BABY INVASION (SubITA)

Titolo originale: Baby Invasion
Paese di produzione: Stati Uniti
Anno: 2024
Durata: 80 min
Genere: Thriller, Sperimentale, Horror
Regia: Harmony Korine

Sinossi
Un thriller sperimentale presentato come un videogioco FPS ultra-realistico. Una banda di mercenari maschera i propri volti con quelli di neonati tramite AI per entrare in ville di ricchi e potenti e saccheggiarle; tutto mentre i giochi e i crimini vengono trasmessi in livestream.

Baby Invasion è una sveglia sismica lanciata nel cuore della cultura visiva contemporanea — uno schiaffo fatto di pixel, neon e caos morale. Harmony Korine ritorna a esibire il suo spirito anarchico, non come performer, ma come demiurgo di uno scenario dove il cinema, la tecnologia e la violenza si ribaltano l’uno sull’altro: un anti-film che ambisce a dissolvere ogni confine tra intrattenimento, sistema operativo e incubo condiviso.

La sua forma è digitale ma viscerale. Il dispositivo “videogioco in prima persona” non è un approccio: è declinazione ontologica. Camera a spalla che avanza tra stanze sfarzose, corpo che corre e spara, tutto con volti di neonati deformati da AI. È come guardare un presente che si auto-divora: il conforto dell’infanzia usato come maschera del male. Il festival di Venezia ha applaudito — un applauso stranito, una standing ovation robotica — ma sono partiti anche abbandoni in massa, come se l’urlo fosse più potente del racconto.

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Al cuore della pellicola batte una domanda cosmica e lucida: cosa succede quando l’umano rinuncia a sé per trasformarsi in avatar? Il gioco non è metafora, è campo di battaglia dell’identità liquida. E il cinema qui vive per fratturarsi: non è arte, è contatto con il vuoto. Un watch-video, frantumato, disturbante.

C’è poi la colonna sonora. No, non “una musica”: un’entità. Burial firma l’audio come fossero rituali elettronici clandestini. Chiudere gli occhi significa sentire la nave che affonda sotto la bomboletta stroboscopica, la mente che vacilla tra ritmo industriale e apnea partecipativa. In Reddit si legge: “In pratica solo musica e immagini, come un video musicale da LSD”, “non è cinema, è un’installazione che ti mangia sensi e silenzio”. Vox populi digitale.

La struttura è stratificata come un software interattivo che sfrutta strati extra — “base layer” film, con “sub films” che Korine annuncia come espansioni da scoprire tramite codici. Non è autorialità, è rete rituale. E c’è chi si divide tra “Pure” (stile nudo, solo immagini e musica) e “Impure” (con voice-over narrativo). Scelta morale, estetica, spiritualistica.

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Sì, il film stanca. Molti lo definiscono sbadiglio che diventa nausea, “il film più stupido mai visto”. Ma va inteso come virus celebrale: ti infetta, forse non ti salva, ma ti costringe a guardare l’era post-verità che avanza: streaming, simulacri, neonati che sparano. È il cinema che non consola.

In pieno stile Film Per Evolvere, Baby Invasion non si guarda solo: ti entra sotto pelle. È contro lo storytelling come lo conosciamo: è glitch blu portato al cuore, overdose sensoriale e vertigine sociale. Non chiede compassione. Ti lascia assetato. Perché è cinema che ha capito l’era: la realtà è un feed infinito, gli avatar sono noi.

By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

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