
Titolo originale: Ciudad sin sueño
Paese di produzione: Spagna, Francia
Anno: 2025
Durata: 97 min
Genere: Drammatico
Regia: Guillermo Galoe
Sinossi: Nella Cañada Real, un enorme insediamento informale alla periferia di Madrid, Toni, quindicenne rom cresciuto in una famiglia di rottamatori, affronta lo sgombero imminente della propria casa. Diviso tra la fedeltà al nonno e la possibilità di una nuova vita lontano dall’insediamento, dovrà fare i conti con un mondo che cambia troppo in fretta.
Ci sono città che non dormono perché sono piene di luci, denaro, automobili e gente convinta di essere arrivata da qualche parte. E poi ci sono città che non dormono perché la notte non offre riposo, perché manca la corrente, perché il futuro bussa alla porta sotto forma di ruspe e ordinanze di sgombero. Ciudad sin sueño ci porta nella Cañada Real, alla periferia di Madrid, un insediamento informale abitato da migliaia di persone, dove le case, le famiglie e le attività quotidiane sono cresciute ai margini della città ufficiale. Qui vive Toni, quindici anni, un ragazzo rom che raccoglie rottami con il nonno e attraversa un mondo nel quale l’infanzia convive con la precarietà, i giochi con le demolizioni annunciate, i desideri adolescenziali con decisioni che possono cambiare per sempre la vita di un’intera famiglia. Il nonno non vuole andarsene. Per lui quel luogo non è soltanto un insieme di costruzioni irregolari, ma una casa conquistata attraverso gli anni, una rete di rapporti, un territorio che custodisce la memoria della famiglia. I genitori di Toni, invece, accettano la prospettiva di trasferirsi in un appartamento, con la possibilità di offrire ai figli condizioni materiali migliori. E chi potrebbe dar loro torto? Una casa più stabile, stanze per i bambini, servizi essenziali: non sono privilegi assurdi, sono necessità elementari. Eppure il film capisce che cambiare abitazione non significa semplicemente spostare mobili da un indirizzo a un altro. Significa spezzare abitudini, perdere riferimenti, abbandonare una geografia affettiva che non può essere ricostruita con le chiavi di un appartamento nuovo. Toni si ritrova in mezzo a due concezioni del futuro: quella del nonno, che difende il mondo conosciuto anche quando quel mondo sembra destinato a scomparire, e quella dei genitori, che vedono nel trasferimento una possibilità concreta di miglioramento. Nessuna delle due strade è priva di dolore. Ed è proprio questa la forza del film: non trasforma il conflitto in una favola dove da una parte stanno i buoni e dall’altra i cattivi, ma ci mette davanti a una scelta in cui ogni possibilità comporta una perdita. Nel frattempo, il migliore amico Bilal si prepara a lasciare l’insediamento con la sua famiglia. Anche il cane amato da Toni viene venduto dal nonno, aggiungendo un’altra ferita a una realtà in cui gli affetti sembrano continuamente esposti al rischio di essere portati via. Non serve un’apocalisse con il cielo in fiamme per raccontare la fine del mondo. A volte il mondo finisce quando il tuo amico se ne va, quando perdi un animale a cui sei legato, quando scopri che la strada dove sei cresciuto potrebbe non esistere più. Per gli adulti sono decisioni pratiche, questioni economiche, problemi da risolvere. Per un ragazzo sono pezzi della propria identità che scompaiono prima ancora che abbia avuto il tempo di capire chi sta diventando.
La cosa che mi colpisce di Ciudad sin sueño è il modo in cui mette in discussione una delle convinzioni più radicate della società moderna: che il progresso sia sempre una strada a senso unico, che vivere in condizioni considerate migliori significhi necessariamente vivere meglio. Naturalmente, sarebbe romantico e anche profondamente ingiusto trasformare la precarietà in una forma di libertà alternativa. La mancanza di elettricità, l’insicurezza abitativa e l’assenza di servizi non diventano poesia soltanto perché una macchina da presa le inquadra con sensibilità. Chi vive queste difficoltà non ha bisogno che qualcuno gli spieghi quanto siano autentiche le sue sofferenze. Ma esiste una differenza enorme tra garantire a una comunità condizioni di vita dignitose e considerare il suo modo di esistere un ostacolo da eliminare. Quando un territorio viene definito abusivo, irregolare, degradato, il linguaggio amministrativo rischia di cancellare tutto ciò che non entra nelle sue categorie: le relazioni, i ricordi, le economie familiari, le forme di solidarietà, persino il significato che un luogo assume per chi lo abita. Rimane un problema urbanistico da risolvere, una macchia da rimuovere dalla mappa. Ma le persone non sono macchie. E una comunità non è un errore da correggere con una linea tracciata sopra un documento. Il film non ha bisogno di trasformare ogni funzionario in un mostro per mostrare lo squilibrio tra il potere di decidere e chi deve subirne le conseguenze. Da una parte ci sono procedure, progetti e decisioni che ridisegnano il territorio; dall’altra ci sono famiglie che devono capire dove andare, come ricominciare e che cosa resterà della loro vita precedente. La violenza non è sempre un pugno o un’arma. Può assumere la forma impersonale di un cambiamento presentato come inevitabile, una decisione che nessuno sembra aver preso individualmente e della quale, alla fine, qualcuno paga comunque il prezzo. È una violenza che può persino nascondersi dietro una promessa di miglioramento, perché chi offre una soluzione materiale può dimenticare di domandarsi che cosa stia chiedendo in cambio. E qui il film diventa più interessante del semplice dramma sulla povertà: racconta la difficoltà di scegliere quando nessuna opzione è davvero libera. Il nonno difende la casa perché lì riconosce il proprio mondo; i genitori cercano una sistemazione migliore perché vogliono proteggere i figli; Toni vorrebbe conservare ciò che ama senza essere costretto a decidere quale parte della propria vita sacrificare. Tre generazioni, tre modi diversi di affrontare la stessa frattura. Il ragazzo non possiede ancora gli strumenti per comprendere pienamente le dinamiche sociali ed economiche che stanno cambiando il suo destino, ma sente il cambiamento nella carne, nei rapporti che si allentano, negli oggetti che spariscono. È una maturazione forzata, quella in cui il mondo ti chiede di diventare adulto prima di averti concesso il tempo di essere ragazzo. E forse il titolo parla anche di questo: una città senza sonno è una città che non lascia mai davvero spazio alla quiete, ma è anche un luogo in cui i sogni di una vita diversa e il bisogno di conservare quella che già esiste continuano a scontrarsi senza trovare una soluzione pulita.
Guillermo Galoe affronta questo universo con uno sguardo vicino al realismo documentario, affidandosi a interpreti legati alla stessa comunità rappresentata sullo schermo e a una fotografia che cerca la bellezza senza nascondere le condizioni materiali in cui vivono i personaggi. La Cañada Real non viene trattata soltanto come un fondale di miseria da mostrare allo spettatore benestante per provocargli qualche minuto di indignazione. È un ambiente vivo, attraversato da attività, relazioni, conflitti e piccoli momenti di meraviglia. La macchina da presa cerca di restituire il modo in cui Toni percepisce quel luogo, e questo cambia radicalmente il nostro rapporto con le immagini: ciò che dall’esterno potrebbe apparire soltanto come degrado assume, dal suo punto di vista, una consistenza affettiva, un senso di appartenenza. Anche i filtri della fotocamera del suo smartphone contribuiscono a introdurre una dimensione più soggettiva, trasformando per brevi momenti il paesaggio e mostrando come lo sguardo possa reinventare ciò che ci circonda. È una scelta semplice ma significativa, perché ricorda che nessun luogo coincide completamente con la sua descrizione ufficiale. Esiste il territorio misurato dall’amministrazione, quello osservato da chi passa in automobile e quello vissuto da chi ci ha trascorso l’intera esistenza. Sono tre realtà diverse, anche quando occupano lo stesso spazio geografico. Galoe evita in gran parte il ricatto emotivo, preferendo osservare i gesti quotidiani, le dinamiche familiari e la progressiva dissoluzione di un mondo. Non cerca continuamente la scena madre, non spinge ogni dolore verso una confessione spettacolare, non trasforma i personaggi in portavoce di una tesi. Il risultato ha il passo di un racconto di formazione e, per certi aspetti, di un western contemporaneo: un territorio ai margini, una comunità sotto pressione, un ragazzo che vede scomparire il proprio orizzonte mentre cerca di capire da quale parte andare. La notte, gli incendi e le interruzioni di corrente contribuiscono a dare alla vicenda una dimensione quasi distopica, ma l’orrore non viene da un futuro immaginario. È già qui, dentro una realtà che continua a esistere mentre la città ufficiale può permettersi di ignorarla. Il limite del film, per chi cerca una narrazione più aggressiva o una denuncia politica esplicita, è proprio la sua scelta di osservare invece di gridare. Alcuni passaggi possono apparire trattenuti, e il conflitto interiore di Toni non sempre esplode con la forza che ci aspetteremmo da una storia così dolorosa. Ma questa misura evita anche di trasformare la sua esperienza in un manifesto semplificato. Ciudad sin sueño non pretende di risolvere il problema della Cañada Real in un’ora e mezza di cinema, né finge che esista una risposta capace di restituire intatto ciò che viene perduto. Ci lascia piuttosto con una domanda scomoda: chi stabilisce che cosa significhi migliorare la vita di qualcuno, soprattutto quando quella persona non ha il potere di decidere le condizioni del cambiamento? Perché una casa non è soltanto un tetto e una comunità non è soltanto un ostacolo alla pianificazione urbana. Sono anche memoria, identità e relazioni che non possono essere trasferite automaticamente da un posto all’altro. E quando il mondo di un ragazzo viene smantellato, non basta offrirgli un nuovo indirizzo per garantirgli un nuovo inizio. Il futuro può essere necessario, ma non per questo smette di fare paura. Il passato può essere pieno di difficoltà, ma non per questo è privo di valore. Tra queste due verità si muove Toni, e in quella distanza riconosciamo qualcosa che va oltre la sua storia: la fragilità di chi deve adattarsi continuamente a decisioni prese altrove. Ciudad sin sueño è un dramma sociale sobrio e umano, un film sulla perdita che non confonde la dignità con la miseria e non scambia la nostalgia per una soluzione. Ci ricorda che dietro ogni trasformazione urbana ci sono vite che non possono essere ridotte a statistiche, e che il progresso, quando dimentica le persone, rischia di diventare soltanto un altro nome elegante per la loro espulsione. A volte crescere significa scoprire che il mondo non ti appartiene. La parte più crudele è capire che, anche quando quel mondo non ti appartiene legalmente, può comunque essere l’unico posto che hai imparato a chiamare casa



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