100 YEARS OF ADOLF HITLER (SubITA)

Titolo originale: 100 Jahre Adolf Hitler – Die letzte Stunde im Führerbunker
Nazionalità: Germania
Anno: 1989
Genere: Commedia, Drammatico
Durata: 60 min.
Regia: Christoph Schlingensief

L’ultima ora nel Führerbunker vede le figure chiave di un regime nazista sull’orlo del baratro combattere una guerra privata mentre si ingozzano, fanno sesso e tramano alle spalle l’uno dell’altro: gli antri oscuri del bunker sono il fulcro di ogni tipo di eccesso.

100 Jahre Adolf Hitler – Die letzte Stunde im Führerbunker non è un film storico, non è una satira nel senso rassicurante del termine, non è nemmeno un’opera “provocatoria” come spesso si dice per pigrizia. È un atto di sabotaggio. Christoph Schlingensief entra nel bunker non per ricostruire un evento, ma per distruggere l’idea stessa che la Storia possa essere rappresentata in modo ordinato, comprensibile, moralmente digeribile.

Qui il Führerbunker non è un luogo realistico, ma una cavità mentale, un intestino del potere dove tutto è già marcito. Hitler e il suo entourage non vengono mitizzati né demonizzati: vengono ridotti a corpi grotteschi, a figure isteriche, sessualizzate, ridicole, disperate. Schlingensief compie un gesto radicale e pericoloso: toglie al nazismo ogni aura tragica e lo espone come un accumulo di pulsioni infantili, violenze da teatro dell’assurdo, deliri da fine festa. Non c’è grandezza, non c’è epica, non c’è nemmeno “il male” come categoria metafisica. C’è solo una farsa oscena che si ripete fino allo sfinimento.

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La messa in scena è povera, claustrofobica, volutamente sporca. Il bianco e nero non nobilita, ma appiattisce tutto in una materia grigia e soffocante. La macchina da presa non osserva con distanza critica: è incollata ai corpi, ai respiri, ai rantoli. Non c’è spazio per lo spettatore di sentirsi al sicuro, superiore, moralmente protetto. Guardare questo film significa essere intrappolati in una stanza senza aria, dove il potere non esplode in un gesto finale grandioso, ma si dissolve in una sequenza interminabile di tic, di ossessioni, di performance ridicole.

Schlingensief lavora sul corpo come campo di battaglia politico. Il sesso, la nudità, l’eccesso non sono provocazioni gratuite, ma strumenti per demolire la monumentalizzazione del nazismo. Qui il potere non è freddo, non è efficiente, non è “terribile” nel senso cinematografico classico: è patetico, sudato, impotente. Il film suggerisce qualcosa di profondamente scomodo: che il fascino del male nasce anche dal nostro bisogno di renderlo coerente, ordinato, narrabile. Schlingensief distrugge questa possibilità, lasciandoci solo con il caos.

Non c’è catarsi, non c’è liberazione. L’ultima ora nel bunker sembra durare un’eternità proprio perché non conduce a nulla. La fine non arriva come evento, ma come stanchezza. Il suicidio simbolico del regime non è un atto risolutivo, ma un collasso senza dignità. È qui che il film diventa davvero insopportabile e necessario: rifiuta ogni forma di consolazione morale, ogni distanza storica rassicurante.

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100 Jahre Adolf Hitler è un film che molti rifiutano perché “troppo”, perché confuso, perché offensivo. Ma è proprio in questo eccesso che risiede la sua lucidità. Schlingensief non vuole spiegare il nazismo: vuole impedire che venga spiegato troppo bene. Vuole sabotare il nostro desiderio di capire, ordinare, archiviare. La sua è un’operazione di disturbo permanente, un cinema che non si lascia addomesticare né trasformare in lezione.

Questo film non chiede di essere amato, né capito fino in fondo. Chiede di essere attraversato, sopportato, metabolizzato lentamente. È un’opera che ti sporca, ti mette a disagio, ti priva di qualsiasi posizione comoda. E proprio per questo resta. Come un rumore di fondo nella memoria. Come qualcosa che continua a disturbare, anche quando pensi di averlo dimenticato.

 

 

By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

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