DONNYBROOK (SubITA)

Titolo originale: Donnybrook
Paese di produzione: USA
Anno: 2018
Durata: 101 min.
Genere: Drammatico
Regia: Tim Sutton

Nel Midwest americano, tra roulotte, strade sterrate e foreste che sembrano fuori dal tempo, due uomini si muovono verso lo stesso destino. Jarhead Earl, ex marine violento e instabile, combatte per sopravvivere in un mondo che non gli offre redenzione. Dall’altra parte Angus, ex soldato anche lui, cerca di proteggere la propria famiglia e di trovare una via d’uscita partecipando a un torneo clandestino di combattimenti a mani nude: il Donnybrook. Un evento brutale, senza regole, dove il premio in denaro promette salvezza ma richiede un prezzo altissimo.

Recensione:
Donnybrook non è un film sul combattimento. È un film sull’inevitabilità dello scontro. Tim Sutton prende l’America rurale e la spoglia di ogni mitologia: niente eroismo, niente redenzione, niente retorica del sacrificio. Solo corpi stanchi che si muovono in un paesaggio moralmente esaurito, come animali che si riconoscono a distanza per l’odore della violenza.

Il torneo che dà il titolo al film resta quasi sempre fuori campo, come una promessa tossica che aleggia su ogni scena. Non serve mostrarlo: è già ovunque. È nei lividi, nei silenzi, negli sguardi bassi. È nella maniera in cui i personaggi parlano poco e quando lo fanno sembrano farlo controvoglia, come se ogni parola fosse una perdita di energia vitale.

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Sutton costruisce il film per sottrazione. La narrazione è frammentata, ellittica, quasi ostinata nel rifiutare spiegazioni psicologiche. Non ci sono backstory rassicuranti, non c’è un passato che giustifica davvero il presente. I personaggi sono già dentro il meccanismo, e il film li osserva come si osserva un fenomeno naturale: senza giudizio, senza consolazione.

La violenza, quando arriva, non è spettacolare. È sporca, breve, umiliante. Non c’è catarsi, non c’è adrenalina. Ogni colpo sembra togliere qualcosa, non aggiungere. Il corpo umano è trattato come una materia destinata al consumo, e il combattimento diventa una forma estrema di lavoro precario: ti vendi pezzo dopo pezzo, finché resti in piedi.

L’America di Donnybrook è una terra post-bellica permanente, anche senza guerra visibile. Gli ex soldati non sono traumatizzati in modo esplicito, ma sembrano incapaci di reintegrarsi in una realtà che richiede una violenza più subdola, più amministrativa. Il torneo clandestino diventa allora una versione onesta del sistema: lì almeno sai perché stai sanguinando.

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C’è qualcosa di profondamente rituale nel film. Gli spostamenti notturni, i falò, i boschi, le case isolate sembrano appartenere a un’America arcaica, quasi pagana. Il Donnybrook non è solo un evento illegale: è un sacrificio collettivo, una messa nera del capitalismo terminale, dove pochi osservano e molti si distruggono.

Visivamente, il film è secco, freddo, controllato. La macchina da presa resta distante, come se rifiutasse qualsiasi coinvolgimento emotivo diretto. Questo distacco amplifica il senso di condanna: nessuno verrà a salvare nessuno, nemmeno il cinema.

Donnybrook è un film che respinge chi cerca una storia “motivazionale”. Qui non si combatte per diventare qualcuno, ma per non sparire subito. È un cinema duro, ostinato, quasi crudele nella sua coerenza. Non offre soluzioni, non cerca empatia facile. Mostra un mondo in cui l’unica moneta di scambio rimasta è il corpo, e l’unico linguaggio comprensibile è lo scontro.

Un film che resta addosso come una contusione lenta, che non fa rumore ma continua a pulsare anche dopo i titoli di coda.

 

By catsicklair sub

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