ALIPATO: THE VERY BRIEF LIFE OF AN EMBER (SubITA)

Titolo originale: Alipato: The Very Brief Life of an Ember
Titolo Internazionale: Alipato: The Very Brief Life of an Ember
Paese di produzione: Filippine, Germania
Anno: 2016
Durata: 88 min.
Genere: Visionario, Grottesco, Sperimentale, Noir
Regia: Khavn

SINOSSI:
In una Manila distopica e post-apocalittica dell’anno 2053, una banda di bambini criminali nota come “The Khabayas” semina il terrore tra le rovine fumanti della metropoli. Dopo una rapina in banca andata male, il leader della banda viene arrestato e sconta vent’anni di prigione. Al suo rilascio, ritrova i suoi vecchi compagni d’armi invecchiati, deformati o ascesi a nuove forme di esistenza grottesca. Insieme, intraprendono un viaggio allucinante attraverso le macerie urbane, cercando di recuperare il bottino perduto, mentre la realtà stessa sembra sfaldarsi in un incubo di colori neon e sporcizia ancestrale.

RECENSIONE:

Alipato: The Very Brief Life of an Ember è cinema ridotto allo stato grezzo, incendiario, irriducibile. Khavn non racconta una storia: la scaglia contro lo spettatore. È un film che vive di combustione interna, fatto di scarti, strappi, accelerazioni improvvise e silenzi che non pacificano mai. Guardarlo significa accettare un’esperienza instabile, volutamente scomoda, dove ogni certezza formale viene sabotata.

Il titolo è già una dichiarazione poetica e politica. La brace è ciò che resta dopo il fuoco, ma è anche ciò che può riaccenderlo. Il protagonista è esattamente questo: un residuo umano, una presenza quasi invisibile, che attraversa un sistema sociale costruito per consumare e dimenticare. La sua vita è breve non per destino astratto, ma per progettazione collettiva. Alipato non parla di fatalità, parla di strutture.

Guarda anche  COURTHOUSE ON THE HORSEBACK [SubITA]

La messa in scena è nervosa, sporca, radicalmente anti-illustrativa. Khavn utilizza un montaggio aggressivo, immagini che sembrano rubate alla realtà più che costruite, suoni che si sovrappongono fino a diventare rumore puro. È un cinema che rifiuta l’armonia e abbraccia il caos come forma di verità. Manila non è uno spazio urbano: è un organismo febbrile che mastica i suoi abitanti.

Il film è attraversato da una violenza costante, ma mai spettacolarizzata. È una violenza sistemica, quotidiana, quasi amministrativa. Polizia, strada, povertà, abuso: tutto concorre a creare un ambiente in cui l’individuo non ha spazio per esistere come soggetto. La vita del protagonista non viene mai elevata a simbolo eroico. È fragile, intermittente, spesso muta. Ed è proprio in questa fragilità che il film trova la sua forza politica più radicale.

C’è qualcosa di profondamente punk in Alipato, ma non nel senso estetico superficiale. È punk nella sua etica: rifiuto delle regole, disprezzo per la forma pulita, urgenza espressiva assoluta. Khavn gira come se il tempo stesse per finire, come se ogni inquadratura fosse l’ultima possibile. Il risultato è un cinema che non chiede attenzione educata, ma resistenza fisica.

La dimensione esoterica del film è sotterranea ma potente. La brace, il fuoco, la distruzione, la rinascita mancata: tutto suggerisce un ciclo spezzato. Non c’è redenzione, non c’è trasmutazione alchemica completa. Il fuoco consuma, ma non purifica. In questo senso Alipato è un film profondamente nichilista, ma non cinico. È un grido, non una posa.

Guarda anche  SNACK BAR BLUES [SubITA]

Il corpo del protagonista diventa campo di battaglia. Un corpo esposto, vulnerabile, continuamente attraversato da forze che non controlla. Khavn filma questi corpi senza pietà, ma anche senza voyeurismo. Non c’è compiacimento nel dolore, solo una constatazione brutale: alcune vite sono considerate sacrificabili. E il cinema, qui, non cerca di salvarle, ma di impedirne la cancellazione totale.

Il ritmo del film è volutamente irregolare. Ci sono momenti di stasi improvvisa, seguiti da esplosioni visive e sonore. Questa instabilità riflette perfettamente la condizione dei personaggi: vivere senza continuità, senza prospettiva, senza narrazione lineare. Alipato rifiuta l’idea stessa di arco narrativo perché, per chi vive ai margini, non esiste alcun arco. Esiste solo la sopravvivenza momentanea.

Il finale non chiude nulla. Non potrebbe farlo. La brace si spegne, ma il freddo che lascia è più inquietante del fuoco stesso. Khavn non offre consolazione, né distanza critica. Ti lascia dentro il rumore, dentro la polvere, dentro una sensazione di perdita che non si sublima.

Alipato: The Very Brief Life of an Ember è un film necessario e respingente, feroce e vulnerabile allo stesso tempo. Un’opera che rifiuta ogni addomesticamento e che chiede allo spettatore non di capire, ma di sopportare. Cinema come atto di resistenza, come scintilla che brucia in fretta ma lascia una traccia indelebile.

By Anam

I'm A Fucking Dreamer man !

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Related Posts