
Titolo originale: Hamchenan ke mimordam
Paese di produzione: Iran
Anno: 2018
Durata: 75 minuti
Genere: Drammatico
Regia: Mostafa Sayari
Sinossi:
Una famiglia povera vive in una remota regione desertica dell’Iran. Quando la madre muore improvvisamente, il padre e i figli si trovano costretti a trasportarne il corpo attraverso paesaggi aridi e ostili per darle una sepoltura dignitosa. Il viaggio diventa una prova fisica e morale, mettendo a nudo tensioni familiari, difficoltà economiche e il peso delle tradizioni in una terra dove la sopravvivenza quotidiana è già una battaglia.
Recensione:
Il titolo evoca inevitabilmente Faulkner, ma il film di Mostafa Sayari non è un adattamento letterario: è piuttosto una risonanza tematica, una meditazione sulla morte, sul viaggio e sul peso invisibile che lega i vivi ai morti. In As I Lay Dying, la perdita non è un evento improvviso ma una presenza che si espande lentamente, come il calore che vibra sull’orizzonte desertico.
Il film si muove dentro uno spazio geografico che è anche uno spazio morale. Il deserto non è sfondo: è forza attiva, pressione costante, elemento che modella i gesti e i silenzi dei personaggi. La luce dura, l’aria secca e l’orizzonte infinito generano una sensazione di isolamento cosmico, come se la famiglia fosse sospesa fuori dal tempo.
Il viaggio funebre diventa un rito arcaico. Non c’è retorica, non c’è melodramma: solo corpi che si muovono lentamente, parole ridotte all’essenziale, fatica che diventa linguaggio. Il cadavere trasportato non è soltanto un corpo da seppellire, ma un centro gravitazionale attorno al quale orbitano colpa, responsabilità e memoria.
Sayari costruisce il film attraverso sottrazione. I dialoghi sono minimi, spesso sostituiti da silenzi che raccontano più delle parole. I bambini osservano, apprendono, interiorizzano la durezza del mondo adulto. Il padre incarna una dignità silenziosa, fragile ma ostinata, costretto a mediare tra tradizione, miseria e necessità.
Il tempo sembra dilatarsi. Ogni passo nel paesaggio arido suggerisce un’umanità che continua a muoversi nonostante tutto. Non c’è catarsi, non c’è consolazione: solo la persistenza del vivere.
Visivamente, il film abbraccia un realismo austero che sfiora l’astrazione. Le figure umane appaiono piccole contro l’immensità del paesaggio, sottolineando una condizione esistenziale universale: la sproporzione tra la fragilità umana e l’indifferenza del mondo.
Ma sotto la superficie minimalista pulsa un’emozione profonda. Il dolore non viene esibito; si manifesta nei gesti ripetuti, negli sguardi evitati, nella fatica condivisa. Il viaggio diventa una forma di elaborazione del lutto: ogni chilometro percorso è un passo verso l’accettazione.
As I Lay Dying è un film che parla sottovoce ma lascia un’eco persistente. È un cinema della resistenza silenziosa, della dignità nella povertà, della continuità della vita anche quando la morte sembra occupare tutto lo spazio possibile.
Non offre risposte, non cerca consolazioni facili. Mostra semplicemente l’essere umano mentre continua a camminare.
