DECODER [SubITA]

Titolo originale: Decoder
Paese di produzione: Germania Ovest
Anno: 1984
Durata: 87 min.
Genere: Horror, Thriller, Fantascienza, Musicale, Visionario
Regia: Muscha

FM (componente del gruppo Einsturzende Neubauten) scopre che all’interno della catena di fast-food “H-Burger”, viene diffusa della musica (Muzak) che condiziona fortemente i comportamenti e i gusti dei giovani avventori. Sconcertato, registra e studia le caratteristiche di questa musica ma è solo dopo gli incontri con William Burroughs e i pirati della comunicazione guidati da Genesis P.Orridge, che FM riesce a “decodificarla” e a produrre un “anti-muzak” che induca la gente a ribellarsi al potere. I servizi segreti e la stessa multinazionale degli hamburger iniziano a braccare minacciosamente il fastidioso pirata, il quale nel frattempo diffonde, aiutato dalla sua posse, la “musica della rivolta”, producendo ovunque effetti devastanti per l’ordine e la morale pubblica. E alla fine la rivoluzione…

Decoder è un film talmente ricco che necessita di un minimo di introduzione.
Trascrivo un pezzo del libretto allegato all’edizione della Shake, che fornisce un’idea generale del film sicuramente meglio di quanto possa fare il mio cerebro frammentato da what’s up. Link – E già che ci sono linco pure questo: Link.

Il sogno dell’underground è quello di fare la rivoluzione. Si tratti di rivoluzioni violente o pacifiche, concrete o simboliche, collettive o individuali, ogni controcultura nella sua evoluzione, prima o poi, manifesta il di una trasformazione radicale del vissuto. Ma, al momento della “scelta delle armi”, il ribelle si rende conto che una delle poche possibilità a sua disposizione è l’uso di certi mezzi di comunicazione unito alla potenza dell’immaginazione. La chitarra-fucile di Woody Guthrie; tutta la poesia beat e post beat; i film-collective anti Vietnam; il “mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia” degli Area; i riot londinesi al ritmo punk (inteso come forma di reggae incazzato per bianchi) dei Clash; le “lettere armate” e la “parola” dell’hip-hop; gli hacker sociali, i testi e le pratiche dei più interessanti gruppi di musica techno inglesi contemporanei. Tutti questi sono esempi ricorrenti di come la tensione verso la battaglia venga subliminata nello scontro dei linguaggi: musica, letteratura, cinema, informazione. In questo filone si inserisce a pieno titolo il film Decoder, scritto da Klaus Maeck e realizzato nel 1984 da un gruppo di amici/fratelli costituitosi temporaneamente in troupe a questo scopo. Maeck aveva appena chiuso il suo negozio di dischi e chincaglierie punk, un osservatorio privilegiato su Amburgo e sulla Berlino “murata” dei primi anni 80. È indubbio che in quel periodo, quelle due città fossero “il luogo”, il luogo dove succedevano le cose più interessanti dell’underground mondiale, la scena dove tutti i punk “dovevano” passare per espandere la propria coscienza. C’erano decine di case occupate coordinate sotto il mitico simbolo della freccia che spezza il cerchio, qui inventato ed esportato internazionalmente. C’era un movimento forte come non mai e che stava acquisendo elementi di modernità nella scelta degli obiettivi, come dimostrò la rivolta di massa contro l’introduzione della carta d’identità magnetica e che portò al fallimento del censimento che il governo tedesco aveva tentato di mettere in opera. C’erano numerosi club alternativi e una vita notturna che si dilatava ampiamente nelle ore mattutine (un’anticipazione dei contemporanei after-hour), al suono dei gruppi più radicali del periodo i quali, come gli Einsturzende Neubauten (tra i primi a infrangere la barriera del suono per entrare nella dimensione del rumore), circolavano di persona nei club e nelle occupazioni. E c’era soprattutto la “grande Germania”, che nel suo processo di modernizzazione produttiva abbandonava i capannoni industriali, in puro acciaio e dalle dimensioni strabilianti (immediatamente occupati e riciclati dal Movimento), per spostarsi nei palazzi a specchio del comando, del terziario e dell’informazione, trascinandosi dietro immediatamente la più avanzata dell’underground (risale infatti al 1984 la nascita del collettivo di hacker del Chaos Computer Club). Si tenga inoltre presente che la controcultura punk aveva da una parte messo abbondantemente le mani nel calderone del problema dell’informazione (con le fanzine, la distruzione del rock’n’roll, le etichette indipendenti, i giubbotti pieni di scritte) e dall’altra parte si collocava come critico nei confronti del sistema dominante, foss’anche solamente il sistema dei segni. Decoder riflette e concentra gli elementi di questa particolare atmosfera storica, così come registra l’attaccamento di Maeck alle figure controculturali storiche come Burroughs, che nel film interpreta la parte del “grande padre” dei ribelli o come Genesis P.Orridge, a sua volta debitore di Burroughs, che è rimasto fino ai nostri giorni un sacerdote di culti techno-tribali. Genialmente si ricompongono le esperienze degli anni Sessanta e quella punk o post-punk, per sconfiggere i simboli degli anni Ottanta. Come non rammentare la tragica diffusione anche in Italia dei fast-food/ricreativi come “Burghy” e dei loro frequentatori, che subito si caratterizzarono come nemici delle controculture (vedi gli scontri avvenuti nelle strade del centro di Milano , tra il 1984 e il 1986, tra “paninari” e punk). Decoder ci dice che dietro ogni “Burghy” c’è più di un malsano hamburger o di un fascistello, c’è un intero progetto di controllo delle menti e dei corpi, un processo ben più ampio, che ha coinvolto tutti.Questo film cristallizza in forma epica l’ingenua utopia del punk (e di molte controculture precedenti e successive) di cambiare il mondo attraverso l’uso rovesciato dell’informazione e l’utilizzo del simbolismo e della magia come rovesciamento dell’etica cristiano/capitalista per la diffusione del caos. Caos, inteso nella sua accezione più libertaria e pagana, di energia positiva informe, temibile solo dal potere. Dal caos dell’informazione nasce il caos sociale e da qui una rivolta incontrollabile che diventa rivoluzione. Un “lieto fine” confortante, dati i tempi nervosi del cambiamento degli anni Ottanta e Novanta.

Guarda anche  ETER [SubITA]

Francesco Vecchi / http://www.hybridaspace.org

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