
Titolo originale: The Color of Paradise (Rang-e Khoda)
Paese di produzione: Iran
Anno: 1999
Durata: 90 minuti
Genere: Drammatico
Regia: Majid Majidi
Sinossi:
Mohammad, un bambino cieco dotato di una straordinaria sensibilità verso il mondo naturale, torna al suo villaggio dopo aver frequentato un istituto per non vedenti a Teheran. Mentre lui percepisce la bellezza della natura attraverso suoni e tatto, suo padre Hossein è tormentato dalla vergogna e dal timore che la disabilità del figlio comprometta la possibilità di risposarsi. Il ritorno a casa diventa così uno scontro tra innocenza e paura, spiritualità e orgoglio, amore e rifiuto.
Recensione:
The Color of Paradise è uno di quei film che sembrano respirare insieme alla terra che mostrano. Majid Majidi costruisce un’opera di struggente purezza, dove lo sguardo non è l’organo privilegiato della percezione, ma solo uno dei tanti modi attraverso cui il mondo può essere sentito.
Mohammad non vede, ma ascolta il vento tra le foglie, accarezza la corteccia degli alberi, riconosce l’acqua che scorre tra le pietre. La natura diventa un linguaggio vivo, un alfabeto tattile e sonoro che rivela un’armonia invisibile. In questo senso, il film ribalta la prospettiva dello spettatore: siamo noi, vedenti, a essere improvvisamente limitati.
Il vero conflitto non è la cecità del bambino, ma la cecità spirituale del padre. Hossein vive intrappolato nella vergogna sociale, nel peso del giudizio altrui, nella paura di non poter ricostruire la propria vita. Il figlio diventa per lui un ostacolo, uno stigma, una ferita che non riesce a guardare.
Majidi affronta questo conflitto senza mai cadere nel sentimentalismo facile. Il dolore emerge nei silenzi, negli sguardi sfuggenti, nei gesti trattenuti. L’amore paterno non scompare: resta sepolto sotto strati di paura e orgoglio.
Visivamente, il film è una sinfonia naturale. I verdi intensi delle foreste, il fango delle risaie, il suono della pioggia, il fruscio dell’erba: tutto contribuisce a creare un universo sensoriale immersivo. La natura non è semplice sfondo ma presenza spirituale, manifestazione del divino.
La religiosità del film non è dogmatica, ma profondamente mistica. Dio non è evocato attraverso parole o rituali, ma attraverso la meraviglia del creato. La percezione sensoriale diventa esperienza spirituale.
La performance del giovane attore che interpreta Mohammad è di una sincerità disarmante. Il suo sorriso, la sua curiosità, la sua capacità di stupirsi restituiscono una visione dell’infanzia come forma di saggezza primordiale.
E poi c’è il silenzio. Un silenzio pieno, abitato, vibrante. Majidi sa quando lasciare spazio all’assenza di parole, permettendo alle immagini e ai suoni naturali di parlare.
Il film conduce lo spettatore verso una dimensione emotiva profonda, dove dolore e bellezza convivono. Non è una storia sulla disabilità: è una storia sulla capacità umana di percepire il sacro nel mondo.
The Color of Paradise non chiede di essere guardato. Chiede di essere ascoltato, sentito, toccato interiormente.
E quando finisce, resta addosso come il suono lontano dell’acqua tra le pietre.
