BODIED (SubENG)

Titolo originale: Bodied
Paese di produzione: Stati Uniti
Anno: 2017
Durata: 120 min
Genere: Commedia, Drammatico, Musicale, Satira
Regia: Joseph Kahn

Sinossi: Adam, un giovane studente universitario bianco che sta preparando una tesi sull’uso degli insulti razziali nel rap, entra nel mondo delle battle rap underground. Quello che nasce come ricerca accademica diventa una dipendenza competitiva, capace di trasformare la sua identità e trascinarlo in un vortice di provocazioni, fama e polemiche.

La società contemporanea ha un problema con le parole: le usa per dichiararsi libera, poi passa il tempo a stabilire quali possano essere pronunciate, da chi e in quali circostanze. Nel frattempo, basta entrare in un’arena di battle rap per scoprire che la lingua, quando diventa un’arma, può essere molto più feroce di qualsiasi pugno. Bodied di Joseph Kahn ci scaraventa proprio lì, nel sottosuolo competitivo dell’hip-hop, dove due rapper si affrontano a colpi di rime, doppi sensi, umiliazioni e attacchi personali, cercando di distruggere l’avversario davanti a un pubblico che pretende sangue verbale. Il protagonista, Adam Merkin, è uno studente bianco di Berkeley, intelligente, colto, progressista, immerso nei libri e nelle discussioni accademiche. Sta studiando l’uso della parola con la N nel rap, cercando di comprenderne il significato culturale e le contraddizioni. Insieme alla fidanzata Maya, frequenta una scena che inizialmente osserva da spettatore e da ricercatore. Ma Adam non è soltanto affascinato dalla tecnica dei battler: dentro di lui c’è una fame di riconoscimento che l’ambiente universitario non riesce a soddisfare. Quando scopre di avere un talento naturale per le rime offensive, la ricerca diventa partecipazione, la partecipazione diventa competizione e la competizione si trasforma in un’ossessione. Il ragazzo che voleva studiare il linguaggio finisce per essere divorato dal linguaggio stesso. Kahn costruisce una commedia aggressiva, ipercinetica e deliberatamente provocatoria, che non risparmia nessuno: progressisti, conservatori, moralisti, razzisti, privilegiati, indignati professionisti e intellettuali convinti che una teoria ben formulata possa spiegare qualsiasi cosa. Le battle sono duelli in cui il cervello deve colpire prima che l’avversario riesca a respirare, e le parole diventano proiettili confezionati con precisione chirurgica. Qui non si combatte per dimostrare di avere ragione: si combatte per conquistare la stanza, dominare il ritmo, individuare il punto debole dell’altro e trasformarlo in spettacolo. Il talento non basta, però. Per vincere bisogna conoscere il contesto, capire quando una provocazione funziona e quando invece rivela soltanto la povertà di chi la pronuncia. Adam possiede l’intelligenza per costruire rime complesse, ma deve ancora comprendere il prezzo umano di ciò che sta facendo. E quando il suo successo comincia a crescere, la domanda non è più se sappia rappare. È quanto sia disposto a sacrificare pur di continuare a vincere.

Il ring verbale di Bodied è un laboratorio sociale senza anestesia. Dentro una battle si può attaccare praticamente tutto: il colore della pelle, il genere, l’orientamento sessuale, il corpo, la famiglia, le origini, le ferite personali. Gli insulti razzisti e misogini vengono utilizzati come munizioni, ma il film non si limita a esibirli per scandalizzare il pubblico. Mette in scena il cortocircuito tra il significato di una parola, la persona che la pronuncia, la storia che porta con sé e il contesto in cui viene usata. Un insulto pronunciato per umiliare può diventare uno strumento di rivendicazione quando viene rovesciato contro chi lo ha inventato; una provocazione che sul palco appartiene a un codice competitivo può produrre conseguenze completamente diverse fuori dall’arena. Non significa che il contesto cancelli automaticamente ogni responsabilità, né che basti dichiarare di stare scherzando per rendere innocuo qualsiasi attacco. Significa che il linguaggio è più complicato delle etichette con cui cerchiamo di metterlo in ordine. Adam, però, confonde progressivamente la libertà di usare le parole con il diritto di non subirne le conseguenze. La sua ossessione per la performance gli permette di giustificare quasi tutto in nome dell’arte, della tecnica e della competizione. È qui che il film diventa più interessante e anche più contraddittorio. Da una parte prende di mira la cultura dell’indignazione, la tendenza a trasformare ogni controversia in un processo pubblico e l’idea che un’opera debba essere giudicata esclusivamente attraverso il suo contenuto più offensivo. Dall’altra mostra quanto sia facile utilizzare la libertà d’espressione come scudo per evitare di interrogarsi sui propri privilegi e sulle persone che diventano bersaglio delle proprie battute. Perché essere capaci di dire qualcosa non significa aver capito quello che si sta dicendo. E saper costruire una rima devastante non ti rende automaticamente un pensatore libero. A volte sei soltanto uno che ha imparato a colpire più velocemente. La satira di Kahn si diverte a demolire le certezze di ogni tribù ideologica, ma non sempre mantiene la stessa profondità nei diversi bersagli. Alcuni personaggi progressisti sono caricature, e il film mostra una certa impazienza nei confronti del linguaggio politico contemporaneo; allo stesso tempo, quando entra nelle contraddizioni personali dei rapper, riesce a superare il semplice gioco delle provocazioni. Le battaglie più efficaci sono quelle in cui i personaggi si riappropriano degli stereotipi usati contro di loro e li trasformano in materiale creativo, dimostrando che l’identità non è un’etichetta immobile da applicare sulla fronte degli altri. Il risultato non è una soluzione definitiva al conflitto tra libertà e responsabilità, ma qualcosa di più scomodo: la dimostrazione che nessuna delle due può essere liquidata con uno slogan. La censura può diventare una forma di controllo, ma anche l’arroganza di chi pretende di poter dire qualsiasi cosa senza rispondere a nessuno può trasformarsi in un altro esercizio di potere. E il fatto che qualcuno sappia vincere una battaglia non significa che abbia vinto anche quella contro i propri pregiudizi.

Dal punto di vista formale, Bodied è una scarica di adrenalina. Joseph Kahn porta nel lungometraggio l’energia dei videoclip, la velocità del montaggio digitale e una regia che sembra voler aggredire lo spettatore con la stessa intensità delle rime. Le parole invadono lo schermo, i riferimenti culturali si accavallano, le battute arrivano a raffica e il ritmo delle battle diventa il motore visivo del film. Non assistiamo semplicemente a persone che parlano: vediamo il linguaggio trasformarsi in movimento, geometria, musica e combattimento. La produzione esecutiva di Eminem colloca l’opera dentro una tradizione cinematografica legata al rap, ma Bodied non è una semplice storia di riscatto nella quale un ragazzo sconosciuto supera gli ostacoli e conquista il suo posto nel mondo. Qui il talento è anche una tentazione, il successo una droga e l’autenticità una merce che tutti dichiarano di possedere mentre cercano di venderla al pubblico. Adam vuole entrare in una cultura che inizialmente osserva dall’esterno e deve confrontarsi con il sospetto di appropriarsene, di scambiare la propria fascinazione per una comprensione reale. Ma il film non offre una risposta facile nemmeno su questo punto: chi può partecipare a una forma d’arte, chi può raccontare una cultura e chi ha il diritto di stabilire i confini della creatività? Sono domande che non si risolvono distribuendo patenti morali. Richiedono conoscenza, rispetto, consapevolezza e la disponibilità a riconoscere le proprie contraddizioni. Il limite di Bodied è che, nella sua smania di colpire ogni bersaglio, a volte sembra innamorarsi troppo della propria provocazione. La quantità di idee e di battute può diventare estenuante, alcuni personaggi sono costruiti più come portavoce di posizioni ideologiche che come esseri umani e la vicenda personale di Adam non sempre regge il peso del discorso che il film vuole sviluppare. Ma la sua energia resta contagiosa e il suo interesse per il potere delle parole va ben oltre il semplice gusto di scandalizzare. Perché la vera questione non è stabilire se dobbiamo essere politicamente corretti oppure politicamente scorretti. Questa è una guerra di etichette che fa comodo a chi vuole ridurre tutto a due squadre contrapposte. La questione è capire se siamo ancora capaci di pensare quando qualcuno ci provoca, se sappiamo distinguere una critica da un’aggressione e se abbiamo il coraggio di mettere in discussione anche le idee che ci fanno sentire moralmente superiori. Bodied non è un manifesto impeccabile della libertà assoluta e nemmeno una condanna definitiva della cultura della provocazione. È un film rumoroso, sporco, intelligente e diseguale, che usa il rap per mettere a nudo l’ipocrisia delle nostre identità pubbliche. Adam entra nell’arena convinto di poter dominare le parole e finisce per scoprire quanto sia facile diventare schiavi del personaggio che abbiamo costruito per gli altri. E forse è proprio questo il colpo più duro: puoi demolire il tuo avversario con una rima perfetta, conquistare il pubblico e diventare una leggenda della scena, ma se per riuscirci devi trasformare ogni essere umano in un bersaglio, alla fine non stai liberando la tua voce. Stai soltanto imparando a vendere la tua prigione come se fosse un trionfo.

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By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

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