
Titolo originale: Exit 8
Paese di produzione: Giappone
Anno: 2025
Durata: 95 minuti
Genere: Thriller, Psicologico, Horror
Regia: Genki Kawamura
Sinossi:
Un uomo si ritrova intrappolato in un corridoio sotterraneo della metropolitana apparentemente infinito. Un cartello indica l’uscita numero 8, ma ogni tentativo di raggiungerla lo riporta al punto di partenza. Mentre percorre ripetutamente lo stesso spazio, piccoli dettagli iniziano a cambiare: segnali alterati, presenze inquietanti, anomalie impercettibili. Per trovare la via d’uscita deve individuare ciò che non dovrebbe esistere — ma più osserva, più la realtà si deforma.
Recensione:
Exit 8 traduce in linguaggio cinematografico l’angoscia della ripetizione e l’orrore dell’anomalia minima. Genki Kawamura costruisce un’esperienza claustrofobica e ipnotica, trasformando un corridoio anonimo in un labirinto mentale dove la percezione diventa un campo minato.
L’idea è tanto semplice quanto devastante: uno spazio ordinario che si incrina attraverso differenze quasi invisibili. Il film lavora sull’attenzione dello spettatore, costringendolo a osservare ogni dettaglio con sospetto. Una pubblicità leggermente diversa, un’ombra fuori posto, un volto che compare dove non dovrebbe. L’orrore nasce dalla discrepanza, non dalla manifestazione esplicita.
Il protagonista diventa progressivamente meno individuo e più coscienza intrappolata. Il film elimina quasi ogni riferimento biografico: non sappiamo chi sia davvero, perché sia lì, né se esista un “fuori”. Questa sottrazione di identità trasforma la vicenda in un’esperienza universale: chiunque potrebbe trovarsi intrappolato in quel corridoio.
Visivamente, Kawamura sfrutta la ripetizione come strumento perturbante. Le inquadrature tornano identiche ma mai davvero uguali; la luce al neon crea un ambiente asettico e disumanizzato; la profondità del corridoio suggerisce un infinito privo di trascendenza. Lo spazio non è più architettura: diventa condizione mentale.
Il film dialoga con l’estetica dei videogiochi liminali e con l’horror giapponese della sottrazione, dove la paura nasce dall’assenza e dalla distorsione percettiva. Ma sotto la superficie c’è anche una riflessione contemporanea: la ripetizione alienante degli spazi urbani, la routine come prigione psicologica, la perdita di orientamento nell’iper-modernità.
Il suono gioca un ruolo fondamentale: passi che riecheggiano troppo a lungo, annunci distorti, silenzi improvvisi. L’esperienza sonora amplifica la sensazione di irrealtà, trasformando il tempo in un ciclo senza progressione.
Exit 8 non è un horror tradizionale: è un esperimento percettivo che lavora sulla paranoia e sull’attenzione. La paura non deriva da ciò che appare, ma dal sospetto che qualcosa sia cambiato. E quando lo spettatore inizia a dubitare dei propri occhi, il film ha già vinto.
Un’opera minimalista e disturbante che trasforma l’ordinario in incubo metafisico, lasciando una domanda sospesa: se l’uscita esiste, siamo ancora capaci di riconoscerla?
