
Titolo originale: Kaidan nobori ryû
Paese di produzione: Giappone
Anno: 1970
Durata: 87 min
Genere: Horror, Azione
Regia: Teruo Ishii
Sinossi: Akemi, leader di una gang yakuza femminile, durante uno scontro acceca accidentalmente una donna. Da quel momento viene perseguitata da una maledizione legata alla vendetta della donna cieca e alla presenza di un misterioso gatto nero vampirico. Tra guerre criminali, allucinazioni e immagini grottesche, il film trascina la protagonista in una spirale sempre più violenta e irreale.
Recensione:
Blind Woman’s Curse è uno di quei film che sembrano esistere in uno stato di continua mutazione. Horror, yakuza movie, exploitation, ghost story, delirio psichedelico: ogni definizione funziona solo parzialmente, perché Teruo Ishii non costruisce un’opera interessata alla coerenza dei generi, ma alla collisione tra forme, immagini e pulsioni. Il film non cerca equilibrio. Cerca eccesso.
E l’eccesso qui non è solo estetico. È strutturale.
La storia della maledizione potrebbe sembrare lineare — una colpa, una vendetta, una persecuzione soprannaturale — ma Ishii utilizza questo schema solo come contenitore instabile dentro cui far esplodere tutto il resto. Le guerre tra gang, i corpi tatuati, il sangue, il sadismo visivo, le apparizioni del gatto nero: ogni elemento entra nel film non per sostenere una logica narrativa rigorosa, ma per alimentare una sensazione di sovraccarico continuo.
Akemi è il centro di questo caos, ma non nel senso classico dell’eroina tragica. Non cerca redenzione, non attraversa un percorso morale riconoscibile. È una figura già spezzata dall’inizio, costretta a muoversi in un mondo dove violenza e desiderio sono inseparabili. La maledizione non arriva come rottura dell’ordine: arriva in un universo che è già profondamente instabile. Ed è questo uno degli aspetti più interessanti del film. Il soprannaturale non invade la realtà: emerge da una realtà che è già deformata.
Il personaggio della donna cieca introduce una presenza quasi mitologica. Non è costruita come semplice antagonista, ma come incarnazione di una colpa che non può essere rimossa. La cecità assume una funzione simbolica potente: vedere e non vedere diventano condizioni mentali prima ancora che fisiche. I personaggi si muovono continuamente dentro un sistema di percezioni alterate, ossessioni, immagini che ritornano. Nessuno possiede davvero controllo su ciò che sta vivendo.
Visivamente, il film è un’esplosione. Colori saturi, scenografie artificiali, nebbie teatrali, tatuaggi che sembrano trasformare i corpi in superfici rituali: tutto contribuisce a creare un mondo che non vuole essere realistico nemmeno per un istante. Ishii spinge continuamente verso una dimensione quasi allucinatoria, dove il cinema exploitation incontra il folklore giapponese e lo trasforma in qualcosa di sporco, sensuale e disturbante.
Ma sotto questa estetica estrema si muove anche qualcosa di più ambiguo. Blind Woman’s Curse parla continuamente di corpo e marchio. I tatuaggi yakuza, le ferite, gli occhi, il sangue: il corpo non è mai neutro, è sempre superficie su cui viene inciso qualcosa. Potere, colpa, desiderio, appartenenza. Nessuno dei personaggi riesce davvero a sottrarsi a questa scrittura violenta.
Il gatto nero, presenza quasi astratta che attraversa il film come un demone intermittente, rappresenta perfettamente la natura dell’opera. Non è importante capire cosa sia esattamente o quali regole segua. Conta la sua funzione destabilizzante. Appare, interrompe, contamina. Trasforma ogni scena in qualcosa di potenzialmente irreale.
E infatti il film non vuole essere interpretato secondo una logica razionale. Vuole essere vissuto come un flusso di immagini e sensazioni che si accumulano fino a perdere stabilità. Non c’è mai una vera distinzione tra sogno, trauma e realtà. Tutto convive nello stesso spazio visivo.
Blind Woman’s Curse non è horror nel senso occidentale del termine.
Non costruisce paura attraverso l’attesa.
Costruisce vertigine.
Una vertigine fatta di carne, colori, superstizione e desiderio autodistruttivo.
E quando il film finisce, resta addosso come una febbre sporca da cui non ci si libera del tutto.
