SELF DRIVER (SubENG)

Titolo originale: Self Driver
Paese di produzione: Canada
Anno: 2024
Durata: 90 min
Genere: Thriller, Drammatico, Noir, Commedia
Regia: Michael Pierro

Sinossi: D è un autista di ridesharing in difficoltà economiche, costretto a lavorare senza sosta per mantenere la propria famiglia. Quando un cliente gli propone di passare a una nuova app che promette guadagni eccezionali, accetta: ma le corse diventano sempre più inquietanti e ogni incarico lo spinge verso scelte moralmente inaccettabili.

Il capitalismo moderno ha trovato un modo meraviglioso per sfruttare gli esseri umani senza neppure doversi sporcare le mani: convincerli che sono imprenditori di sé stessi. Non sei un lavoratore sottopagato, sei indipendente. Non sei incastrato in un sistema che ti divora il tempo, sei libero di scegliere quando lavorare. Non sei disperato, sei soltanto una persona che deve organizzarsi meglio. E mentre ripeti queste formule rassicuranti, il conto in banca continua a scendere e la vita ti presenta il conto con gli interessi. Self Driver, esordio nel lungometraggio di Michael Pierro, parte da questo inferno quotidiano e lo trasforma in un thriller notturno sporco, claustrofobico e sempre più allucinato. D è un autista che lavora attraverso un’app di trasporto privato, macina chilometri in una macchina malridotta e cerca disperatamente di guadagnare abbastanza per mantenere la compagna e il loro bambino. Le corse ordinarie gli fruttano poco, i clienti possono essere arroganti o molesti e ogni minuto perso è denaro che non entra. Quando un passeggero gli propone di passare a un servizio clandestino che promette cifre enormemente superiori, D si trova davanti alla classica offerta che sembra arrivare nel momento giusto. Il nuovo sistema ha poche regole, almeno in apparenza: accettare gli incarichi, non fare domande e seguire le istruzioni. Ma ogni corsa apre una porta più inquietante della precedente, finché il lavoro smette di essere un modo per guadagnarsi da vivere e diventa una prova di obbedienza. La trovata è semplice e proprio per questo funziona: un uomo, un’automobile, uno smartphone e una notte che si trasforma lentamente in un incubo. Non servono astronavi, laboratori segreti o supercattivi che spiegano il proprio piano davanti a una platea. Basta una notifica sullo schermo e la promessa di qualche dollaro in più. Il mostro non ha una faccia riconoscibile, non indossa un’uniforme e non deve nemmeno alzare la voce. È un’interfaccia gentile che ti dice quanto puoi guadagnare, ti mette fretta quando devi decidere e ti fa capire che ogni rifiuto potrebbe costarti caro. D non è un eroe invincibile e non viene presentato come un martire immacolato: è un uomo stanco, spaventato, spesso confuso, che cerca di proteggere la propria famiglia e finisce per infilarsi sempre più in profondità in una situazione che non controlla. È proprio questa sua fragilità a rendere credibile la discesa. Il sistema non ha bisogno di costringerlo fisicamente a ogni passaggio. Gli basta ricordargli quanto poco margine abbia per dire di no.

La parte più feroce di Self Driver è il modo in cui mette in scena la falsa libertà del lavoro a chiamata. Il conducente sembra autonomo perché possiede la macchina, tiene il telefono in mano e può teoricamente rifiutare una corsa. Ma quanto vale questa libertà quando il denaro non basta per pagare le bollette? Quanto è davvero libera una scelta compiuta sotto la minaccia costante della povertà? Il potere contemporaneo non sempre ordina: incentiva, premia, penalizza, mette fretta. Trasforma l’obbedienza in un gioco a punti e la precarietà in una competizione individuale, così che ogni lavoratore finisca per percepire gli altri come concorrenti anziché come persone intrappolate nello stesso meccanismo. La nuova app porta questa logica all’estremo, trasformando l’attività di trasporto in una specie di videogioco criminale. Arrivano incarichi sempre più assurdi, istruzioni che violano ogni buon senso e situazioni nelle quali D deve scegliere se salvaguardare la propria coscienza oppure inseguire la ricompensa. Il telefono diventa insieme padrone, sorvegliante e distributore di dopamina: un piccolo rettangolo luminoso capace di orientare il comportamento più di quanto il protagonista vorrebbe ammettere. E qui il titolo assume un significato amaro. Self Driver: guidatore autonomo, uomo che guida sé stesso. Ma chi sta guidando davvero? D tiene il volante, mentre qualcun altro stabilisce la destinazione, le regole e il prezzo di ogni deviazione. È la contraddizione di un’intera economia che vende autonomia mentre trasferisce sui singoli tutti i rischi: il veicolo è tuo, la benzina la paghi tu, la manutenzione è un problema tuo, la stanchezza te la gestisci da solo. Quando qualcosa va storto, la responsabilità ricade sul lavoratore; quando il sistema guadagna, il merito appartiene alla piattaforma. E se ti trovi in difficoltà, la soluzione proposta è quasi sempre lavorare ancora. Non è necessario immaginare un’intelligenza artificiale onnipotente che controlla segretamente l’umanità: basta osservare come un meccanismo economico possa orientare le decisioni senza presentarsi apertamente come un ordine. La parte più inquietante è che D diventa progressivamente complice di ciò che lo danneggia. Non perché sia stupido, né perché sia intrinsecamente malvagio, ma perché ogni passo indietro sembra più costoso del precedente. Ha già accettato il primo incarico, ha già oltrepassato una soglia, ha già bisogno dei soldi promessi. A quel punto fermarsi significa riconoscere il pericolo e contemporaneamente rinunciare alla possibilità di risolvere i problemi che lo hanno spinto fin lì. Il film costruisce così una spirale morale nella quale la necessità economica diventa il ricatto perfetto: non ti obbligo a fare una cosa, ti metto soltanto nelle condizioni di credere che sia l’unica scelta possibile. E quando finalmente ti accorgi della trappola, potresti essere già troppo dentro per uscirne senza conseguenze.

Girato prevalentemente di notte e con un budget ridottissimo, il film sfrutta i limiti produttivi trasformandoli in un vantaggio estetico. L’abitacolo diventa una cella mobile, la città di Toronto si presenta attraverso strade anonime, zone degradate e lampi di luce che scorrono sui vetri, mentre il protagonista rimane quasi sempre imprigionato nello spazio ristretto della macchina. La regia di Pierro non ha bisogno di costruire un mondo spettacolare: lo restringe fino a farlo diventare soffocante. Il montaggio segue l’accumularsi degli incarichi, le attese e le decisioni improvvise; il suono delle notifiche e la musica contribuiscono a rendere ogni nuova richiesta un piccolo scatto del meccanismo. Nathanael Chadwick sostiene quasi da solo il peso del film e restituisce bene il progressivo passaggio dalla stanchezza alla diffidenza, dalla perplessità alla paura. D resta umano anche quando compie scelte discutibili, e questo impedisce alla storia di diventare una semplice parabola con il buono da una parte e i cattivi dall’altra. Il film richiama inevitabilmente il cinema urbano della disperazione, ma il suo incubo non nasce da un individuo che decide di dichiarare guerra alla società: nasce da un uomo comune che cerca soltanto di arrivare alla fine del mese. Non tutto, però, è risolto allo stesso livello. Quando la storia si allontana dalla sua premessa più concreta e si spinge verso sviluppi più estremi, alcuni elementi sembrano introdotti senza essere approfonditi abbastanza; il finale può apparire brusco e certe svolte sacrificano la coerenza in favore dello shock. È il limite di un’opera che possiede un’idea forte e un notevole istinto per la tensione, ma non sempre riesce a dare a ogni intuizione il tempo necessario per maturare. Nonostante questo, Self Driver ha qualcosa di autentico: capisce che il terrore contemporaneo non deve necessariamente arrivare da un luogo oscuro, perché può cominciare da una notifica che non puoi permetterti di ignorare. La vera prigione non è l’automobile, ma il debito che ti costringe a rimetterti al volante; non è l’app in sé, ma la necessità che ti rende disposto a seguirla. E allora la domanda non è soltanto fino a che punto D sia pronto a spingersi per guadagnare denaro. È quanto siamo disposti a cedere, un pezzo alla volta, pur di continuare a chiamare libertà una vita nella quale non possiamo permetterci di fermarci. Perché il sistema più efficiente non è quello che ti impedisce di uscire. È quello che ti lascia la porta aperta, ma ti convince che dall’altra parte non potrai sopravvivere.

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By Anam

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