ULTRASOUND (SubITA)

Titolo originale: Ultrasound
Paese di produzione: USA
Anno: 2021
Durata: 103 min.
Genere: Fantascienza, Thriller, Visionario
Regia: Rob Schroeder

Sinossi: Durante una notte di pioggia, Glen rimane in panne e trova rifugio presso una coppia di sconosciuti. Un incontro già abbastanza assurdo si trasforma in una catena di eventi sempre più inquietanti, mentre altre persone sembrano coinvolte in situazioni inspiegabilmente collegate. La realtà comincia a perdere consistenza e diventa sempre più difficile distinguere le proprie scelte da quelle imposte da qualcun altro.

Ci sono film che ti raccontano una storia e film che ti prendono per il cervello, lo mettono dentro una centrifuga e poi ti chiedono se sei proprio sicuro di aver capito quello che hai appena visto. Ultrasound appartiene alla seconda categoria. Rob Schroeder parte da una situazione apparentemente banalissima: una macchina in panne, una notte piovosa, una casa isolata e una coppia di sconosciuti che offre ospitalità a Glen. Fin qui, niente di particolarmente strano. Poi il padrone di casa, Arthur, gli propone qualcosa che nessuna persona sana di mente si aspetterebbe da un perfetto estraneo: andare a letto con sua moglie, Cyndi. Glen accetta di entrare in una situazione che sembra assurda, ma il vero problema è che il film non ti permette di liquidarla come una semplice follia. Da quel momento cominciano a comparire altre persone, altre storie, altre situazioni che sembrano non avere alcun legame fra loro. Una donna coinvolta in una relazione manipolatoria, un medico impegnato in un esperimento ambiguo, gravidanze, registrazioni, conversazioni che sembrano nascondere qualcosa. Il racconto si apre come un puzzle al quale qualcuno ha deliberatamente mescolato i pezzi di scatole diverse. E mentre cerchi di ricostruire l’immagine, cominci a sospettare che il problema non sia la tua capacità di capire, ma il fatto che qualcuno stia decidendo quali pezzi puoi vedere. Ultrasound è fantascienza paranoica, thriller psicologico e incubo complottista, ma soprattutto è un film sulla possibilità che la realtà che abitiamo sia stata costruita per noi da qualcun altro. Non una simulazione spettacolare fatta di universi digitali e scenari impossibili, ma qualcosa di molto più inquietante: una realtà quotidiana nella quale le persone possono essere spinte a desiderare, scegliere e credere esattamente ciò che serve a qualcun altro.

La cosa più disturbante non è sapere che esiste una manipolazione, ma scoprire quanto possa essere difficile riconoscerla quando viene costruita usando i nostri stessi sentimenti. Il bisogno di essere amati, la paura di rimanere soli, la fiducia nelle persone che sembrano sapere più di noi: sono tutte porte attraverso cui qualcuno può entrare nella nostra testa senza doverla sfondare. In Ultrasound il controllo non assume sempre la forma brutale di un ordine o di una minaccia. Può presentarsi come una proposta ragionevole, una relazione sentimentale, una spiegazione scientifica, un gesto apparentemente premuroso. Il manipolatore più efficace non è quello che ti costringe a fare qualcosa contro la tua volontà, ma quello che riesce a modificare la tua percezione fino a farti credere che quella volontà sia ancora completamente tua. Ed è qui che il film sfiora una paranoia molto più concreta della sua componente fantascientifica. Quanto delle nostre decisioni nasce davvero da noi? Quanto dipende dalle informazioni che riceviamo, dalle persone di cui ci fidiamo, dalle paure che qualcuno sa come attivare? E soprattutto, come facciamo a dimostrare di essere liberi quando persino gli strumenti con cui giudichiamo la realtà potrebbero essere stati manipolati? Il film mette in scena questo sospetto attraverso personaggi che sembrano muoversi dentro vite differenti, ciascuno convinto di conoscere almeno una parte della propria storia. Ma le loro traiettorie cominciano lentamente a incrociarsi e ciò che sembrava privato assume una dimensione sistemica. Non siamo più davanti a una serie di disgrazie individuali: emerge l’ombra di un esperimento nel quale le persone diventano strumenti, cavie inconsapevoli, variabili di un’equazione che qualcun altro vuole controllare. La scienza, in questo contesto, non è necessariamente il male. Il problema è l’autorità che pretende di esercitarla senza limiti morali, trasformando esseri umani in materiale da laboratorio. Quando una persona viene ridotta a un dato, a un risultato o a una risposta fisiologica, la sua esperienza smette di contare. Il suo dolore diventa un effetto collaterale. La sua libertà un ostacolo alla riuscita dell’esperimento. E se tutto questo viene giustificato in nome della conoscenza, allora la ricerca della verità rischia di diventare soltanto un’altra forma di dominio. Il titolo, Ultrasound, richiama proprio il territorio della percezione e delle onde che attraversano il corpo senza essere direttamente udibili. Qualcosa può agire su di noi anche quando non siamo in grado di riconoscerlo. Non serve vedere il meccanismo perché il meccanismo funzioni. E questa è forse l’intuizione più velenosa del film.

Dal punto di vista cinematografico, Schroeder costruisce un’atmosfera instabile attraverso luci artificiali, inquadrature studiate, ambienti ordinari che acquistano gradualmente un carattere estraneo e un montaggio che rifiuta di consegnarci subito una mappa affidabile degli eventi. Il film è tratto dalla graphic novel Generous Bosom di Conor Stechschulte, che ha scritto anche la sceneggiatura, e conserva qualcosa della struttura frammentaria del fumetto: scene che sembrano appartenere a racconti differenti, passaggi temporali non immediatamente leggibili e personaggi la cui identità narrativa cambia significato man mano che emergono nuove informazioni. Non è un mistero da guardare distrattamente mentre controlli il telefono. Devi stare dentro le scene, ricordare dettagli, dubitare delle spiegazioni e accettare che una risposta possa costringerti a reinterpretare ciò che hai appena visto. Il rischio, naturalmente, è che la complessità diventi un fine in sé. Alcuni passaggi sono volutamente contorti, certe svolte chiedono parecchia pazienza e non tutte le connessioni hanno la stessa forza. Ma il film possiede una qualità che molti thriller più ordinati non hanno: la sensazione che il disorientamento non sia soltanto un trucco narrativo, ma parte integrante dell’esperienza. Ti fa sentire vulnerabile proprio mentre i personaggi perdono il controllo delle proprie storie. E quando il quadro comincia lentamente a ricomporsi, non arriva necessariamente il sollievo. Arriva un sospetto ancora più scomodo: se è possibile manipolare una persona attraverso le sue convinzioni, le sue relazioni e il suo modo di interpretare gli eventi, quanto è davvero difficile costruire una gabbia dentro la quale il prigioniero continui a credersi libero? Ultrasound non offre una risposta semplice, né ha bisogno di trasformarsi in un manifesto complottista per far funzionare la sua inquietudine. Gli basta mostrare quanto sia fragile la fiducia che riponiamo nella nostra percezione. Perché il controllo più efficace non è quello che ti impedisce di uscire da una stanza. È quello che ti convince che la stanza sia il mondo intero. E forse la domanda da portarsi dietro, una volta finito il film, non è soltanto chi stia manipolando chi. È quanto siamo disposti a mettere in discussione la nostra versione dei fatti quando scopriamo che potrebbe non appartenerci davvero.

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