BLOODY HELL (SubITA)

Titolo originale: Bloody Hell
Paese di produzione: Australia, Stati Uniti
Anno: 2020
Durata: 93 min
Genere: Horror, Commedia, Drammatico, Thriller
Regia: Alister Grierson

Sinossi: Dopo aver sventato una rapina in banca, Rex finisce in prigione e diventa una figura controversa. Una volta libero, decide di rifarsi una vita in Finlandia, ma viene rapito da una famiglia con abitudini decisamente mostruose. Per sopravvivere dovrà fare affidamento sul proprio istinto, sulla sua capacità di reagire e su un interlocutore davvero particolare: se stesso.

A volte il modo migliore per cambiare vita è mollare tutto, prendere un aereo e andarsene il più lontano possibile. Naturalmente, se sei Rex Coen, riesci a trasformare anche questa semplice operazione in un disastro di proporzioni bibliche. Bloody Hell comincia con una rapina in banca, un gruppo di criminali mascherati e un uomo che decide di intervenire invece di restarsene tranquillo ad aspettare che qualcun altro risolva il problema. Rex non è il classico eroe impeccabile che combatte il male con un sorriso rassicurante e una morale stampata sulla fronte. È un ex militare, uno che sa reagire alla violenza, ma che si porta dentro un casino psicologico tutt’altro che trascurabile. Durante la rapina riesce a fermare i malviventi, ma le conseguenze delle sue azioni lo trascinano in un processo e in una condanna a otto anni di carcere. Quando torna libero, scopre che la notorietà può essere una seconda prigione: per alcuni è un eroe, per altri un assassino, e tutti sembrano avere un’opinione su di lui. Così Rex decide di sparire, sceglie la Finlandia quasi per caso e parte con la speranza di lasciarsi alle spalle il proprio inferno personale. Peccato che il destino abbia un senso dell’umorismo da macellaio. Appena arrivato, viene rapito da una famiglia finlandese che lo rinchiude in uno scantinato e comincia a smembrarlo per nutrire un parente decisamente fuori dal comune. E qui il film tira fuori il suo biglietto da visita: sangue, mutilazioni, umorismo nerissimo e una quantità industriale di situazioni assurde. Rex si ritrova legato, ferito e circondato da persone che sembrano aver trasformato la normalità familiare in un rituale di follia. Ma la cosa più divertente è che non è mai completamente solo. Accanto a lui compare una versione immaginaria di se stesso, una specie di alter ego interiore con cui discute, litiga e pianifica la fuga. È come avere il proprio cervello seduto accanto sul divano, solo che invece di suggerirti di respirare profondamente e mantenere la calma, ti incita a prendere a calci tutto ciò che si muove. Questa trovata dà al film una personalità particolare, perché trasforma il dialogo interiore di Rex in un vero e proprio spettacolo a due, tra ragionamenti strategici, impulsi brutali e battute che arrivano proprio quando la situazione dovrebbe essere disperata. Il risultato è un horror che non ha nessuna intenzione di chiedere scusa per la propria follia: prende il rapimento, la tortura e il cannibalismo, li butta in un frullatore insieme alla commedia d’azione e osserva cosa succede quando il protagonista rifiuta categoricamente di collaborare con il proprio destino.

Sotto la carne maciullata e le gag scorrette, però, c’è un protagonista che cerca disperatamente di riprendere possesso della propria esistenza. Rex ha già sperimentato cosa significa diventare un personaggio pubblico senza averlo scelto: la sua identità è stata riscritta dagli altri, trasformata in una storia da raccontare, giudicare e consumare. Il suo passato militare, il trauma e la condanna hanno lasciato ferite che non si possono cancellare semplicemente cambiando continente. La Finlandia dovrebbe rappresentare una tabula rasa, ma il film si diverte a dimostrare che non esiste una fuga geografica capace di liberarti automaticamente da ciò che ti porti dentro. Puoi cambiare lingua, clima, abitudini e perfino continente; poi basta una porta che si chiude alle tue spalle per ritrovarti faccia a faccia con le parti di te che avresti preferito lasciare in cantina. L’alter ego di Rex è fondamentale proprio per questo. Non è soltanto una trovata comica per riempire i momenti in cui il protagonista è solo, ma la rappresentazione esasperata di un conflitto interno: la parte razionale che cerca una strategia e quella impulsiva che vorrebbe risolvere tutto con un colpo ben assestato. È il cervello umano quando smette di essere una voce discreta e diventa un coinquilino insopportabile, uno che conosce tutti i tuoi punti deboli e non perde occasione per farteli notare. Il film non tratta questa dimensione con il peso di un dramma psicologico realistico, e sarebbe sbagliato pretendere che lo faccia. La porta nel territorio della caricatura, dove il trauma convive con la battuta e la paura diventa carburante per una reazione sempre più estrema. Eppure, proprio attraverso questa esagerazione, emerge una questione interessante: quanto della nostra capacità di sopravvivere dipende dal modo in cui riusciamo a convivere con il caos dentro la testa? Rex non può eliminare il proprio passato, ma può imparare a usare ciò che gli è rimasto per affrontare il presente. La sua aggressività è una risorsa e allo stesso tempo un problema; l’istinto che lo rende capace di reagire è lo stesso che lo ha condotto in una situazione dalla quale vorrebbe fuggire. Non siamo davanti al solito eroe che possiede tutte le risposte, ma a un uomo costretto a improvvisare mentre ogni nuova scoperta peggiora la situazione. Anche la famiglia che lo tiene prigioniero gioca con l’idea di normalità. All’esterno può esistere una casa, una gerarchia familiare, una quotidianità apparentemente ordinata; nel seminterrato, invece, quella stessa struttura rivela una logica mostruosa. Il nucleo domestico, tradizionalmente associato alla sicurezza, diventa una macchina che consuma esseri umani per mantenere in vita il proprio equilibrio. Non serve forzare troppo la metafora per riconoscere quanto possa essere inquietante l’idea che un sistema continui a considerarsi normale anche quando il suo funzionamento richiede la sofferenza di qualcun altro. Qui, naturalmente, Grierson porta tutto all’estremo, trasformando la famiglia in un incubo cannibalesco e il conflitto in una lotta per la sopravvivenza. Ma la commedia nera funziona anche perché prende convenzioni sociali riconoscibili e le deforma fino a renderle mostruose. Il risultato non è una denuncia sociologica rigorosa: è una caricatura sanguinosa, volutamente esagerata, che si diverte a chiedere quanto possa essere sottile il confine tra una vita apparentemente normale e un universo completamente fuori controllo.

Alister Grierson costruisce un film che salta continuamente tra horror splatter, commedia nera, thriller e azione, con un montaggio vivace e una struttura che alterna il presente della prigionia ai frammenti del passato di Rex. Il ritmo è sostenuto, le situazioni cambiano rapidamente e la violenza viene spesso utilizzata come trampolino per una battuta o un ribaltamento grottesco. La Finlandia, scelta come destinazione di fuga, diventa il teatro di un incubo che mescola isolamento, folklore familiare inventato e una dose abbondante di cattiveria da B-movie. Il film non ha paura di esagerare: le mutilazioni sono esplicite, il sangue scorre senza troppe cerimonie e i personaggi secondari sembrano usciti da una fiaba malata raccontata da qualcuno che ha perso ogni interesse per il lieto fine. Ben O’Toole regge gran parte del peso dell’operazione, interpretando sia Rex sia la sua controparte mentale e sfruttando il contrasto tra la tensione fisica della prigionia e la comicità dei dialoghi interiori. È una performance energica, fisica, spesso sopra le righe, perfettamente adatta a un personaggio che sembra avere un piede nel thriller realistico e l’altro in un cartone animato violentissimo. Meg Fraser, nei panni di Alia, introduce invece una dimensione più umana: è la figura della famiglia che conosce dall’interno quell’orrore e che potrebbe rappresentare per Rex una possibilità di fuga. Il loro rapporto impedisce alla storia di ridursi completamente a una successione di torture e battute, anche se il film non approfondisce ogni personaggio con la stessa attenzione riservata al protagonista. Questa abbondanza di idee è insieme la sua forza e il suo limite. Bloody Hell sa sorprendere, possiede una personalità riconoscibile e non si accontenta di ripetere passivamente la formula del rapimento e della vendetta. A tratti, però, accumula svolte e registri diversi senza riuscire sempre a integrarli in una struttura perfettamente coerente. Alcuni passaggi sembrano correre troppo, e il ritmo frenetico può ridurre lo spazio necessario perché le conseguenze emotive degli eventi trovino davvero peso. Ma pretendere compostezza assoluta da un film che mette insieme cannibalismo, traumi militari, dialoghi con il proprio alter ego e una famiglia da incubo sarebbe quasi una forma di accanimento critico. La sua ambizione è soprattutto intrattenere attraverso l’eccesso, e in questo riesce spesso con notevole efficacia. È un’opera per chi apprezza l’horror sporco, il gore senza delicatezza e i protagonisti che sopravvivono non perché siano invulnerabili, ma perché si rifiutano di accettare che la storia sia già finita. Rex non diventa un santo, non supera magicamente tutte le proprie ferite e non scopre una formula spirituale per vivere in pace. Semplicemente, quando il mondo decide di trasformarlo in carne da macello, lui risponde con una testardaggine feroce e una quantità di sarcasmo decisamente poco adatta a un funerale. Bloody Hell è un incubo sanguinolento con il cervello di una commedia nera, una giostra di mutilazioni e umorismo scorretto che trova il suo centro nella lotta di un uomo contro ciò che vuole divorarlo, dentro e fuori di sé. Non è un trattato sulla natura umana e non pretende di esserlo. È un film che ti prende per il bavero, ti trascina in uno scantinato e poi, mentre cerchi di capire come uscirne, ti racconta una barzelletta. E qualche volta, nel cinema horror, questa è già una forma di sana anarchia.

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By Anam

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