
Titolo originale: Strange Harvest
Paese di produzione: Stati Uniti
Anno: 2024
Durata: 95 min
Genere: Horror, Thriller
Regia: Stuart Ortiz
Sinossi:
Nel sud-ovest della California, nella regione dell’Inland Empire, un vecchio caso irrisolto di omicidio viene riaperto quando un serial killer conosciuto come “Mr. Shiny”, dopo circa vent’anni di silenzio, ricompare con una nuova serie di rituali macabri. La detective Lexi Taylor e il detective Joe Kirby raccolgono testimonianze, filmati di sorveglianza, body-cam e prove fotografiche che rivelano un piano oscuro: i delitti sono tanto criminali quanto esoterici, alludendo a simboli antichi e forze che trascendono il reale.
Recensione:
Ecco un film che non ti lascia respirare — non perché esploda di effetti, ma perché ti imprigiona nel suo sguardo. Strange Harvest di Stuart Ortiz è un mock-documentario di sangue e inquietudine che si affaccia sull’abisso dell’ossessione americana per il crimine celebrato, e lo fa impersonando quel crimine dal di dentro. Il regista, già autore di Grave Encounters, costruisce una trappola visiva: sei convinto di guardare un documentario vero, ma è il mostro che ti ha scelto come spettatore.
Ortiz capisce che il vero orrore non è la creatura, ma chi la ricerca, la studia, la immortala. Così i protagonisti – i detective Taylor e Kirby – non sono solo soggetti, ma parte del rito; le loro interviste, le loro paure, i loro silenzi diventano elementi del rituale stesso. E quando appare “Mr. Shiny”, è già troppo tardi: non è solo un individuo, ma una leggenda che ha preso carne.
La struttura è meticolosa: sequenze di “prove”, clip d’archivio, telefoni registrati, interviste zoom, titoli e sottotitoli, tutto serve a mimare il vero-crime televisivo — e in questo mimetismo risiede la violenza. Ti senti voyeur, ma l’oggetto del voyeurismo sei tu.
Visivamente il film è crudo e controllato. Non c’è esibizione, solo la freddezza del reale che si piega all’assurdo. Quando il simbolo del killer appare — un triangolo macchiato di sangue sul soffitto — la distanza tra il quotidiano e il profondo crolla. E in quel momento il mockumentary non inganna più: diventi parte del patto.
Eppure Strange Harvest non è solo un gioco di stile: è un atto di denuncia. Nel suo riferimento esplicito alla cultura del true crime — serie Netflix, podcast morbosi, ossessione per il male narrato — Ortiz mostra quanto la società contemporanea sia affamata di spettacolo nel dolore. Il film dice che il mostro non è solo l’assassino, ma chi lo ricerca, chi lo immortala, chi lo consuma.
Nel finale, quando la posta in gioco si rivela non essere solo la ricerca del colpevole ma il riconoscimento che la bestia è già tra noi, lo spettatore è smascherato. Il mock-documentario ha fatto il suo lavoro: non solo ha raccontato la paura, l’ha rispecchiata.
Se guardi Strange Harvest pensando di trovare un film horror tradizionale, ne uscirai deluso. Ma se sei disposto a lasciarti condurre nell’intimità del terrore, nell’oscurità di un’ossessione, allora capirai che Ortiz ti ha invitato a partecipare — non solo a guardare. È un cinema che ti reclama, non ti intrattiene.
E quando esci, ti rimane l’eco di un simbolo, una domanda che non si scioglie. Il mostro è là fuori? O lo hai dentro tu? Perché il vero incubo non è quello che vedi, ma quello che scegli di credere.
