UNICORN (SubITA)

Titolo originale: Unicórnio
Paese di produzione: Brasile
Anno: 2017
Durata: 76 minuti
Genere: Drammatico, Fantastico, Visionario
Regia: Eduardo Nunes

Sinossi:
In una casa isolata, immersa in una natura silenziosa e indifferente, una madre e una figlia adolescente vivono un’esistenza sospesa, scandita da gesti quotidiani, rituali minimi e un legame affettivo totalizzante. L’assenza del padre è una ferita mai nominata, che ha trasformato l’intimità familiare in un microcosmo chiuso, quasi autosufficiente. Quando la ragazza inizia a sentire il bisogno di separarsi, di desiderare un altrove ancora indistinto, l’equilibrio si incrina. Il passaggio dall’infanzia all’età adulta diventa allora un processo doloroso, fatto di silenzi, attrazione e repulsione, in cui l’amore rischia di trasformarsi in prigionia.

Recensione:
Unicórnio è un film che non si racconta: si trattiene. Eduardo Nunes costruisce un cinema dell’aderenza emotiva, dove ogni immagine sembra restare un secondo di troppo, come se il film stesso esitasse a lasciar andare i suoi personaggi. Nulla è esplicito, nulla è spiegato, e proprio per questo tutto pesa. È un’opera che vive in una zona liminale, tra affetto e soffocamento, protezione e controllo, desiderio e colpa.

La dichiarazione “inspirado em dois contos de Hilda Hilst” non è un dettaglio secondario, ma il nucleo invisibile che alimenta l’intero film. Hilst non viene adattata: viene distillata. Il suo universo letterario — fatto di corpi pensanti, spiritualità carnale, legami familiari ambigui e desideri che non trovano linguaggio — attraversa Unicórnio come una corrente sotterranea. Il film non cita, non illustra, non omaggia: assorbe. E ciò che assorbe è soprattutto l’idea che l’intimità, quando diventa assoluta, possa trasformarsi in una forma di violenza silenziosa.

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Il rapporto madre-figlia è il vero campo di battaglia del film. Non c’è antagonismo esplicito, non c’è conflitto dichiarato. C’è una prossimità eccessiva, una vicinanza che non lascia spazio al respiro. La madre non è una figura autoritaria, né apertamente oppressiva: è una donna incompleta, ferita, che ha fatto dell’amore un sistema chiuso. La figlia, al contrario, è una presenza in mutazione, ancora incerta ma già attraversata dal desiderio di separazione. Il film osserva questo processo senza giudizio, con una calma quasi crudele.

Il titolo stesso, Unicórnio, suggerisce una creatura mitica, pura, unica, destinata a non appartenere davvero al mondo. In questo senso, l’unicorno è l’infanzia, ma anche l’illusione di una fusione eterna. Crescere significa uccidere quella creatura senza spargimento di sangue, accettando che qualcosa di irripetibile debba andare perduto. Qui l’eco di Hilst è fortissima: la perdita non è mai un passaggio lineare, ma una lacerazione ontologica.

La regia di Nunes è rigorosa, quasi ascetica. Inquadrature statiche, tempi dilatati, dialoghi ridotti all’essenziale. Il silenzio non è vuoto, è materia. La natura che circonda la casa non è consolatoria né minacciosa: è semplicemente lì, come un testimone muto. Gli spazi interni diventano progressivamente più carichi, più densi, come se l’aria stessa si stesse saturando di emozioni non dette.

Il corpo è centrale, ma mai erotizzato. I gesti, le posture, le distanze fisiche raccontano molto più delle parole. La figlia occupa lo spazio in modo diverso man mano che il film avanza: si allontana, si ritrae, resiste. La madre, invece, resta ferma, ancorata a una forma di amore che non sa trasformarsi. In questo scarto si consuma il vero dramma.

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Unicórnio rifiuta qualsiasi retorica emancipatoria. Non celebra la fuga, non glorifica l’indipendenza. Mostra la crescita come un processo doloroso, ambiguo, colpevole. Separarsi significa ferire. Restare significa soffocare. Non esiste una soluzione pulita, e il film ha il coraggio di non offrirne una.

C’è una dimensione quasi esoterica, ma mai dichiarata. La casa come ventre, la madre come guardiana, la figlia come corpo in transizione. Tutto sembra suggerire un rito di passaggio incompiuto, una trasformazione che non trova un linguaggio simbolico esplicito ma resta sospesa, irrisolta. È qui che il film trova la sua forza più perturbante: nel non chiudere, nel non spiegare, nel lasciare una sensazione di inquietudine sommessa che continua a lavorare dopo la visione.

Unicórnio è un film fragile, ma radicale. Un’opera che chiede allo spettatore di rallentare, di ascoltare i silenzi, di accettare l’ambiguità come forma di verità. Non seduce, non consola, non rassicura. Rimane. Come un legame che non si è ancora spezzato del tutto.

By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

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