
Titolo originale: A Dark, Dark Man
Paese di produzione: Kazakistan, Francia
Anno: 2019
Durata: 130 minuti
Genere: Drammatico, Noir
Regia: Adilkhan Yerzhanov
Sinossi:
In un remoto villaggio della steppa kazaka, il detective Bekzat è abituato a chiudere rapidamente i casi, spesso fabbricando colpevoli per soddisfare le autorità locali e mantenere l’ordine apparente. Quando un bambino viene ucciso, la routine corrotta della polizia porta all’arresto di un innocente. L’arrivo di una giornalista cittadina, determinata a scoprire la verità, incrina l’equilibrio: Bekzat, per la prima volta, è costretto a confrontarsi con il proprio ruolo in un sistema marcio, mentre il deserto morale che lo circonda si rivela più vasto e minaccioso della steppa stessa.
Recensione:
A Dark, Dark Man è un noir esistenziale che trasforma il paesaggio sconfinato del Kazakistan in una metafora del vuoto morale. Yerzhanov costruisce un film asciutto, quasi ascetico, in cui il silenzio pesa quanto le parole e ogni inquadratura sembra sospesa tra ironia nera e disperazione cosmica.
Bekzat non è un detective classico: è un funzionario della menzogna istituzionalizzata, un uomo che ha interiorizzato la corruzione come prassi quotidiana. Il film non lo giudica apertamente; lo osserva mentre si muove dentro un sistema in cui la verità non è un valore, ma un intralcio. L’ingiustizia iniziale non è un incidente: è la procedura standard.
L’arrivo della giornalista introduce una frattura etica. Non rappresenta l’eroismo, ma una presenza estranea che destabilizza l’equilibrio del compromesso. La sua ostinazione costringe Bekzat a percepire il peso delle proprie azioni, come se la coscienza fosse un organo atrofizzato che improvvisamente torna a funzionare.
Visivamente, il film è ipnotico: campi lunghi della steppa, composizioni geometriche, colori freddi e un uso dello spazio che ricorda certo minimalismo orientale contaminato da humour deadpan. Yerzhanov inserisce momenti di ironia surreale — quasi invisibili — che non alleggeriscono la tensione, ma ne accentuano l’assurdità. È un mondo dove l’orrore non urla: si deposita lentamente.
Il ritmo è deliberatamente lento, ma non contemplativo nel senso romantico: è un tempo stagnante, quello della burocrazia morale e dell’indifferenza. La violenza non è spettacolare; è amministrativa, invisibile, e proprio per questo devastante.
Ciò che rende il film memorabile è la sua capacità di fondere noir, satira politica e tragedia esistenziale. La colpa non è individuale ma sistemica, e la redenzione — se esiste — appare fragile, quasi accidentale. Bekzat non diventa un eroe: diventa, forse, un uomo consapevole del proprio fallimento.
Il risultato è un’opera gelida e penetrante che interroga lo spettatore su responsabilità, verità e complicità. Non offre catarsi né giustizia piena: lascia invece una sensazione persistente di inquietudine, come il vento della steppa che continua a soffiare anche dopo l’ultima inquadratura.
