MIND GAME [SubITA]

Titolo originale: Mind Game
Nazionalità: Giappone
Anno: 2004
Genere: Animazione, Fantastico, Visionario
Durata: 103 min.
Regia: Masaaki Yuasa

Masaaki Yuasa: la psichedelia in Giappone

“Psichedelico”, vocabolario Treccani: […] propr. «rivelatore della psiche», comp. del gr. ψυχή «anima, psiche» e tema di δηλόω «manifestare» […] Termine con cui è stato indicato il cosiddetto effetto di «allargamento della coscienza» indotto dall’assunzione degli allucinogeni, principalmente l’LSD, consistente in uno stato di particolare tensione emotiva con allucinazioni e fenomeni di evasione dalla realtà.
A dir la verità, di LSD in questo film non ne troveremo, né di altre droghe allucinogene (in quanto al regista, beh, questo trascende le mie competenze, ma di sicuro non ci giurerei). Piuttosto, siamo di fronte a qualcosa che fa dell’evasione dalla realtà il suo mezzo espressivo fondamentale, nonché (se letto all’interno dei corretti binari) persino uno dei suoi obiettivi.
Correva l’anno 2004, e mentre il si crogiolava nella celebrazione e nella consacrazione dell’animazione giapponese, che in quell’anno regalava ai grandi e piccoli schermi prodotti non proprio indifferenti come Il castello errante di Howl di Hayao Miyazaki e Paranoia Agent di Satoshi Kon, nei sobborghi di Tokyo lo Studio 4°C affidava ad un nuovo regista, un certo Masaaki Yuasa, il compito di stravolgere i canoni dell’animazione nipponica ormai tanto popolari con il suo primo lungometraggio. Beh, a dirla tutta, non sappiamo se sia andata esattamente così e se le intenzioni fossero quelle fin dalla firma sul contratto del giovane regista, all’epoca trentanovenne; ma ciò che possiamo dire a posteriori è che, sperato o insperato, il risultato fu proprio quello. In un colpo il film di Yuasa trascese il linguaggio ed i confini dei lungometraggi di animazione “canonici” ed anche i metodi di narrazione propri di un certo tipo, se vogliamo anche più disimpegnato di altri, di genere cinematografico. Mind Game ci scaraventa dritti dopo esattamente 51 secondi in una valanga esuberante di vorticose e incalzanti immagini, in cui siamo ancora lì ad aspettare i titoli di testa e già probabilmente ci staremo guardando intorno disorientati.
Tutto ciò è molto stimolante, no?

Nishi è un giovanotto slavatino, né carne né pesce, zero fiducia in sé stesso, con il sogno di diventare un mangaka. Per una fortuita combinazione si imbatte in un nella ragazza di cui era segretamente innamorato da ragazzino, Myon; ma, ahimè, questa gli annuncia tutta felice del suo prossimo matrimonio con il suo attuale fidanzato. Nishi inizia già a veleggiare con la fantasia e ad immaginarsi le possibili reazioni di Myon alle sue possibili affermazioni, ma il giovane viene di colpo riportato alla realtà quando Myon lo porta nel ristorante di famiglia ad incontrare proprio il promesso sposo. La scena viene raggelata dall’ingresso di due singolari yakuza, che vogliono riscuotere un debito dal padre di Myon. Nel trambusto seguente il povero Nishi si becca una pallottola e finisce nell’Aldilà, dove farà due chiacchiere con Dio in persona, un dalle molteplici forme, in continua trasformazione e con un pragmatismo umorista, e darà una svolta inaspettata agli eventi.

L’incipit, così com’è, se di sicuro non ci dà un’idea di dove possa andare a parare la vicenda, certamente ci avverte di cosa essa sarà capace. Sono stato fortemente combattuto su come impostare queste righe che (spero) leggerete, dal momento che solitamente prediligo puntare più sull’aspetto di analisi di un film, cosa che necessariamente implica la presenza di molti spoiler e altre cose molto antipatiche per chi non ha ancora visto il film, ma che spero possano costruttive per un ragionamento post-visione. Beh in questo caso, visto che stiamo parlando di un film poco conosciuto (io non l’avevo mai nemmeno sentito nominare prima del suggerimento del caro Andrea, che è in fase psichedelia libera e ispirazione per quel capolavoro di Enter The Void e quindi ci fa fumare le cervella a tutti con film di questo stampo – ti amiamo), visto che è poco conosciuto, dicevamo, e visto che è così talmente ispirato e imprevedibile, estroverso e raggiante, mi sono detto che sarebbe stato meglio non dire una parola di più su trama ed avvenimenti. Lo stupore e il guardarsi intorno spaesati, in balia delle immagini e dei colori, a metà tra la risata, la meraviglia, l’incredulità e anche (spesso) il domandarsi che cosa diavolo si sta guardando sono la prima esperienza psichedelica, vissuta in prima persona, che questo film ci regala e di cui non voglio privarvi nemmeno per sbaglio. Balene, vecchietti, animali preistorici, yakuza e cervelli saranno molto grati per questo. Del resto, come già abbiamo sottolineato in apertura, psichedelia = allargamento della coscienza, evasione dalla realtà, e specie in questa occasione particolare sarebbe infinitamente stupido relegare il susseguirsi delle scene a degli angusti confini narrativi, che starebbero solo che stretti a qualcosa che i confini li vuole allargare. Entriamo dunque nel mood di Yuasa per comprendere il suo film (o, quantomeno, viverne lo spirito, ma credo che in questo caso le due cose coincidano).

Prima scena: una macchina, pioggia. Matita grezza, linee spigolose, geometrie distorte, sfondo accennato, personaggi stilizzati. Una porta scorrevole sulla caviglia di una ragazza. Blu scuro. Seconda scena: mille scene, giallo, azzurro, colore. Passato e presente, futuro, forse. Musica, silenzio, sport, videogames. Telefono, email, tramonto. Calcio, un biglietto, teppisti, valigie. Titolo.
MIND GAME, sappiatelo.
Treno, tette, ancora pioggia. Presente, sposare?, passato. Sta succedendo davvero? Ce ne importa? Nishi’s Evolution. Fuochi d’artificio, attori veri?? No, così non è andato bene, cambiamo.

Sette minuti, e abbiamo già visto tutto, anche se non lo sappiamo ancora. Ma tutto sul serio. Noi non l’abbiamo capito, figuriamoci quel bamboccione di Nishi. Anche se la soluzione la stava scrivendo sul suo cellulare, proprio all’inizio. Non ce ne siamo accorti, ma del resto è meglio così, perché quello che è passato sullo schermo è solo parte della soluzione. Manca una chiave di lettura. La troveremo, cosa ve lo dico a fare, un po’ qui, un po’ là. Con questa in mano, rivedremo qualcosa che di fatto abbiamo già visto, ma forse non come l’abbiamo vista. Sto parlando per enigmi e me ne rendo conto, ma di fatto il lungometraggio di Yuasa non è che vi parli in maniera differente. Sempre in bilico tra l’assurdo, il nonsense, il surreale ed il grottesco, seguiremo Nishi nella sua Evolution. Se etichettate questo film come un trip fine a sé stesso siete dei criminali, io ve lo dico. Il trip c’è, se lo fa il nostro Nishi, se lo fa probabilmente lo stesso Yuasa, dobbiamo farcelo anche noi. Ma non nel senso di allucinarsi e sbavare sul pavimento mentre la nostra mente fa ciao ciao alla realtà. Piuttosto nel senso di estendere la propria coscienza, rivolgendosi però sempre verso questa. Sì perché la psichedelia qui è un mezzo la cui finalità è sempre e comunque la vita, non l’evasione dalla vita. È il servirsi di esperienze immaginarie e assurde per capire che strada stiamo percorrendo sulla terra, dove di fatto vogliamo vivere e da cui, a conti fatti, non vogliamo scappare.

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Non serve degli esperti di animazione (cosa che, tra parentesi, è l’ultima delle cose che qualcuno potrebbe dire di me) per rendersi conto di quello che è stato frullato insieme da Yuasa e dallo Studio 4°C. Le tecniche d’animazione che troviamo in Mind Game passano dal disegno tradizionale, alla computer grafica, dalla fotografia al materiale live action, con i paonazzi e bislacchi volti reali degli attori sovrapposti per manciate di secondi a quelli disegnati, in un’esperienza particolare di sperimentalismo visivo che non ha altro senso se non quello di espandere (sfondare?) i confini di un mezzo rappresentativo e contribuire in senso metatestuale a plasmare il messaggio finale. Ok, a volte le animazioni possono veramente raffazzonate e grezze all’inverosimile, dimentichiamoci le tavole meravigliosamente minuziose e realistiche dello Studio Ghibli e, più recentemente, di Makoto Shinkai. Siamo agli antipodi. Non interessa tanto il realismo, interessa l’esperienza sensoriale ed extrasensoriale. Troviamo così personaggi stilizzati, sfondi lasciati a metà, linee dure e caricaturesche, con quella samba in sottofondo che aggiunge (se mai ce ne fosse bisogno) assurdità e ci spiazza ancor di più. Ma stiamo trascendendo la realtà, ricordate? O meglio, la stiamo rivivendo con occhio visionario e creativo.

Due scene in particolare meritano almeno qualche parola.
La prima: Nishi fa il gradasso e lo yakuza lo spedisce diretto al creatore, in un modo che francamente non auguro a nessuno. All’inizio Nishi è solo contorno, niente corpo. Allucinazione, stiamo lasciando il corpo dietro di noi. Quattro pareti brillanti, schermi giganti che proiettano la dinamica della sua ingloriosa dipartita. Consapevolezza. Sono morto. E le voci che arrivano da tutte le direzioni: “Fa schifo vero?” Ora siamo al cospetto di Dio, cambia continuamente forma. Da una parte, buio. Forza, è la tua direzione, dritto di là, estinzione. Posso cambiare le cose? Proviamoci.
Scena magistrale, insospettabilmente profonda e densa di sfaccettature; fate attenzione a quello che dice il leopardo (sì, un leopardo nel limbo).
La seconda: Nishi e Myon sono finiti in qualche strambo posto che non vi dirò di certo, si amano, finalmente. Esplode lo schermo. Colori, dipinti, musica. Fiori, particolari, acquerelli meravigliosi. Un tripudio di gioia e sensualità, nell’accezione primordiale di esaltazione dei sensi. Lasciamo indietro i corpi, ci buttiamo a capofitto in una psichedelia feconda e solare, tripudio di senso e sentimento. Raramente ho visto rappresentazioni tanto stupefacenti dell’amore, avrei voluto che la scena durasse un altro quarto d’ora almeno.
Meraviglie dell’animazione, prendiamo la realtà e ne facciamo ciò che ne vogliamo.

YOUR LIFE IS THE RESULT OF YOUR OWN DECISION.
Si parte da qui, da quello che Nishi sta digitando sul suo cellulare dopo 35 secondi. A cosa servono dunque quei 105 minuti seguenti? Ad psichedelici, ecco a cosa. Ad ampliare la coscienza. E a dare una nuova luce sotto cui osservare gli eventi, quelli passati e quelli futuri, quelli possibili e quelli che lo sarebbero con la propria volontà. Abbiamo già detto che la sfilza di immagini che vediamo nei primi minuti le avremmo riviste. Ed in effetti, le rivediamo pari pari. Cambia qualcosa, però. Il colore.
La decisione. La volontà. Diventiamo, noi ed i personaggi, yakuza compresi, consapevoli di tutto, anche di quello che sarebbe potuto ma non è stato, persino di quello che ci troviamo davanti, carta bianca ancora da scrivere. Da disegnare. Da scarabocchiare. Da colorare. Sì, rivediamo tutto, colorato. Ah, e state bene attenti allo schermo del cellulare.
Punto di partenza: reale. Punto di arrivo: reale. Mezzo: il più surreale possibile.
Abbiamo una consapevolezza in più, una che vola e chissenefrega di dove atterra, basta che voli bene.
Fine, è stato tutto un Mind Game. O forse no.
THE STORY HAS NEVER BEEN TO THE END.

Recensione: shivaproduzioni.com

 

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