
Titolo originale: Sanatorium Under the Sign of the Hourglass
Paese di produzione: Regno Unito, Polonia, Germania
Anno: 2024
Durata: 76 minuti
Genere: Animazione, Fantastico, Drammatico, Visionario
Regia: Stephen Quay, Timothy Quay
Sinossi:
Józef viaggia su un treno fantasma lungo una linea dimenticata per raggiungere un sanatorio isolato ai margini dei Carpazi, dove suo padre è dato per morto. Una volta arrivato scopre che il tempo all’interno dell’istituto non segue le stesse leggi del mondo esterno: la morte è sospesa, ritardata, come se fosse rimasta indietro. Nel sanatorio, popolato da figure enigmatiche e ambienti in continua trasformazione, Józef attraversa uno spazio mentale dove memoria, sogno e realtà si confondono, mentre il passato continua a respirare sotto forma di immagini deformate e ossessive.
Recensione:
Sanatorium Under the Sign of the Hourglass non è un film: è uno stato mentale. I fratelli Quay tornano al lungometraggio come due alchimisti che non hanno mai smesso di lavorare in segreto, distillando immagini, materiali, visioni. Qui il cinema non racconta una storia nel senso tradizionale, ma costruisce un luogo. Un luogo in cui il tempo è una sostanza vischiosa, malata, che non scorre ma ristagna, si accumula, marcisce lentamente.
Il sanatorio non è uno spazio narrativo: è una metafora organica della memoria. Un edificio che respira, che si deforma, che trattiene ciò che dovrebbe essere perduto. La figura del padre, sospesa tra vita e morte, diventa il fulcro di un’ossessione più ampia: l’impossibilità di accettare la fine, la tentazione di congelare il passato in una forma alterata, artificiale. Qui la morte non arriva perché il tempo stesso è stato sabotato.
I Quay lavorano come sempre sulla materia. Oggetti, pupazzi, corpi, polvere, legno, metallo: tutto sembra avere una vita propria. L’animazione non serve a “muovere” le immagini, ma a rivelare la loro inquietudine intrinseca. Ogni minimo movimento è carico di una tensione ancestrale, come se il mondo fosse animato da una volontà segreta. Nulla è stabile, nulla è definitivamente inerte.
La dimensione onirica non è mai consolatoria. Non c’è poesia rassicurante, ma un senso costante di disagio, di spaesamento profondo. Il sogno qui non libera: intrappola. È un sogno che funziona come un archivio guasto, dove i ricordi tornano deformati, corrotti, ricombinati in forme nuove e disturbanti. Guardare il film significa accettare di perdersi in un flusso che non offre appigli logici.
C’è una componente fortemente esoterica, ma sotterranea. Il sanatorio sembra un luogo fuori dal ciclo naturale, una zona franca in cui le leggi cosmiche sono state temporaneamente sospese. Il tempo diventa un’entità manipolabile, quasi rituale. Come se qualcuno avesse tentato di piegare la morte attraverso un atto magico incompleto, lasciando il mondo in uno stato di perenne attesa.
Il film rifiuta ogni didascalia emotiva. Non spiega, non accompagna, non guida. Chiede allo spettatore di abbandonare l’idea di controllo e di attraversare l’opera come si attraversa un sogno ricorrente: con paura, fascinazione e una strana familiarità. È un cinema che non vuole essere interpretato, ma vissuto a livello sensoriale, quasi fisico.
Il rapporto tra animazione e presenza umana è inquietante proprio perché instabile. Le figure sembrano a volte più vive degli esseri umani, come se la materia artificiale avesse preso il sopravvento sul biologico. È un cinema che suggerisce che la memoria, una volta separata dal tempo, diventa qualcosa di mostruoso. Non muore, ma neppure vive davvero.
Il finale non chiude nulla. Rimane sospeso, come tutto il resto. Non c’è risoluzione perché non può esserci: il sanatorio esiste proprio per negare la fine. Sanatorium Under the Sign of the Hourglass è un film che resta addosso come una sensazione fisica difficile da nominare. Un’opera radicale, ostinata, impermeabile a qualsiasi compromesso.
Un film per chi accetta l’idea che il cinema possa essere un luogo in cui il tempo si rompe, la memoria si contorce e la realtà smette di obbedire. Non per tutti. Ma necessario.
