita, magari no. Magari siamo vicinissimi a capire qualcosa di enorme, oppure stiamo soltanto collegando punti che non hanno alcun rapporto tra loro. Il film non offre un manuale per uscire dal labirinto: ti ci accompagna, spegne le luci e lascia che siano i tuoi pensieri a fare rumore. E quando tutto finisce, la domanda non è tanto se Johannes abbia scoperto un’altra realtà, ma quanto della nostra realtà sia costruito dalla necessità di credere che ce ne sia una sola. Non è una risposta. È una crepa. E a volte una crepa vale molto più di una porta spalancata.

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