DRIB (SubENG)

Titolo originale: DRIB
Paese di produzione: Norvegia
Anno: 2017
Durata: 94 min
Genere: Commedia, Drammatico, Satirico
Regia: Kristoffer Borgli

Sinossi: Un giovane artista viene coinvolto da una società di marketing che vuole trasformare la sua vita in una campagna virale. Ciò che inizia come un esperimento mediatico si trasforma progressivamente in una costruzione ambigua dove realtà, messinscena e manipolazione si sovrappongono fino a diventare indistinguibili.

Recensione:
DRIB è un film che non gioca con la realtà: la usa come materiale instabile, la piega, la espone e poi la lascia collassare sotto il peso della sua stessa rappresentazione. Kristoffer Borgli costruisce un dispositivo che sembra inizialmente lineare — un artista coinvolto in una campagna pubblicitaria — ma che in realtà si rivela presto una trappola concettuale, un sistema che si nutre della vita reale per trasformarla in contenuto. Il punto non è più distinguere ciò che è vero da ciò che è costruito, ma osservare il momento esatto in cui questa distinzione smette di avere senso.

Il protagonista non è semplicemente manipolato: è progressivamente riscritto. La sua identità diventa un terreno su cui agiscono forze esterne — branding, narrazione, aspettative — che non si limitano a rappresentarlo, ma lo modificano. E questa modifica non è spettacolare, non avviene attraverso eventi eclatanti, ma attraverso una serie di micro-interventi, decisioni apparentemente innocue che, accumulate, producono uno slittamento. A un certo punto non è più chiaro se ciò che vediamo sia ancora una persona o già un personaggio.

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Il film lavora esattamente su questa zona grigia. Non offre mai una prospettiva stabile, non concede allo spettatore il privilegio di sapere “come stanno davvero le cose”. Ogni sequenza sembra confermare qualcosa e allo stesso tempo metterla in discussione. Il linguaggio stesso del documentario viene utilizzato come strumento ambiguo: invece di garantire autenticità, diventa parte del meccanismo di costruzione. Ciò che dovrebbe testimoniare il reale finisce per fabbricarlo.

Ed è qui che DRIB diventa più incisivo di quanto sembri. Non è una semplice satira del marketing o dei media contemporanei, ma una riflessione sulla trasformazione dell’esperienza in contenuto. Tutto può essere registrato, montato, distribuito. Tutto può essere inserito in una narrativa. E nel momento in cui questo accade, qualcosa si perde. Non la verità in senso assoluto, ma la possibilità stessa di riconoscerla come tale.

La regia mantiene un tono volutamente ambiguo, quasi distaccato. Non c’è indignazione esplicita, non c’è una denuncia diretta. C’è una progressiva esposizione del meccanismo, lasciato funzionare fino alle sue conseguenze più paradossali. E queste conseguenze non arrivano come climax, ma come saturazione. A un certo punto il sistema è così pieno di livelli, di finzioni, di rimandi, che collassa su sé stesso.

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Visivamente, il film sfrutta questa ambiguità senza mai enfatizzarla troppo. L’apparente naturalezza delle immagini, la presenza della camera come elemento interno alla narrazione, contribuiscono a rendere tutto più instabile. Non c’è un confine netto tra ripresa “reale” e costruzione scenica, e proprio questa indistinzione diventa il cuore del film. Lo spettatore non può fidarsi completamente di ciò che vede, ma non può nemmeno rifiutarlo.

DRIB non cerca di smascherare un’illusione. Mostra qualcosa di più inquietante: che l’illusione non è separata dalla realtà, ma la attraversa continuamente. E nel momento in cui la realtà viene costantemente registrata, reinterpretata e distribuita, diventa inevitabilmente parte di quella stessa illusione.

Non c’è una via d’uscita proposta. Non c’è un ritorno a una autenticità perduta. Il film non è nostalgico. È lucido. E questa lucidità è ciò che lo rende scomodo, perché non lascia spazio a posizioni esterne. Non c’è un “fuori” da cui osservare il fenomeno: lo spettatore è già dentro.

Alla fine, ciò che resta non è una critica al sistema, ma la percezione di quanto sia facile essere assorbiti da esso. E di quanto sia difficile, una volta dentro, distinguere ciò che si è da ciò che si sta mostrando.

By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

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