
Titolo originale: Bouchra
Paese di produzione: Italia, Marocco, Stati Uniti
Anno: 2024
Durata: 83 min
Genere: Animazione, Drammatico
Regia: Orian Yani Barki, Meriem Bennani
Sinossi: Una coyote marocchina a New York mantiene un legame profondo con sua madre a Casablanca attraverso chiamate e conversazioni intime, rivelando un rapporto fatto di amore, dolore e segreti condivisi.
Bouchra sembra inizialmente una stranezza da internet diventata improvvisamente lungometraggio: una coyote marocchina che vive a New York, altri animali antropomorfi che si muovono dentro ambienti realistici, una grafica 3D volutamente rétro, telefonate con la madre e una quantità di situazioni che sembrano provenire da un universo parallelo dove il documentario ha deciso di indossare una pelliccia. E invece, proprio questa apparente assurdità è la porta d’ingresso al film. Barki e Bennani prendono una storia profondamente personale e la sottraggono al realismo senza renderla meno vera. Anzi, succede il contrario. Il fatto che Bouchra sia una coyote, che sua madre sia anch’essa un animale e che tutto il mondo circostante sembri contemporaneamente concreto e artificiale produce una distanza stranissima: guardiamo qualcosa che non potrebbe esistere e proprio per questo finiamo per concentrarci sulle cose che invece conosciamo benissimo. Una telefonata con una madre. Un silenzio che dura troppo. Una domanda che continua a non ricevere risposta. Il bisogno di essere compresi da qualcuno che amiamo e che forse non riuscirà mai a comprenderci completamente. La stranezza visiva diventa così una specie di maschera attraverso cui parlare dell’intimità senza trasformarla in confessione lacrimosa. E c’è qualcosa di magnificamente storto nel modo in cui il film usa questa animazione quasi da vecchio videogioco, con movimenti talvolta rigidi e superfici imperfette, mescolandola con ambienti realistici. Non cerca la perfezione digitale: sfrutta l’attrito. È proprio quella sensazione di qualcosa che non combacia perfettamente a rendere Bouchra così particolare.
La storia nasce dalla relazione tra Bouchra e sua madre Aicha, dalla distanza tra New York e Casablanca e da una ferita che riguarda la sessualità della protagonista. Dopo il coming out di Bouchra, tra lei e la madre si è aperto un lungo periodo di silenzio su quella questione. Le conversazioni telefoniche diventano quindi il vero campo di battaglia del film, ma senza trasformarsi in duelli melodrammatici. Si parla, si gira intorno alle cose, si racconta altro, si scherza, si evita il punto centrale. È il linguaggio familiare nella sua forma più autentica: spesso non diciamo ciò che dobbiamo dire, diciamo cinquanta cose vicine a quella cosa e speriamo che l’altro capisca. Bouchra prova anche a trasformare questa materia in un film, costruendo continuamente un cortocircuito tra la vita che sta vivendo e quella che sta rappresentando. Qui il film diventa metacinema vero, non il solito giochino autoreferenziale per fare l’occhiolino al pubblico. La protagonista prepara scene, storyboard e ricordi mentre noi guardiamo un’opera che sembra continuamente chiedersi se quello che vediamo sia memoria, immaginazione o il film che Bouchra sta cercando di realizzare. Non esiste più una frontiera rassicurante tra realtà e finzione. E l’animazione contribuisce perfettamente a questo casino perché mette tutto sullo stesso piano: una telefonata reale, un ricordo, una fantasia, una scena sessuale, una conversazione assurda. Tutto può essere vero e falso contemporaneamente. È forse questa la cosa più interessante del film: non pretende che l’autobiografia significhi mostrare la propria vita nuda e cruda. Al contrario, sembra suggerire che per raccontare qualcosa di autentico bisogna anche poterlo deformare.
E qui arriviamo alla parte più strana e più FPE dell’operazione. Bouchra non usa gli animali antropomorfi soltanto perché sono buffi o perché la grafica è originale. La loro presenza altera il modo in cui guardiamo identità, sesso, desiderio e comportamento. Un coyote, un orso, una mucca o una lucertola non portano addosso gli stessi segnali sociali di un corpo umano. Il film li utilizza per rendere più sfuggente ciò che normalmente siamo abituati a classificare immediatamente. È un modo per togliere qualche etichetta dalla superficie e lasciare emergere le persone che ci sono sotto. E contemporaneamente Bouchra non rinuncia affatto al corpo, al desiderio o alla sessualità: anzi, alcuni momenti sono sorprendentemente espliciti e sensuali, proprio perché l’animazione permette alle registe di giocare con una distanza che il cinema dal vero avrebbe reso molto più convenzionale. 366 Weird Movies ha colto bene il punto quando ha segnalato il film per il suo carattere surreale, la presenza degli animali umanoidi e il suo continuo gioco metacinematografico. Ma Bouchra non è semplicemente un film weird. La sua stranezza non è il fine: è il linguaggio. E sotto quella superficie da videogioco malato, sotto quei coyotes, quelle texture imperfette e quelle situazioni assurde, c’è una storia tremendamente umana sulla distanza tra una figlia e sua madre, sul desiderio di essere accettati senza dover tradurre continuamente se stessi e sul rapporto ambiguo tra vita e rappresentazione. Il risultato non è sempre perfettamente fluido e la struttura può disorientare, ma forse anche questo fa parte del gioco. Bouchra non vuole consegnarci una persona completamente spiegata. Vuole lasciarci davanti a qualcuno che possiamo amare, comprendere in parte, desiderare di conoscere meglio e contemporaneamente non possedere mai del tutto. Una coyote con un telefono in mano, dall’altra parte dell’oceano, che cerca di capire se una madre può davvero raggiungerti quando tra voi esiste un mare di parole non dette. E questa, sotto tutta quella strana pelliccia digitale, è una faccenda dannatamente umana.



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