THE INCOMER (SubITA)

Titolo originale: The Incomer
Paese di produzione: Regno Unito, Irlanda
Anno: 2026
Durata: 102 min
Genere: Commedia, Drammatico, Fantastico
Regia: Louis Paxton

Sinossi: Su un’isola remota della Scozia, i fratelli Isla e Sandy vivono isolati dal resto del mondo, seguendo le regole ereditate dal padre e difendendo il loro territorio da qualsiasi intruso. L’arrivo di Daniel, un funzionario incaricato di allontanarli, mette in crisi il loro universo selvaggio e le certezze di tutti e tre.

Ci sono persone che non sono mai entrate davvero nel mondo e persone che ci sono entrate così profondamente da non riuscire più a immaginare che possa esistere qualcosa al di fuori. Isla e Sandy appartengono alla prima categoria: vivono su un’isola scozzese, lontani dalle convenzioni, dalla scuola, dalla tecnologia e da tutto quel gigantesco teatro sociale che noi chiamiamo civiltà. Cacciano uccelli, raccolgono molluschi, parlano di esseri mitologici e custodiscono le regole lasciate dal padre come fossero leggi sacre. La loro esistenza è ruvida, bizzarra, a tratti quasi ferina, ma possiede una sua logica interna. Poi arriva Daniel, impiegato del consiglio locale, armato di comunicazioni ufficiali e procedure amministrative, per comunicare ai due che devono andarsene. È il momento in cui il mondo esterno bussa alla porta e pretende di avere ragione soltanto perché dispone dei timbri necessari per dimostrarlo. Louis Paxton costruisce il suo esordio nel lungometraggio attorno a questo incontro improbabile, trasformando il contrasto tra isolamento e società in una commedia eccentrica, intrisa di folklore e umorismo assurdo. Ma la faccenda è più interessante di una semplice baruffa tra selvaggi e civilizzati, perché nessuno dei due mondi è davvero innocente e nessuno possiede tutte le risposte.

La cosa bella è che The Incomer non ci permette di metterci comodamente dalla parte dei cosiddetti normali. Daniel arriva convinto di portare una soluzione: sulla terraferma ci sono case, servizi, internet, possibilità, comodità. In sostanza, tutto ciò che dovrebbe rendere la vita migliore secondo il manuale d’istruzioni della società contemporanea. Ma provate a fermarvi un momento e a guardare questa scena dall’altra parte. Un estraneo compare sul vostro territorio, vi informa che il vostro modo di vivere non è accettabile e vi comunica che dovete trasferirvi perché qualcuno, da qualche ufficio lontano, ha deciso così. Cambiano i vestiti, cambiano le parole, ma la struttura del potere è antica: qualcuno stabilisce che la vostra esistenza è sbagliata e si arroga il diritto di correggerla. Non serve immaginare complotti planetari per riconoscere questo meccanismo; basta osservare quanto spesso il controllo si presenti con il sorriso rassicurante di chi vuole soltanto aiutarci. Naturalmente Isla e Sandy non sono creature perfette, depositarie di una sapienza primordiale da santificare. Il loro isolamento li ha privati di strumenti fondamentali, ha deformato il loro rapporto con gli altri e ha trasformato le regole familiari in una specie di religione privata. La libertà, quando diventa paura assoluta del cambiamento, può finire per somigliare a una prigione costruita dall’interno. Ed è proprio qui che il film trova il suo equilibrio più stimolante: il continente non è automaticamente sinonimo di progresso e l’isola non è automaticamente sinonimo di purezza. Sono due sistemi di convinzioni che entrano in collisione, costringendosi a vicenda a mostrare le proprie crepe. Anche l’umorismo, spesso volutamente infantile, fisico e sguaiato, contribuisce a demolire la compostezza del mondo adulto: davanti a questi personaggi, la presunta superiorità del cittadino educato diventa improvvisamente meno convincente.

L’isola è il vero cuore simbolico del film. È rifugio, confine, memoria familiare e universo mentale: un luogo in cui le storie tramandate dagli antenati diventano strumenti per dare ordine alla realtà e affrontare ciò che fa paura. Quando il mondo esterno irrompe, non minaccia soltanto una casa, ma l’intero sistema attraverso cui i fratelli hanno imparato a comprendere la propria esistenza. Eppure anche una tradizione può trasformarsi in una gabbia, soprattutto quando nessuno è più autorizzato a metterla in discussione. Qui il folklore scozzese non serve semplicemente a decorare la storia con creature misteriose e stranezze pittoresche: alimenta una visione del mondo nella quale il confine tra immaginazione e realtà quotidiana rimane poroso, mentre la modernità, con la sua tecnologia apparentemente magica, finisce per sembrare altrettanto assurda. Daniel può spiegare internet, ma spiegare come funziona una cosa non significa aver capito che cosa significhi per chi la incontra per la prima volta. E allo stesso modo conoscere le regole della società non equivale a possedere una verità universale. Paxton alterna questo immaginario bizzarro a momenti più inquieti, lasciando emergere sotto la superficie comica il peso dell’abbandono, della dipendenza reciproca e delle ferite che un’esistenza isolata non può cancellare. Non tutto trova una misura perfetta: certe gag insistono troppo sulla stranezza dei protagonisti e alcune svolte possono sembrare meno armoniche del resto. Ma il film conserva una personalità riconoscibile, sostenuta dalle interpretazioni e dalla forza aspra dei paesaggi scozzesi. La sua intuizione più riuscita, alla fine, è ricordarci che uscire dalla propria prigione non significa necessariamente entrare in quella di qualcun altro. Crescere non dovrebbe voler dire diventare uguali a tutti; significa riuscire a distinguere ciò che ci protegge da ciò che ci impedisce di vivere. E forse il vero intruso non è sempre quello che arriva da fuori: a volte è l’idea che esista un unico modo corretto di stare al mondo.

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By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

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