O FANTASMA [SubITA]

Titolo originale: O fantasma
Nazionalità: Portogallo
Anno: 2000
Genere: Drammatico
Durata: 87 min.
Regia: João Pedro Rodrigues

Sergio è vittima di un desiderio sempre più indefinibile. Cerca di soddisfarlo in un interminabile girotondo di anonimi sessuali. Una notte incontra il ragazzo dei suoi e la sua ne è sconvolta. Lo spia, penetra nella sua casa, rovista nella sua immondizia. Rifiutato, cerca rifugio nei rifiuti. È solo. Non appartiene più a questo mondo.

In questo che probabilmente è «l’anno zero per il portoghese», come ha sentenziato Luis Urbano, produttore della O Som e a Fúria, pilastro del nuovo cinema d’autore di Lisbona, riteniamo doveroso dedicare attenzione a uno dei film manifesto della nuova cinematografia portoghese, O fantasma di João Pedro Rodrigues. Rodrigues e Urbano sono tra i firmatari dell’accorato appello rivolto al nuovo governo di destra, salito al un anno fa, i cui interventi, improntati a un populismo ostile a qualsiasi misura di sostegno alle arti, hanno determinato la cancellazione del ministero della e il congelamento delle sovvenzioni statali per l’ICA, l’Istituto do Cinema e do Audiovisual.
Come scrittoci da Gualtiero De Santi, a riguardo della pubblicazione del nostro Il film in cui nuoto è una febbre. 10 registi fuori dagli scheRmi,: «siamo in tempi d’emergenza, dunque serve anche dotarsi degli strumenti necessari, […] di una critica che resiste in senso intellettuale e culturale, ma anche di indispensabile militanza civile».

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Rodrigues sceglie come dell’azione una Lisbona marginale, periferica, anonima, opposta agli estetizzanti di wendersiana memoria; a stabilirne i tracciati sono le traiettorie notturne dei netturbini. In particolare quelle di Sergio, diverso per vocazione, estraneo a ogni genere e convenzione, in grado di concepire l’amore unicamente come atto violento e sovversivo. È un escluso che vive drammaticamente la separatezza.
È protagonista di un amour fou, di un’ossessione dell’amato e del desiderio che spinge a impossessarsi di tutto ciò che il corpo dell’altro ha sfiorato. Nei rifiuti cerca una “carne” a cui far aderire la sostanza delle sue emozioni. Nelle incursioni piratesche nell’immondizia Sergio assapora qualcosa che non gli potrà mai appartenere. Proprio nei termini in cui è proposto il sentimento amoroso troviamo forse la chiave interpretativa dell’opera: la vera cifra stilista di O fantasma non è quella realistica, come la resa delle immagini potrebbe far pensare, ma surreale. Alla maniera dei surrealisti, per Rodrigues l’amore è furia e cannibalismo, l’ è autolesionismo e accecamento. Le scene d’amore di O fantasma sono anche scene di sofferenza, solitudine o disperazione. L’amore è difficile, continuamente rimandato o interrotto. L’eros è mancanza e frustrazione, spesso atto solitario e onanistico. L’amore porta all’autodistruzione: inamato, Sergio, anche lui di un sentimento non corrisposto, si fascia in un tuta di lattice nero, diventa un fantasma, variante sadomaso del Fantomas di Feuillade, e scompare tra le discariche.

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Il racconto passa attraverso il sesso, mostratoci esplicitamente ma senza nessuna morbosità o empatia; non come provocazione, ma perché l’animalità della passione carnale, è l’unico strumento di socialità che Sergio conosce. Rodrigues dimostra una freddezza chirurgica nell’evitare qualsivoglia forma di trasporto emotivo, dirige con gelida, ossessiva rigorosità; privo di compiacimento, rifiuta ricattatorie forme di psicologismo, o concessioni alla facile drammaturgia, la messinscena è spogliata da qualsiasi didascalia o spiegazione. O fantasma non significa nulla più di ciò che mostra e, per questo, genera turbamento.
È un film contenutisticamente e formalmente anarchico, che cerca di destrutturare la comunicazione comune, interrompendo l’automatismo che associa gli elementi comunicativi a significati ideologici precostituiti. Come scrisse Fofi: «la sua “diversità” è, per una volta, davvero tale, esplicita nelle immagini e, nei contenuti, incomunicabile». Sì, perché alla comunicazione alienata si sfugge solo con la ribellione alla comunicazione.

Recensione: uzak.it

By Anam

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