THE COLUMNIST (SubITA)

Titolo originale: De Kuthoer
Paese di produzione: Olanda
Anno: 2019
Durata: 86 min.
Genere: Commedia, Drammatico
Regia: Ivo van Aart

Sinossi:
Una celebre editorialista, rispettata e temuta per la sua penna affilata, diventa il bersaglio quotidiano di una valanga di insulti anonimi, minacce e messaggi d’odio. Commenti che non colpiscono solo le sue idee, ma la sua identità più profonda. Quando le parole iniziano a pesare più dei fatti e l’umiliazione si trasforma in ossessione, la donna decide di reagire. Non con un articolo, ma con un piano. Un piano che trasforma l’odio digitale in una spirale di violenza silenziosa, precisa, irreversibile.

Recensione:
The Columnist è un film che sembra partire come una satira nera sul mondo dei social e finisce per diventare qualcosa di molto più disturbante: una radiografia spietata del rapporto malato tra parola, potere e vendetta. Ivo van Aart prende un tema apparentemente abusato – l’odio online – e lo porta in un territorio scomodo, ambiguo, dove lo spettatore è costretto a chiedersi fino a che punto la violenza possa sembrare “comprensibile” quando nasce dall’umiliazione sistematica.

La protagonista è una donna che vive di linguaggio. Le parole sono il suo strumento di lavoro, la sua armatura, il suo modo di stare al mondo. Ed è proprio attraverso le parole che viene colpita. Il film è lucidissimo nel mostrare come l’aggressione verbale, quando è continua e anonima, diventi una forma di tortura psicologica. Non c’è bisogno di sangue per ferire: basta la ripetizione. Basta la massa. Basta l’eco.

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Il cuore del film è questo cortocircuito: una donna che ha sempre esercitato potere attraverso il linguaggio si ritrova annientata dallo stesso strumento, moltiplicato all’infinito dalla rete. The Columnist non cerca di rendere la protagonista simpatica. Anzi, spesso è arrogante, distante, moralmente scivolosa. Ed è qui che il film diventa davvero interessante: non ti chiede di tifare per lei, ma di seguirla mentre attraversa una soglia invisibile.

La vendetta, in questo film, non è spettacolare. È metodica, quasi burocratica. Ogni gesto è pensato, calibrato, privo di isteria. Questo rende la violenza ancora più inquietante, perché nasce da una lucidità assoluta. Non c’è catarsi, non c’è sfogo emotivo. C’è una freddezza che fa pensare a un algoritmo umano, una risposta calcolata all’aggressione costante.

C’è qualcosa di profondamente esoterico, anche se mai dichiarato, nel modo in cui il film tratta la parola come entità viva. Le parole scritte diventano entità tossiche, forme-pensiero che infestano la mente della protagonista. I commenti anonimi sembrano evocazioni, maledizioni lanciate nel vuoto digitale che trovano comunque un bersaglio reale. Il film suggerisce che il linguaggio non è neutro, non è innocuo, e che ogni parola lasciata andare continua a esistere, a lavorare, a corrodere.

La regia è asciutta, senza fronzoli, quasi invisibile. Van Aart non cerca mai l’effetto facile, non indulge nel sensazionalismo. Tutto è tenuto su un registro controllato, che rende ancora più disturbante l’escalation. Anche l’ironia, presente soprattutto all’inizio, si trasforma lentamente in qualcosa di amaro, velenoso. Ridi, ma ti accorgi che stai ridendo di qualcosa che ti riguarda molto più di quanto vorresti ammettere.

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Il film è anche una riflessione feroce sul concetto di responsabilità. Chi è davvero colpevole? L’anonimo che scrive un commento? La piattaforma che lo permette? La vittima che reagisce? The Columnist non assolve nessuno. Mostra solo un sistema chiuso, autoreferenziale, in cui la violenza genera violenza e ogni tentativo di “giustizia” personale finisce per deformare chi la esercita.

Man mano che la storia procede, il film smette di essere una denuncia e diventa una discesa. Una discesa nell’idea che, una volta superato un certo limite, non si torna indietro. La protagonista non cerca redenzione, non cerca comprensione. Cerca solo silenzio. E per ottenerlo è disposta a tutto.

Il finale è glaciale, privo di conforto. Non offre soluzioni, non propone morali rassicuranti. Ti lascia con una sensazione di disagio che persiste, perché The Columnist non parla solo di una donna, ma di un ecosistema. Di un mondo in cui l’odio è normalizzato, distribuito, quasi industriale. E in cui la risposta individuale, per quanto comprensibile, rischia di diventare mostruosa.

Un film piccolo, affilato, cattivo al punto giusto. Un thriller che non cerca il colpo di scena, ma la ferita lenta. E che ti costringe a guardare le parole che usi come se fossero armi cariche.

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