MUSIKANTEN

Titolo originale: Musikanten
Paese di produzione: Italia
Anno: 2005
Durata: 92 min.
Genere: Sperimentale, Biografico
Regia: Franco

Il film mette in scena gli ultimi tre-quattro anni della vita del compositore Ludwig van Beethoven, visti da una prospettiva insolita. Nel 2005, una sceneggiatrice televisiva vive un’esistenza schiva e povera di rapporti interpersonali. Si concentra soltanto sul suo lavoro e ha un’unica grande passione, l’opera del celebre compositore tedesco. Marta, insieme al suo amico Nicola, presenta al direttore della rete per cui lavora un nuovo progetto su discipline non scientifiche attraverso il quale conosce un guru che la sottopone ad ipnosi. Ossessionata da Beethoven, dalla sua figura, dal suo genio, Marta ne ascolta ripetutamente la musica fino al giorno in cui, attraverso l’ipnosi, si ritrova a vivere nella sua stessa epoca, precisamente nel 1826 e a scoprire di essere stata il principe Lichnowsky, amico del compositore…
(https://www.cinematografo.it/)

La completa estraneitĂ  di agli stilemi accettati e rassicuranti del Cinema miete vittime ovunque nella critica.
Ecco un paio di stimolanti recensioni tratte da spietati.it:

MUSIKANTEN riporta sul piatto l’interrogativo se Franco ci sia o ci faccia. Essendo fuori discussione l’originalità del musicista (la personalità del suo discorso musicale è a prova di bomba, piaccia o meno), molto invece si può discettare intorno ai famigerati testi, figli di disparati immaginari, densi di citazionismi alti e bassi, squarci storici, mitologie varie volutamente esasperate, divertenti nonsense ed ingenui (?) esotismi (la collaborazione con Manlio Sgalambro – la sua Yoko Ono, come l’ha definito malignamente Aldo Busi – è logica prosecuzione del percorso).
Dopo una prova cinematografica riuscita quale PERDUTO AMOR (sorta di nostalgico amarcord sull’epoca della canzonetta) con MUSIKANTEN alza il tiro e, messo da parte il discorso piĂą sinceramente autobiografico, compone il film proprio come le sue canzoni, mescolando un po’ tutto, alterando i toni, muovendosi tra serietĂ  vera e falsa, tra toni apocalittici e/o predicatori (la televisione come deserto morale), di fondo rimanendo una visione perfida e pessimista dei tempi attuali. Il risultato è a tratti divertente (il siparietto di Rezza è irresistibile), a tratti noioso (il cuore del film, la parte dedicata agli ultimi anni di vita di Beethoven, è un mezzo disastro), in generale di sperimentalismo poco efficace. La studiata gratuitĂ  di MUSIKANTEN se non condanna il regista (che qualche intuizione ce l’ha – si spera però che dalla snobistica mancanza di rispetto delle convenzioni filmiche possa trarre migliori ispirazioni -) dall’altro non salva un’opera zoppicante e che della sua non omologabilitĂ  non riesce a fare un pregio.
Insomma, che sovraccarichi scientemente il discorso (il voluto straniamento attoriale ne è un chiaro segnale) e prema sul tasto dell’ironia o dell’artificio è fuor di dubbio, che la sua consapevolezza non basti a fare di questo MUSIKANTEN un bel film anche.

Luca Pacilio

Imbarazzante. Non ci sono altre parole per descrivere l’opera seconda del musicista Franco Battiato. Attraverso una narrazione dalle pretese oniriche si passa dai giorni nostri all’Ottocento e si ha modo di entrare in con le ultime giornate di, nientepopodimeno che, Ludvig van Beethoven. Ma veniamo ai difetti. La pretenziositĂ  prima di tutto, subito evidente negli improvvisi inserti in digitale sporco che sembrano piĂą derivare dal caso che da una precisa scelta stilistica; così come non si percepisce alcuna direzione degli attori, che vagano senza controllo ripetendo a pappagallo, e con falsissima convinzione, frasi di cui sembrano ignorare il significato. In particolare, davvero imbarazzanti Sonia Bergamasco in abiti maschili e boccoloni nei panni del principe Lichnowsky, amico e mecenate di Beethoven, e Fabrizio Gifuni con capello lungo e sorriso costante stampato sul viso. Per tacere del grande regista Alejandro Jodorowsky. Si butta con mimica eccessiva nel ruolo rischioso di Beethoven e non esibisce alcun carisma (certo, il doppiaggio gracchiante e fuori sincrono non lo aiuta). Ma proprio tutti gli elementi cinematografici risultano insalvabili: il montaggio sbaglia i tempi, i costumi paiono raccattati dove capita, la scenografia è di una povertĂ  che non ha nulla di rigoroso, la fotografia appare sbiadita. Anche la musica, ricercata per evitare scelte banali, non arriva. Ma il peggio del peggio è nelle pretese intellettuali della sceneggiatura (dello stesso con il filosofo Manlio Sgalambro) che sfida, perdendo, il ridicolo, costruisce sequenze dall’imponderabile valore aggiunto e azzarda dialoghi di sublime vacuitĂ  (“esporre l’esoterico a chiunque non va bene”, “prenda con l’alluce destro”, “le auguro la migliore delle cacate, senza difficoltĂ , in questo meraviglioso cesso!”).
Ed ora passiamo ai pregi: non pervenuti.

Luca Baroncini

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